(in edicola il 31 gennaio 2008)
Uno dei migliori programmi prodotti da Rai Educational è Cult Book, va in onda il martedì, perfino dopo il Tg3 Night News (quanto di meno cultistico il palinsesto dell’ora tarda proponga), e parla di libri talmente grandi, belli e letti nel passato, che risultano ormai di nicchia o, appunto, di culto, e si finisce per parlarne a quelle ore, ma con molto stile e che immagini sceltissime. E’ l’opposto formale e sostanziale della rubrica di Alain Elkann su la7, “Due minuti un libro”: non solo è piacevole da guardare, ma parla solo di libri degni di attenzione. Non basta il forte sconto della pena, in metraggio della puntata, da parte di Alain, a farci preferire il suo storico programma a quello inventato da Stas’ Gawronski, critico letterario e autore televisivo dal blog personale solidissimo.
Oltre alla già detta - e fondamentale - operazione culturale di considerare come delle piccole novità da scoprire, insieme, capolavori universali e reali romanzi recenti e già dimenticati, Cult Book si avvale della grande capacità dei suoi autori di rendere il più possibile multimediale non solo il libro in questione, ma anche e soprattutto le opinioni e le idee che su di esso hanno espresso artisti, registi e anche qualche vero critico nel corso della vita dell’opera, che spesso è immortale, e alle volte comincia qualche secolo fa.
Di Don Chisciotte, ad esempio, ci parla tanto Stas’ quando Orson Welles: l’uno, a leggerne una buona traduzione Einaudi, sulla sua poltrona di scena fra la scenografia minimal e i “pop-up” di carta virtuale che qua e là spuntano per lo studio, mentre la narrazione prosegue o si interrompe. Quelle pagine tridimensionali, così palesemente immaginarie, perché computerizzate, che ornano anche gran parte della sigla di Cult Book, altro non sono che il manifesto della trasmissione: visualizzare all’improvviso un personaggio dimenticato o troppo amato per volerlo ricordare molto spesso, che sbuca da un angolo apparentemente televisivo della vita, e che ci appare un attimo perfettamente reale, un altro del tutto letterario, cosa che senz’altro gli rende più facile il compito di non essere mai esistito. Welles, nel frattempo, in un’intervista dimenticata ai più, confessa che un Don Chisciotte è la battaglia d’Anghiari leonardesca della sua vita di regista grandissimo nelle idee e nel successo, una delle poche che portò avanti in lunghi anni di sperimentazioni di sola passione, senza sapere se il più grande rischio poetico sarebbe stato finirla o non finirla.
Le ricostruzioni di libro che ci fa Stas’ sono dunque tanti piccoli dvd di soli extra, che sono una grande sorpresa del lettore già avvezzo a considerare la base della propria vita letteraria Cervantes o Potocki, per averli ritrovati in tv e così bene in arnese, quanto dello spettatore televisivo abituale o perfino stanziale, che non aveva mai pensato che qualcosa di studiato male a scuola potesse ricordargli tanto i piaceri della vita che non ha mai avuto. Ci auguriamo che presto la trasmissione diventi cult almeno una piccola parte di quanto non siano già i temi che tratta, e che in questo le si utile anche l’intervento divino della rete, che ha trovato su Youtube un spazio più indulgente della notte, per quanto Educational, di Rai Tre.
venerdì 1 febbraio 2008
Cult Book, il culto del libro
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lunedì 12 novembre 2007
Enigma, la prova dell’esistenza di Augias
(in edicola il 10 novembre 2007)
Enigma di Corrado Augias (Rai Tre, 23.40, il giovedì) resta l’unica prova della possibilità della vita in tv di un bravissimo giornalista italiano, cui riesca ancora di essere trasmesso a orari non marzulliani – e non necessariamente reincarnandosi sottoforma di opinionista all’Isola dei Famosi – ricostruendo delle storie, ben collocate nella storia, e senza perdere troppo in interesse, pur coniugando serenamente il maggior numero di verbi possibile. Almeno quando il tema della puntata è ben scelto. Ed è il caso della puntata di questa settimana, che si occupa dei lati in ombra della vita di Grace Kelly in Grimaldi di Monaco. Augias divide lo spazio a disposizione fra filmati molto ben scritti e una sua forte presenza nello studio, che viene personalizzato di puntata in puntata, e questa volta ospita, come elemento chiave, un modello di automobile identico a quello che rese la principessa vittima di un incidente e di una fine misteriosi.
