Visualizzazione post con etichetta rai2. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rai2. Mostra tutti i post

venerdì 14 marzo 2008

Vita rubata, speriamo in bene

(in edicola il 12 marzo 2008)

Il film per la tv “Vita rubata” – che racconta la morte e le indagini sulla morte di Graziella Campagna, vittima di mafia – è appena andato in onda che forse ha già cambiato – non certo per sempre: ma speriamo almeno in qualche mesata di coscienza – il modo in cui i dirigenti Rai si devono rapportare coi film per la tv di contenuto delicato e stile sincero. Questo, visto il modo in cui di solito sceneggiatori e registi sopra le righe vengono trattati dal network pubblico: ricacciati fra pagine e costrizioni rigide almeno come le sbarre della cella degli assassini di Graziella (metafora triste delle righe di cui sopra). La fiction che Graziano Diana (autore del soggetto, all’esordio come regista) firma per buoni e cattivi pagatori del canone è invece differente. Innanzitutto, perché un personaggio fondamentale della tristissima vicenda è stato coinvolto ampiamente ed efficacemente anche nella fiction, e in due modi. Pietro, fratello carabiniere di quella vittima - diciassettenne - di una malavita secolare, è sceneggiatore quanto Graziano del film, nella vita. Ma anche protagonista della vicenda, nella fiction da lui scritta, e interpretato da un Beppe Fiorello mai così convincente, neanche con Salvo D’Acquisto o nel ruolo di se stesso ai tempi del Karaoke del fratello.

Tale è la sua naturalezza, tale la sua spontaneità, come se, nella fattispecie, non avesse fatto non diciamo l’attore, ma proprio il carabiniere. Graziella viene uccisa neanche maggiorenne a Villafranca, in provincia di Messina, perché, lavorando in una piccola lavanderia in un piccolo paese pieno di grossi latitanti, rinviene nel modo meno opportuno possibile un documento chiave, un pezzo di verità dimenticato in un abito quasi certamente falso o odiosamente fuori moda, che un capo mafioso le aveva involontariamente consegnato, dopo aver sporcato dentro e fuori metafora l’abito stesso che lo conteneva. Larissa Volpentesta, nel ruolo di Graziella, nelle belle scene di vita quotidiana in qualche modo sapiente riconstruita, anche se si tratta solo di vent’anni fa, è l’altra formidabile sorpresa nel cast artistico. E’ una di quelle belle e brave dal talento spontaneo che farà tanta strada quanti pochi saranno i corsi di recitazione seguiti. (Da segnalare, fra la commozione generale, durante la scena del ritrovamento del corpo di Graziella – quella che più commuove Beppe Fiorello nelle interviste con Pippo Baudo – l’avvento finale del Corpo Forestale dello Stato in una fiction mainstream. E’ una macchina dei forestali che trova la ragazza. Come segnalammo qualche puntata fa della nostra rubrica, era l’ultimo in assoluto nel particolarissimo rating della presenza delle forze armate in televisione, superato perfino dalla Guardia Costiera d’assalto di Gente di mare). Indimenticabile il modo in cui una fiction riesce a farci soffermare su un dato che nella vita può abbondantemente sfuggire: il lavoro in lavanderia come segno di rinnovamento, di pulizia, invano ma non senza speranza.

mercoledì 5 marzo 2008

Nel tg2 nicchia over 60

(in edicola il 5 marzo 2008)

Senza l’apporto fondamentale del Tg2 Costume e società, come faremmo a sapere che il mondo sta cambiando, in generale; o che la Chiesa cattolica tiene all’ecocompatibilità, nel particolare? O che Sandra e Raimondo sono parte tanto del nostro costume quanto della nostra società? Martedì, effettivamente, è proprio la coppia decana della televisione autobiografica a essere la protagonista assoluta della puntata della rubrica del Tg2 decana della carenza di ispirazione per contenuti. Si riflette, dal salotto di casa loro, su come parte di quello che vediamo oggi in televisione sia dovuto alla mancata osservanza dei loro insegnamenti. Non è una facezia o una boutade, per l’autore del servizio, e la dimostrazione della sua tesi avviene con alcuni filmati di repertorio sapientemente scelti, tratti perlopiù da verità con Sandra che gioca con un palloncino o Raimondo che parla romanaccio. Cose che se avvenissero ai tempi nostri, in un sol colpo, abbatterebbero con sicurezza da taglialegna le fondamenta degli odiati reality, del faticoso infotaiment, quanto del tremendo cultural gossip, che è trasversale alle due categorie sopracitate. Almeno secondo il nostro giovane ed elegante intervistatore. Che sa sfottere magistralmente Raimondo, chiedendogli se fa sport, con la piccola ma comunque spassosa gaffe di non saperlo quasi bloccato per via di un incidente alle costole che quasi gli impedisce di respirare.

Non che i coniugi Vianello non meritino spazio in televisione, onorificenze o commemorazioni, come la bella e discreta apparizione sul palco di Sanremo non ha attestato. Sono stati un vero e proprio corso di telegenia morale in un periodo in cui si avrebbe bisogno di modelli come del miele dietetico sulle fette biscottate dei baretti Rai. Il punto è che forse questo servizio monografico era troppo poco ispirato perfino per un duo che per anni ha fatto ridere – e anche relativamente a crepapelle – giovani dai 50 anni in su grazie alla sola gag dei piedi che scalciano sotto le lenzuola. Ci sono servizi infinitamente meno accattivanti, d’accordo, come quelli sul caro prezzi dei gelati ad esempio, per non dimenticare la saga dei nani da giardino preziosi che finalmente approdano sulle terrazze del centro. Ma il gusto puffo della gelateria Due Palme di via della Maddalena a Roma non può fingersi perplesso delle stesse domande che gli si rivolgano, come invece fa diligentemente l’esperto Raimondo, che riesce a rendere del resto tutta l’intervista guardabile sparlando in continuazione della moglie, che gli siede affianco. Ci troviamo davanti, sempre più, a una versione per anziani di Studio Aperto in cui venga proposto, in luogo di “ciò che altrove non farebbe mai notizia per chi non fosse un uomo fra i 18 e i 40 etero e un po’ becero” (Studio Aperto), si propone invece “ciò che altrove non farebbe mai notizia per chi non fosse ”un uomo o una donna fra i 60 e i 99 etero e non più becero“. Insomma, l’altra nicchia fondamentale della rivoluzione contenutistica della nostra informazione televisiva.

lunedì 25 febbraio 2008

Zodiaco, oltre il pregiudizio

(in edicola il 22 febbraio 2008)

Zodiaco, il film per la tv spiegato ovunque da Antonio Marano come la risposta italiana e torinocentrica a Csi ed Ncis, si è concluso mercoledì, lasciandoci ancora una volta sorpresi per la qualità degli interpreti (anche se non della sceneggiatura, un po’ troppo pedante e didascalica per un soggetto esoterico, para-psicologico come questo) e per come, almeno in questo caso, sia stato facile superare, nella visione, i pregiudizi negativi che spesso generano dichiarazioni di direttori di rete come quelle di cui sopra. Per tacere poi delle conferenze stampa in sale con arazzi. Torino è dunque sempre più la piccola capitale morale del cinema e della fiction, fotogenica ma misteriosa il giusto, come i porticati, come le colline intorno, come la Fiat, alle volte.

Zodiaco racconta di come un serial killer colto - d’altri tempi - passi il tempo ad uccidere secondo un ordine astrologico. In particolare, insegue Ester (Antonia Liskova, la pianista-terrorista de La Meglio Gioventù), figlia naturale mai riconosciuta né conosciuta dal capofamiglia di una “dinasty” di banchieri, che verrà eliminata a poco a poco, fino ad arrivare a lei. Riguardo la produzione, bisogna mettere bene in chiaro che davvero, questa volta, si è rasentato un certo coraggio, nel mandare avanti questo tipo di progetto, retrò, complesso, forse non per tutti, qualora sceneggiato rendendo giustizia al soggetto, come si diceva. Perché il lavoro francese di cui la Rai e la Casanova Entertainment di Luca Barbareschi avevano comprato i diritti per la televisione italiana era pronto per il doppiaggio. Invece, si è tenuto al remake, ambientando il tutto in Piemonte e deamericanizzando il più possibile dei personaggi fin troppo macchiettistici e stereotipati, come soprattutto il super-poliziotto-medio, che da noi è reso da Massimo Poggio, e molto bene.

Forse, proprio per questo, una dirigenza del settore Fiction già potenzialmente sconvolta per la qualità, sulla carta, del prodotto, deve aver cercato irreparabilmente di limitare slanci dialogistici che l’avrebbero resa orfana di pubblico o di nuovi incarichi. E così, purtroppo, inquadrature che abbiamo visto raramente su Rai Due incontrano, ahimé, scambi di battute che invece ascoltiamo ogni giorno, pur resi impeccabilmente, ma mai sovrarecitate, come si dice, e neppure da Vanni Corbellini, qui nel ruolo dell’erede della Dinasty detto Pierre. Per via della camera estremamente mobile, spesso a mano, e anche in momenti istituzionali e codificati per la nostra fiction come nella bella scena della lettura del testamento del capoclan, ci sono poche scene che ci pare di aver già rivisto o anche solo visto, e qui il merito è del regista Eros Puglielli.

Notevoli pure il clima anni ’70 - e le citazioni del cinema di quel tempo - che si respirano ovunque, dalle colluttazioni appositamente approssimative (con annesso sangue raffazzonato), ai bambini che girano in bici, nei parchi, di notte. Insomma, non c’è un solo momento, neanche quando ci troviamo negli interni giorno delle villone di famiglia Santandrea, in cui ci pare essere in una puntata speciale di Cento Vetrine. E, beninteso, c’erano apparentemente pochi motivi per cui una circostanza del genere non dovesse capitare. Per il resto, quando va molto bene, ci sembra di essere in un Dario Argento dimenticato e recitato bene.

giovedì 21 febbraio 2008

La concorrenza sostenibile dell'Italia sul 2

(in edicola il 21 febbraio 2008)

Più il tempo passa e più la formula dell’Italia sul Due si attesta e si stabilizza come un dei pochi modi sostenibili di fare concorrenza con una mano sulla coscienza - e l’altra didietro - al colossale successo di Uomini e donne su Canale 5. Il talk, pur molto tristemente orfano dei cambi d’abito di Monica Leofreddi, e del modo in cui erotizzavano in parte la conduzione di Milo Infante, con l’avvento di Roberta Lanfranchi e della sua piccola dote di ospiti che non sarebbero mai andati dalla Leofreddi – al netto di quelli che purtroppo sarebbero andati solo per la Leofreddi – resta un caposaldo del pomeriggio televisivo in due ordini di realtà.
Il primo, l’antipastone, il sempre notevolissimo sceneggiato (mini-scene da qualche minuto, commentate dagli ospiti) su suocere che rompono o cognate che stanno dalla parte del marito. Che ha la missione, sempre più determinata, seppure tacita, di dimostrare semplicemente, con il minimo sforzo, come i reality siano destinati a finire il giorno in cui si riconoscerà un’altra volta, pubblicamente e ciclicamente, che è molto più difficile e utile rappresentare una buona finzione di una pessima realtà, almeno finché si parla di opere dell’ingegno.