I dubbi e le ipotesi sul perché di quella morte (fino alla più “telegenica”: esoterismo, o quasi incantesimo, come sostiene la sorella di Grace) sono presentati da un conduttore che apre lo sportello della vettura in studio, ne constata la pesantezza, la durezza del volante, come simbolicamente non pretendendo di entrare nella storia o nella verità, ma solo nella versione di essi che lui cerca di darci, giacché l’originale della macchina è andato distrutto nell’incidente stesso – come probabilmente anche quella verità.
Apprendiamo che poco tempo prima della sua morte la principessa sarebbe entrata e uscita dalla cosiddetta setta del Tempio solare, che richiedeva 20 milioni di franchi per l’iniziazione, e che comprendeva quindi membri dell’alta finanza europea dalle strane abitudini. Come, ad esempio, quella di suicidarsi nel numero di 53 elementi qualche anno più tardi, per quanto allora sparsi in varie parti del globo, soprattutto Canada.
La mancanza di indagini sull’incidente, il respiratore subito staccato, la stessa automobile passata inosservata come prova di qualcosa che non fosse semplicemente fatalità, fanno inizialmente temere il peggio. Si prosegue con le dotte annotazioni dell’esperto di religioni (quantomeno alternative) Massimo Introvigne – sul fatto che i membri di quella particolare setta non gradissero particolarmente il mondo terreno, destinato secondo loro a una fine atroce, e che si invitassero vicendevolmente al suicidio, soprattutto se effettuato in un certo momento astrale che li avrebbe trasferiti tutti sul pianeta Sirio, a miglior vita. Ma quando Corrado prende a dare le sue risposte a queste domande, la scenografia sposta l’attenzione sullo stemma dei Grimaldi, che occupa ben due monitor e un pannello alle sue spalle, e quell’aquila bicipite fa perfettamente al caso del suo pensiero, necessario, su come, semplicemente, non ci siano rose senza spine.
E, che tutto questo abbia o meno a che fare con la morte della moglie di un sovrano, finiamo per riflettere più generalmente su come le migliori attrici siano già molto principesse anche nella vita, e di come tutte le principesse siano del resto un po’ attrici, anche quelle che non hanno nel curriculum diversi film indimenticabili, e cambiamo canale preoccupati soprattutto di un segreto, stavolta, di Pulcinella: come mai Augias non è un uomo di punta della nostra televisione, come dovrebbe invece essere.
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lunedì 5 novembre 2007
La serata magica di La7 con un Paolini d’annata
(in edicola il 3 novembre 2007)
Già da come si svolge la puntata di 8 e mezzo che precede lo spettacolo di Marco Paolini, martedì, ci si rende conto di come la serata su la7 sarà di quelle che capitano solo una volta ogni due-tre crisi di governo di seguito. Ferrara stesso è diverso dal solito: si lascia andare, sorride molto, cita passi di un romanzo, Il sergente nella neve, che deve avere amato davvero. Come se fosse di nuovo più vicino al giovane corista che pure fu, nell’opera rock della sua infanzia spirituale: Then An Alley, con musiche di Bob Dylan. Dunque niente affatto più innocente o onesto intellettualmente, di quanto sia in effetti oggi, ma almeno, per una puntata, senza alcun bisogno di dover dimostrare, per legge o per posa, di esserlo ancora.
Paolini comincia l’evento televisivo di questo autunno-inverno più istrionico, più attore e meno solo narratore del solito. I primissimi minuti sono dedicati alla sua pelata che imita lievemente quella di un Duce non solo evocato ma, pure se lievemente, impersonato. È un confine sottile che è stato valicato (di cui già in Vajont erano presenti delle tracce, ma si trattava sempre di imitare questo o quel personaggio della folla in fuga; sì senza identità, ma abbastanza pieno di sentimenti da poter essere rappresentato in una battuta tutta sua), su cui più volte si giocherà la bellezza di questo spettacolo: al di qua e al di là del teatro di narrazione, verso un monologo più classico, ma al tempo stesso innovativo. Paolini si deve essere detto: voglio rappresentare un evento che non ho vissuto in prima persona, ma di cui ci è rimasta una fonte appassionata: il romanzo autobiografico di un vero sergente in ritirata, nella steppa, con 70 uomini soli.
Cosa sarà più realistico? Mostrare l’azione nel suo svolgimento fittizio, per quanto spettacolare (e anche un monologo sa essere spettacolare e mimetico, a volerlo), recitando da me tutti i ruoli che saranno necessari? Oppure far recitare le mie opinioni, le mie idee, le mie emozioni, impersonate dai protagonisti stessi della vicenda, come in una metafora animata della critica e della comprensione di un testo – di Mario Rigoni Stern – che abbiamo fatto nostro? La risposta è che Il sergente è un film per la tv in diretta, in cui non solo tutti i personaggi, ma anche gli attori che li avrebbero potuti impersonare sono stati interpretati da una sola persona, che è il regista, l’autore, l’attore protagonista (e non) di una vicenda di fatti e di idee su quei fatti, talmente ben mescolati fra di loro che è un capolavoro. Deciso a far guerra anche alla Russia contro il parere stesso di Hitler, un Mussolini-Paolini che, non senza genio, parla con accento veneto, ci mostra una cartina della Russia retta da un sottoposto senza volto.