Deve essere una complicatissima perversione che ha fatto scegliere agli autori o chi per loro la formula vincente di proporre queste scene recitate con molta teatralità, vocioni da doppiatori vecchia scuola su temi apparentemente molto banali e quotidiani (“lo sai che ti ho promesso il polpettone” pronunciati come “domani è un altro giorno”), salvo poi farne oggetto di discussione per Franco Oppini o Cristina Quaranta come se fossero realmente accadute, come se fossero appunto parte di un reality di cui si facesse la parodia dei lunghi commentari che spesso li accompagnano. Solo, terminata la prima parte, in genere si passa a una grossa contraddizione, nel secondo ordine di realtà. Un personaggio o più reduce da reality anche di diversi anni fa, targati Rai (addirittura spesso si risale fino a Il Ristorante) viene sottoposto a numerose domande su come la sua vita sia cambiata dopo la partecipazione a quel programma, che gli ha ridato fama e mancato successo.

Alle volte, però, e un reality della Rai partecipa un concorrente con un po’ di spessore e storia in più sulle spalle, come il caso, mercoledì, di Riccardo Fogli. Che riesce a raccontarsi in modo semplice, a efficace, fino ad avere parole di affetto in video per l’insegnante di matematica della scuola serale che sta frequentando. È molto intenso il ricordo, viceversa, che di Riccardo Fogli presenta un “ricco e povero”, come del resto dichiara espressamente il suo sottopancia, senza fornire altro nome. Storpiando a bella posta il titolo dello show in cui divisero una stanza e Loredana Bertè in “Beauty Farm”. L’ex bello dei Pooh possiede anche un suo folto numero di groupie maschi adoranti, in studio, che è davvero il colpo di grazia su ogni gruppo di corteggiatrici sull’altro canale, dalla De Filippi. Fogli è un tronista “nature, mai rifatto”, come sostiene con occhio languido Ivan Cattaneo, mentre lo spoglia, lo riveste, con gli occhi disegnati dalla vera ammirazione per un ospite insolitamente educato e generoso.

lunedì 18 febbraio 2008

Friedman insuperabile ad Artù

(in edicola il 16 febbraio 2008)

L’ospitata di Alain Friedman da Artù, giovedì sera, è ancora più folgorante di quella di Casini da Santoro. Eppure Casini ha parlato per un quarto d’ora di idiozie sugli omosessuali pronunciate da suoi compagni di partito, mentre Maurizio Belpietro rideva, soprattutto all’espressione “arrotarli”. Non che abbiamo niente di particolare in favore degli omosessuali, soprattutto quando cercare di adottare, o di adottarci. Però Casini ha fatto senz’altro un colpaccio con quel dialogo, cattolicesimo illuminato quanto basta e via di parlantina con la “zeta”. Ma tant’è. Non tutto il bene viene per giovare, evidentemente, di pari passo col male (come lo stesso sulfureo Belpietro, del resto, che riesce comunque sempre più amabile, mano a mano che invecchia, molto bene del resto. Questa parentesi è stata aperta per farlo sogghignare per tracce di froceria, comunque). Fatto sta che Friedman da Gene Gnocchi è stato insuperabile.

Non contento di aver rivoluzionato per sempre il nostro concetto di divulgatore economico in televisione, se ne avevamo già uno, Alain è anche l’uomo dall’accento straniero meglio affettato che conosciamo, meglio anche di Ela Weber ed Heather Parisi messe insieme a dialogare in cinese mandarino a una convention poco coinvolgente. La puntata di Artù è dedicata all’inutilità delle banche e delle pensioni (in generale, dunque, all’economia perditempo). E Alain non poteva mancare davvero. Forte del video introduttivo, magistrale, che rappresenta due pensionati che rapinano in quattro modi diversamente ingegnosi la stessa banca, si collega da Londra, e niente è come prima.

Sornione, straniero eppure furbissimo, l’economista professionista consiglia come soluzione al problema delle rapine invertite (quelle che le banche fanno a noi) un uovo di Colombo, una soluzione dietro l’angolo, e poco economisti noi a non pensarci: fare più “shopping” fra le banche. Perfino la sosia di Beatrice Borromeno, neanche tanto nascosta, fra il pubblico, riesce a ridere di quella che non è, infatti, una battuta. “Dobbiamo imparare a spostare il business da una banca all’altra. Bisogna saper scegliere fra le banche, quando non ti danno soddisfazione”. Ha una risposta davvero per tutto. Tranne che alla domanda sulla carenza di belle donne agli sportelli delle banche, non sapendo cosa significhi “la gnocca”. Inglese anche se americano, risponderà non troppi secondi dopo: “Forse sono tutte andate a lavorare per Alitalia”. E’ sempre interessante come alcuni programmi di satira, debbano essere spesso in dubbio se far imitare un personaggio come Friedman da attori, oppure farlo interpretare da se stesso, risparmiando sui costi di un Crozza, di un Max Tortora, e guadagnando spesso in comicità. Friedman è davvero l’emblema dell’ospite non incisivo, non rilevante, eppure sempre al suo posto, dove c’è bisogno di qualcuno che, pure nel mezzo di una tragedia come quella del customer care delle banche italiane, o anche solo quella della loro esistenza, riesca a farti pensare che ci possono essere ben altri problemi a farla da padrone, anche se sbarchi il lunario, e perfino nella capitale britannica.

Rai Due, il cartoon assicurato

(in edicola il 15 febbraio 2008)

Il mattino di Rai Due, fino alle 10, è dedicato da molti anni - come quello di Italia 1, ad esempio - ai cartoni animati. Ora, ci siamo sempre chiesti come mai fino alle 10, visto che i bambini in età da cartone non violento o, in generale, i bambini di buon livello come sono quelli che guardano i cartoni di buon livello, alle 8 sono a scuola. La soluzione, che ci è venuta in mente ieri, mentre guardavamo Kim Possible (uno dei migliori senza dubbio), prevede che in realtà si tratti di una sorta di sistema assicurativo, un po’ perverso ma efficace. La noia o lo sgomento per molti grandi che non riescono o comprendere il fascino di quei cartoni, o a tornare bambini - o a uscire in tempo per lavorare, o proprio non riescono a lavorare - nel vedere quei cartoni, è il premio assicurativo che il resto dei clienti paga perché i veri bambini che marinano la scuola in casa, o sono realmente malati, possano tranquillamente vedere molti cartoni a un orario curricolare. Deve essere per questo motivo che i bambini che marinano la scuola in casa, poi, sono così tranquilli, durante il soggiorno sul divano, e non necessariamente per i primi sensi di colpa di una vita da gesuitici mentitori.

Oltre a Kim Possibile, l’altro grande capisaldo fra queste produzioni dedicate ai piccoli, è Scuola di Vampiri. Kim Possible (produzione Disney, vincitore di Emmy) racconta le avventure di una giovane paladina delle giustizia che, con la stessa grazia, combatte tanto i professori in classe quanto il crimine più o meno organizzato a livello internazionale, e non è detto che il primo dei due tipi di missione le riesca più facile dell’altro. Il tutto con una carica di parodismo nei confronti del classico genere cinematografico spionistico che spesso supera in sottigliezza casi analoghi tratti dal mondo degli adulti, o dei bambini non anagrafici che si prendono troppo sul serio. Scuola di Vampiri, d’altro canto, è una produzione italiana, dalla bella sigla di testa (“il sole porta solo guai”) e dai dialoghi che certamente omaggiano, con l’umiltà di chi sta imparando bene, la scuola di magia di Hogwarts inventata dalla Rowling per Harry Potter. Rievocata non solo nell’ambientazione, dunque, anche se sottoponendola a un gioco dei contrari, per cui qui sono gli apparentemente cattivi che si formano.

Quello che un po’ ci delude, fra questa programmazione, è il cartoon digitale “I miei amici Tigro e Pooh”, sebbene siamo grandi estimatori di Winnie The Pooh e dei suoi nascosti lati semiologicamente intriganti (il primo pupazzo di pezza già oggetto di meta-merchandising anche nella fiction in cui compare per la prima volta: prodotto-giocattolo già in partenza, insomma). Non solo è rivolto a un target decisamente più giovane dei pur giovanissimi cui è rivolto l’originale Pooh, ma anche a dei giovanissimi poco attenti, auguriamo agli autori (e ai bravi doppiatori italiani), per la varie incongruenze e le numerose mancate occasioni di comicità che costellano il corso delle puntate. E’ un Winnie decisamente sotto tono, insomma. I bambini sanno essere davvero i critici più spietati.

giovedì 7 febbraio 2008

Piazza Grande, la tv dei reality

(in edicola il 7 febbraio 2008)

Questa stagione di Piazza Grande - il programma di Michele Guardì famoso perché tutti i conduttori fingono malissimo di starsi simpatici o anche solo di avere un rapporto normale fra di loro – non sarà certamente ricordata per il modo in cui Monica Leofreddi interpreta l’estetica chubby chic. Né, probabilmente, per come Michele Guardì reinventi, per la decima o undicesima volta di seguito, il ruolo che si è ritagliato nello show che dirige e scrive: da mago di Oz piccolo e nascosto, che cerca di incutere timore agli astanti ingigantendo la sua voce con trucchi di scena e, soprattutto, non facendosi mai vedere. In realtà, forse questa stagione di Piazza Grande non sarà ricordata affatto, ma noi vogliamo ricordarla così: come un emblema del peggio della vecchia televisione dell’era pre-reality, contaminata nel vivo dal peggio dell’era del reality, unitamente anche a un pizzico del peggio della televisione del piagnisteo. Forte del suo stile “horror vacui”, per cui ogni spazio lasciato vuoto sullo schermo deve essere occupato da uno o più conduttori canterini o cantanti conduttori o da Fiordaliso, il programma deve vantare davvero un pubblico affezionatissimo e disposto a tutto - anche a vedere quell’uomo di mondo di Giancarlo Magalli spesso schifatissimo della situazione, e simulare attrazione per Silvia Mezzanotte con l’entusiasmo con cui andrebbe dal dentista.

Da qualche giorno, alle 11 del mattino, si comincia con una sezione dello show denominata “Sanremissimo”. Un gioco che non sarebbe piaciuto neanche negli anni ’80 ai fan più motivati di Albano e Romina. Eppure, eccolo lì, che campeggia azzurrino sul mega-monitor alle spalle dei nostri, quel titolo fatto di font a nuvoletta, mentre giustamente il solito Magalli sfotte la Leofreddi per l’acca vanamente troppo aspirata dell’home theatre in palio per noi, e ringrazia Fiordaliso, perfidamente, per l’aver indossato un cinturone con scritto Fiorda sulla fibbia, “in modo da poter sapere qual è il davanti”. Senza Magalli tutto ciò non avrebbe davvero senso, nemmeno come intrattenimento ad alto costo, beninteso. Sul secondo gioco, quello classico con le buste, per intenderci, niente da maledire: è una formula che, dobbiamo ammetterlo, fu geniale e che, per quanto non ringiovanisca, certo non invecchia.
È sempre bellissimo poter vedere allineati tutti quei piccoli premi e premietti, non i mitici, visionari gettoni d’oro tipici di una vecchia Fininvest, ma reali, concreti: anche autoradio, sveglie particolarmente perforanti, insomma tutte cose che potreste già avere o aver rubato nella vostra vita, elencate così con modestia e onestà da ricettatori di sogni di piccolo calibro ma senza troppi rischi di vederli sfumare alla prima interruzione pubblicitaria.