E la storia comincia. Il secondo personaggio è Paolini stesso, mentre si documenta sulla storia e sulla geografia del libro di Rigoni Stern. E la sua estetica è ancora più chiara. Fra il rumore del treno che prende per andare in Ucraina, gentilmente fornito dalla stessa voce che ne racconta il paesaggio, Marco ha reso a sua volta autobiografica anche la versione in teatro-tv di una storia autobiografica, scritta da un altro ma amata da lui al punto di non poter fare a meno di intromettercisi – lupus in fabula di proporzioni mannare – e di avere l’onestà di farcelo capire in ogni minuto delle due ore che gli sono concesse per farlo. Non ci sono fatti che non siano anche geneticamente modificati, fin dal loro prodursi, dall’opinione che ce ne facciamo. L’ultimo personaggio siamo noi che scriviamo questo articolo su un dramma storico che avremmo capito peggio senza la televisione.
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venerdì 2 novembre 2007
Passepartout Daverio, un Lucignolo di bellezze
(in edicola il 2 novembre 2007)
Guardare Passepartout di Philippe Daverio, domenica mattina, è come fare un viaggio astrale in compagnia di un amico immaginario, che non solo pare ci rivolga davvero la parola, ma addirittura ci accompagni alle biennali d’arte. Philippe ha trovato l’unico modo in cui una persona più intelligente e sensibile della norma possa riuscire a fare della televisione utile: parlarci dell’apparentemente inutile in maniera del tutto proficua, avvincente, mai scontata. L’esatto contrario di Milena Gabanelli.
Il nostro Lucignolo di bellezze non si ferma alla semplice critica istantanea, decretata a voce e a primissimi piani. Eppure, quella resta la parte più preziosa delle sue puntate. Ogni suo ammiccare o cipiglio ci dice qualcosa dell’opera che spesso lo sovrasta fisicamente, nel suo girovagare per corridoi e sezioni, ma da lui è governata intellettualmente, con la forza d’animo che sempre vanteranno i veri conoscitori sui critici solo accademici o verbosi. I dipinti più nuovi e oscuri, li comprende talmente che i suoi commenti sono quasi bravate concettuali, con cui, invece di toccare con mano un’opera proibita, a dispetto del guardiano di un museo, la tocca con la testa, a dispetto del suo stesso autore.
E ci propone strumenti che potremmo concretamente riutilizzare. Ad esempio, si sofferma molto sulle etichette delle opere. Nei padiglioni della mostra di questo biennio i lavori sono tutti talmente recenti e, alcune di essi, coraggiosi, che Philippe ha ragione da vendere nel dare tanta importanza alle date e ai nomi sotto ciascuno di quelli di cui ha deciso di parlarci. Leggendocele, e dando tanta importanza al pezzo, al nome dell’autore, e al compratore la cui “courtesy of” ne ha permesso l’esposizione, mette in evidenza un’altra cosa che forse ci sarebbe sfuggita, anche visitando per contro nostro la biennale: non tutti i ricchi newyorkesi hanno il tempismo o anche solo la presenza di spirito di comprare un’opera che altro non è che la gigantografia dei referti autoptici di vittime del carcere di Guantanamo. Insomma, ci ricorda che, spesso, nell’arte concettuale, chi compra o chi commissiona (anche se indirettamente e a posteriori attraverso un acquisto), è un po’ artista da par suo, proprio perché quest’arte comincia dalla mente e finisce nelle menti.
Prima, e al termine, delle incursioni nella realtà del nostro amico, tutto parte dai suoi editoriali e commentari estetici in studio, che sanno essere convincenti come televendite di qualcosa che per fortuna ancora non ha prezzo, se non un canone Rai pagato per una volta volentieri: la voglia di conoscere. Sapere che un uomo così elegante possa capire tanto bene l’arte africana degli ultimi mesi, pur sapendo pronunciare con tanta perfezione ciascuna delle lingue europee che ignoriamo, e senza essere per questo affatto antipatico, è una di quelle scoperte che possono rimettere in pace col mondo, e ricordarci, se non pure dove stiamo andando, almeno dove potremmo andare, se solo avessimo l’accortezza di imparare qualcosa da un altro di quei curiosi che “deve insegnare ai curiosi”, come si cita nell’opera, alle spalle di Daverio in studio, che gli fa da manifesto poetico.
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