Quel carretto coi premi è davvero uno dei più simboli della televisione di ieri, che può fare a meno per qualche volta delle conquiste furbette o idiote di quella di oggi. Ma il piagnisteo deve pur ritornare, e ci sono purtroppo le interviste coi casi umani a ricordarcelo sempre, fra un gioco e l’altro. E qui non basta la ferma perfidia di Magalli, né il cambio d’abito che dimagrisca della Leofreddi, a vincere una tendenza evidentemente imposta dall’alto, anche da più in alto del “Comitato”. Ma anche solo per quelle radioline, saremo per sempre grati a Michele Guardì e a tutti i conduttori – o almeno quelli non strettamente musicali – del suo programma del mattino.

venerdì 7 dicembre 2007

Come invecchiano bene le Desperate Housewives



(in edicola il 6 dicembre 2007, video e commenti qui)

Solo il fatto che la sigla di testa – che forse, è il capolavoro del suo genere - non sia cambiata di un fotogramma, è un motivo già di per sé abbastanza valido per guardare anche la terza stagione di Desperate Housewives, che è ripresa da martedì, in seconda serata, su Rai Due. Per tacere del fatto che le casalinghe in questione sono sì disperate, ma nel loro accasciamento morale riescono pur sempre ad essere uno dei seriali televisivi che invecchia meglio al mondo, dopo che anche Heroes, in seconda battuta, ci ha abbandonato qualitativamente (ma speriamo nella sua, di terza stagione). Ogni serie come si deve ha nella sua “opening sequence” un manifesto che contiene spesso in nuce la maggior parte dei temi che tratterà. Come un prologo letterario, solo che, invece di essere scorto solo una volta, all’inizio dell’esperienza della lettura, nei serial viene ripetuto ad ogni visione. Fino a che, nella sua apparentemente immobile ripetizione all’inizio di ogni puntata, in realtà quel minuto e mezzo si modula e modifica di volta in volta secondo quello che dalla puntata appena cominciata ci aspettiamo, e quello che di tutte le altre ricordiamo - o nel caso di serial crudi come Dexter, vorremmo dimenticare.

Proprio Dexter (in onda il giovedì sera su Fox Crime) ha uno dei pochi opening paragonabili per qualità e intensità a quello delle casalinghe. Dexter Morgan, il protagonista, passa metà della sua vita a cacciare assassini per vie legali, essendo perito ematologo per la squadra omicidi della Polizia di Miami. L’altra metà, a cacciare quelli che la stessa polizia non può o non vuole cacciare, con metodi del tutto illegali e spirito d’iniziativa da perfetto serial killer, a sua volta. Ferma restando la sua innata passione per il sangue. Allora, i primi, geniali fotogrammi della sigla, a spiegarlo quasi in tutto: è a letto, dorme ancora, e una zanzara si posa sul suo braccio. Si sveglia, e ha qualche istante per fissare, come ammirato, come un collega che riconosca del talento naturale in qualcuno che, inizialmente aveva sottovalutato, per poi schiacciarla inesorabilmente con la mano. Il fatto che il nostro antieroe si gusti poi una bistecca semicruda di prima mattina, godendone come un Hannibal Lecter di bovini, è forse un’allusione meno sottile alla sua essenza, ma rende comunque perfettamente l’idea.

Il “manifesto” di Desperate Housewives è invece del tutto poetico. Colto, ma spesso comicamente, è una sequenza di parodie di fondamentali opere della storia dell’arte, che rappresentano la donna in momenti particolarmente convenzionali e codificati: Eva, Nefertari, una casalinga da manuale che maneggia la lattina di zuppa Campbell’s di Andy Warhol. Tutte sanno stupire, stravolgendo quelle convenzioni (proprio come del resto fanno le protagoniste del serial), e mostrarci tanto ciò che di violento ci può essere in qualcosa di apparentemente fragile, quanto di dolce e materno in qualcosa che pensavamo mascolinizzato per sempre. Così, Eva ha un bel porgere il frutto sbagliato ad Adamo: un pomo OGM di proporzioni colossali sta per cadere in testa al suo coniuge: spada di Damocle che ci invita tutti a toglierci le travi dagli occhi, senza cercare pagliuzze dietro le lenti a contatto di tante mogli immeritate. Oppure, una delle tante donne-fumetto piangenti e sofferenti di Roy Liechtenstein, qualche fotogramma più avanti, si prende la vendetta che in moltissime aspettavano: ci mostra che nela vignetta successiva, che Roy non dipinse, c’è un cazzotto molto ben assestato, e da lei verso di lui.

giovedì 6 dicembre 2007

Lost in caduta libera, la terza serie è la peggiore



(in edicola il 5 dicembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Lost è ripreso anche su Rai Due (dopo che Fox Italia, sul satellite, ne trasmette la terza stagione dal 1° di ottobre), e si è avverato tutto quello che ce ne era stato maldestramente anticipato – da siti, amici, giornalisti, o da gente che, pur essendo tutte e tre le cose contemporaneamente, trova comunque il tempo di “spoilerare” (tremendo anglismo per dire “rovinare sorprese riguardo a sviluppi di trame di cui si sa già quasi tutto comunque”) – privandoci dunque del piacere di scoprire da soli quanto questa edizione sia ancora peggiore della seconda. La pigra autoreferenzialità e il cieco manierismo, ormai, dominano un intreccio che, nella prima serie, aveva promesso tanto agli spettatori, anche in termini di un certo realismo. E aveva avuto un tale successo di ascolti che era stato visto e riconosciuto “esempio di perfetto realismo” perfino da spettatori sintonizzati sulle isole deserte più vicine a quella utilizzata per il set.

Oggi, tutto si ripete, pur complicandosi all’infinito, e il motivo per cui speriamo che lo stesso tutto finisca il prima possibile è diametralmente opposto a quello di qualche anno fa: non perché siamo curiosi, ma perché insofferenti. Dove nella prima gloriosa stagione ogni cosa era rigore e precisione, anche i misteri e il non-detto, oggi è solo incertezza tangibile non solo del pubblico, ma evidentemente anche degli sceneggiatori. Anche quello che avremmo dovuto indovinare o supporre era creato con la stessa accuratezza della storia, mentre si sviluppava, come se una contro-trama, fatta di reticenze e allusioni, potesse correre insieme a quella visibile (almeno, nell’immaginazione degli spettatori abbastanza medio-alti da non aspettare la puntata in cui Kate sarebbe misteriosamente apparsa con il seno rifatto, cosa che non è poi avvenuta concretamente).

La vecchia allegoria dell’umanità che si deve guardare tanto dagli apparentemente cattivi, quando dai chiaramente buoni (vecchia e affascinante almeno quanto le leggende popolari che ispirarono il librettista del Flauto Magico di Mozart) - perché gli ultimi saranno i primi, i buoni possono incattivirsi, e soprattutto non c’è più religione - forse non funziona più per Lost che, certo, avrà infranto molti schemi nel comporre una trama di serial (multi-narrazione, multi-livello), ma anche le pazienze di un pubblico che la venerava. Con l’esclusione, naturalmente, dei fan più hard-core: almeno tutti quelli che si fanno chiamare Losties nei vari forum web, in cui confutano il peggioramento della serie con argomentazioni fantasy, citando il riscaldamento globale o la fuga di cervelli dall’Italia. Sempre sexy i due maggiori beneficiari della serie, Matthew Fox ed Evangeline Lilly (Jake e Kate), gli unici del cast che siano riusciti a replicare con questa serie quello che normalmente si verifica per il concorrente medio delle varie edizioni dell’Isola dei Famosi: diventare una celebrità, venendo pagati per vivere su un’isola deserta fra colleghi che urlano e cameramen che li inseguono dappertutto.

lunedì 3 dicembre 2007

Scorie, il dopo-reality più infelice di sempre



(in edicola il 30 novembre 2007)

“Scorie dell’Isola dei Famosi” è un dopo-reality che riesce decisamente male nel suo compito di promuovere la trasmissione della Ventura, di cui vorrebbe essere nient’altro che il programma critico-parassita benigno. Eppure è condotto da Nicola Savino, uno dei personaggi radiofonici (ma anche autore televisivo: fra i primi a firmare Le Iene) più prolifici e in voga, almeno fino a qualche mese fa, quando evidentemente decise di fare un passo più lungo delle gambe del suo collaboratore più stretto: Digei Angelo, e di darsi alla conduzione più concretamente. Dopo essere stato, per diverso tempo, l’Emanuela Folliero di Sky Cinema.
Di programmi-satellite di reality, come finta parodia a basso costo di una trasmissione di grande successo, che però sia fonte di coda di paglia qualitativa presso i dirigenti di rete, ne abbiamo visti e apprezzati parecchi, anche grazie a monumenti apripista di questo sottogenere come Mai dire Grande Fratello o le edizioni successive alla prima di veri, interi reality-show come La talpa e via dicendo.

Un programma così ha prima di tutto il compito di mimetizzarsi efficacemente nel palinsesto di riferimento, magari collocandosi su un canale diverso dello stesso network, e in altri giorni e orari rispetto al programma da mungere. In secondo luogo, il parassita benigno ed efficace trae la sua ragion d’essere nel fatto che deve intrattenere ed educare una categoria di pubblico che non vedrebbe mai il programma-vacca (ma non già perché non gli piacerebbe comunque molto vederlo, ma per motivi di obiezione di coscienza), e di giustificare così la sua successiva, probabile conversione al reality in questione attraverso la convinzione di contribuire, a sua volta, alla rovina dello stesso, attraverso il senso dell’umorismo che si convince di usare da par suo. In ultima analisi, un programma di questo sottogenere deve fare divertire moltissimo tutti gli altri spettatori, che non lo guardino né per crisi ideologiche né perché guardano già la vacca. Scorie di Nicola Savino non riesce in nessuno di questi tre obiettivi.

1) Perché viene trasmesso subito dopo l’Isola, dopo un lancio ufficiale da parte della stessa Ventura (e addirittura, nell’ultima puntata di questa stagione, mercoledì, lanciato anche dai suoi stessi autori e lavoranti vari, che si sono gettati all’inseguimento dell’Ape di DJ Francesco, recando dei cartelli alla Gabriele Paolini, ma più fastidiosi, recanti la scritta: “Dopo l’Isola guardate Scorie”). Quindi, niente mimetismo, niente doppiogiochismo: marchetta pura, e per giunta, cosa imperdonabile, a posteriori e a caldo.

2) Perché è evidente che con una collocazione del genere sarà guardato perlopiù da spettatori dell’Isola stessa, che non hanno alcun bisogno di essere indottrinati sulle qualità, o sulla mancanza di esse, di Simona Ventura o di ciascuno dei suoi opinionisti, dal momento che a stento riconoscono la figlia quattordicenne che torna a casa al termine di tutto ciò, senza aver avvertito, forte del doppio appuntamento della madre.

3) Perché non fa ridere affatto. A parte le risate fuori campo anni ottanta, di un pubblico spesso inquadrato, nonostante sia così evidente il fuori sincrono con quelle voci di chissà dove (e quando), che si sbellicano a spese della loro deontologia di figuranti. Perché divertire, per Digei Angelo, significa fingersi in collegamento via auricolare alla Boncompagni e Ambra, e suggerirle di maltrattare Cecchi Paone, mentre guardiamo un fuori onda forse addirittura non concordato. O al massimo giocare a fare la voce della coscienza di Cristiano Malgioglio, non solo imitandolo malissimo, ma soprattutto come se ne potesse realmente avere una.

giovedì 22 novembre 2007

Rino Gaetano, tocca a Minoli riparare i danni della fiction



(in edicola il 21 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

La puntata de La storia siamo noi dedicata a Rino Gaetano è come una ventata d’aria crotonese sulle malefatte poetiche della recente fiction - prodotta dalla Rai, sullo stesso cantautore - che tanto sapeva di corridoio romano e poco ventilato.
Per quanto l’ottimo Giovanni Minoli non possa chiaramente esentarsi non solo dal tessere l’elogio di “quello sforzo produttivo”, ma addirittura dal chiamarne in causa uno dei principali responsabili (dirigente Rai fiction competente) – che ne attesta la qualità come un venditore di cibo avariato, quando l’abbiamo già digerito – la trasmissione ha almeno il merito di togliersi subito il pensiero di fare i conti con la fiction, e prendere il più presto possibile a intervistare gli amici e i parenti eccezionali che ebbe quello strano caso musicale. Su tutto, risaltano i racconti della sorella Anna, una donna talmente riuscita che, certamente, se Gaetano avesse potuto produrre di più, almeno una canzone indimenticabile gliel’avrebbe consegnata, magari in un attimo di particolare prossimità con la realtà. È una sorta di Gabriella Ferri al contrario, il suo Sancho Panza fintobiondo e sereno, un connettore con le cose terrene, eppure abbastanza “personaggio”, anche lei, da ricordargli magari, un tempo, qualcosa che anche della poesia gli era sfuggita.

E, oggi, senza di lui, somigliare tanto a una di quelle piccole star degli anni ’70 che si sono dignitosamente ritirate dalle scene, e sono le sagge del loro circolo di persone straordinariamente comuni. È sinceramente dispiaciuta per il trattamento che ha ricevuto suo fratello nella fiction, e si augura che pochi possano ricordarlo così come ne è dipinto: alcolizzato fino allo stordimento quotidiano, nel cliché dell’artista che per essere tale deve essere completamente travisato anche dalla maggior parte dei suoi fan, pur di essere o politicizzato o comunque categorizzato. Saranno anche dettagli, ma per lei sono le cose che contano di più, almeno perché, è chiaro, che di vivere sulla considerazione dei critici di oggi delle canzoni del fratello, non è che ne abbia tutta questa voglia. E, anche per la dolcissima persona di Amelia Conte, la promessa sposa del cantante, è forse un bene che i vari interventi siano solo benissimo montati fra di loro, e non avvengano tutti in studio. Perché alcune parole di Francesco Sardella (il dirigente di cui sopra) su come “tutte le storie sono fatte per essere interpretata e travisate”, forse la sorella di Rino le avrebbe prese con una discreta dose di incazzatura, ma Amelia se ne sarebbe più visibilmente e giustamente solo addolorata.

Momento culminante del breve documentario di Minoli l’intervista a Paolo Rossi che, nell’occasione del Sanremo 2007, cantò un brano inedito di Gaetano. Episodio che è stato fin’ora, insieme all’ormai famoso doppio cd con copertina “warholiana”, culto di teenager e giovani e ringiovaniti di tutte le età, uno dei migliori modi di ricordare questo cantante, così ribelle anche al solo successo che non eseguì mai un solo playback televisivo di sua canzone (e La storia siamo noi ce lo ricorda, proponendoci spezzoni di quasi ogni sua comparsata tv) senza bofonchiare qualcosa fuori sincrono, giocare con un suo vero cane, e deridere già allora anche questo bel documentario, anche e soprattutto perché lo esalta come un maestro del suo tempo e non solo.

lunedì 22 ottobre 2007

Nell'inferno di Artù Gnocchi scherza sul serio

(in edicola il 20 ottobre 2007)

Da quando le grandezze di Alda D’Eusanio e della sua originaria caricatura del talk-show non vengono capite più neanche per sbaglio – e l’Antipatico di Belpietro, per quanto sia perfettamente compreso, tuttavia viene visto – una trasmissione italiana può solo scherzare sul serio, come licitandolo in partenza, perché possa ottenere il permesso di far sogghignare su quanto poco ci sia da ridere sul resto dei palinsesti, o in generale della serata. E allora – per quanto si debba aggiungere: per fortuna – è a programmi come Artù di Gene Gnocchi che resta il compito di dover fare la parodia della televisione senza che si corra il rischio di essere o troppo sottili, al punto da risultare incompresi – vedi il caso della D’Eusanio – o troppo espliciti, fino a incarnarla involontariamente in noi stessi, e non in ciò che si mostra ¬– vedi Belpietro.

Artù (su Rai Due, il giovedì alle 23.20) è una riuscitissima rappresentazione di un inferno, e precisamente uno di quegli inferni alla Hieronymus Bosch, in cui tutto ciò che non va perfettamente al contrario, rispetto alla vita, va semplicemente dove gli pare. Riuscendo dunque ad essere il dopo-Santoro che forse Michele si meritava dantescamente.

A partire dal nome del programma, dalla bella grafica dei titoli di testa e dalla sua scenografia, tutto è disillusione del circolo virtuoso che si riteneva sarebbe stata questa nuova fase della televisione, così come la stiamo conoscendo, che invece tanto viziosa si è rivelata (se davvero è quella, forse in declino, ma ancora al potere, dei reality-show e della loro influenza sui generi tradizionali).
La tavola rotonda al centro dello studio è simbolo di questo circuito, interrotto dalla figura del conduttore, un dittatore, ma del tipo chapliniano, la cui spada appare sguainata nel logo del programma, solo per poi risultare spezzata e inservibile all’analisi più attenta di un riflettore a raggi x puntato su di essa. Che rivela pure il memento mori – giustamente macabro – dello scheletro dello stesso conduttore. Poco dopo, il suo cranio rotolerà su e giù per i nomi del cast tecnico.

E’ uno dei possibili finali del sogno dello scambio fra produttore e consumatore, e quasi della fusione fra i rispettivi ruoli, di cui neanche una puntata di Buona Domenica ci aveva illuso. Ma, al tempo stesso, quella figura stilizzata e comicamente eroica è pure volontà di riattivare alle sue massime possibilità il vecchio corso, tramite una conduzione fatta soprattutto di autori, e bravi autori, di nuovo fermamente seduti al loro posto; fino a che qualcosa di veramente nuovo non sarà all’orizzonte: un obbiettivo che la televisione per ora ha forse rilanciato alle nascenti net-tv. Raramente si vede un titolo di testa così funzionale e significativo.

E così, tutto quello che vediamo in Artù, dalle più belle vallette del momento (naturalmente, la più comoda e furba delle parodie) agli ospiti come cavalieri convocati dal loro capo, ma ben legati alle loro sedie, che scorrono su binari; passando per la solo apparente banalità dei sondaggi e degli argomenti proposti, è sberleffo a una realtà della comunicazione che non ha ormai più né tanta ragione di esistere né bisogno di paladini o apologeti, e che dovrebbe essere stata pugnalata al cuore da un bel pezzo.

lunedì 15 ottobre 2007

Santoro versione camomilla. Era meglio quando si stava peggio?

(in edicola il 13 ottobre 2007)

Questa settimana, la puntata di Annozero parla di semplici reati di allarme sociale: accattonaggio, abusivismo, vandalismo, guida in stato di ebbrezza. Quasi un giovedì sera rilassante. Ciò, non solo visto quanto effettivamente brutali siano state le due precedenti, dedicate al tema delle minacce di andarsene dallo studio da parte di Mastella, ma soprattutto considerato che i momenti più drammatici di questa ultima sono stati due: quando abbiamo scoperto che Di Pietro avrebbe parlato; e, qualche quarto d’ora dopo, quando abbiamo capito cosa avesse detto e che avesse ragione.

Lo stesso reportage di Ruotolo non ha presentato particolari difetti di pronuncia da parte da parte degli intervistati, né errori di montatore che distogliessero l’attenzione dalla semplice povertà di contenuto delle idee espresse dai cattolicissimi bolognesi in ansia per la nuova moschea, né tantomeno da quanto poco si potesse, onestamente, commentarle.
Una Borromeo particolarmente in forma mentale, del resto, non ha aiutato. Sappiamo da tempo come si svolgono le sue puntate di Santoro. Alternativamente, di giovedì in giovedì, deve decidere fra il broncio bella-ma-avveduta, o il cipiglio nobile-ma-impegnata. Stavolta le è parso il caso di depistarci, seminando il panico, mentre alimentava sospetti di ghigno giovane-ma-sfiduciata. L’intervista alla graffitara ha ristabilito l’ordine costituito.

Per il resto, ovunque una civiltà, un rispetto, una documentarietà dei servizi in esterna e delle sopracciglia di Francesco Storace, in studio, tali che, a tratti, qualcosa ci fa temere davvero di trovarci a una puntata speciale di Report, magari commemorativa di qualche anniversario dalla sua prima messa in onda, ma senza Milena Gabanelli e con qualche pezzo di femmina in più.
Quasi i capelli di Santoro paiono più scuri o pettinati, sotto un influsso nuovo. L’obbiettività, quando non serve particolarmente, è quasi un lato oscuro della forza di Michele. Per chi non fosse fan di Guerre Stellari (né di Santoro), leggasi: dopo tutto quanto si è detto da parte del governo contro di lui, era forse meglio quando si stava peggio. Non abbiamo detto si era più oggettivi quando si era soggettivi, ma poco ci manca.

Eppure il perché di tutto questo è semplice, e dietro il cravattino a farfalla di Bruno Tinti (il procuratore aggiunto autore di Toghe rotte) che, per una volta, ruba la scena perfino all’assenza di cravatta di Marco Travaglio, che fra l’altro ne indossa una impeccabile.

Il bello della puntata è proprio questo continuo gioco dei contrari. A un Travaglio quasi accomodante corrisponde un magistrato incazzosissimo che, per il tempo di una grand soirée, opinionista dentro e Gervaso fuori, telegenico com’è, inveisce, argomenta, editorializza, altrimenti fa sgomberare il set.

Insomma, è avvenuto che il Santoro cui siamo abituati, questa volta, sia stato proprio Tinti, come pure, in qualche film di Woody Allen, il regista non compare direttamente, ma lascia a qualcuno che non gli somiglia per niente – il britannico Kenneth Branagh in Celebrity, o il giovanissimo Jason Biggs di Anything Else – il compito di impersonarlo e farne proprio perfino l’eloquio.

Spesso, sempre al cinema, quando si rappresenta una scena di giustizia, gli avvocati sono astutamente metaforizzati sottoforma di attori ad un provino per un ruolo. Chi recita meglio, convince meglio. Rivolgono le loro due interpretazioni di una stessa scena a un giudice di celluloide che, allora, diventa il critico cinematografico della loro causa.

In Annozero di giovedì è stato un giudice a voler provare per quella parte.

domenica 14 ottobre 2007

Viaggio low-cost nell'Isola più brutta del mondo

(in edicola il 12 ottobre 2007)

L’Isola dei Famosi è uguale e contraria al reality-show tradizionale, intendendo per tradizionale il Grande Fratello prima maniera, ad esempio. Breve introduzione storica. In origine, il Grande Fratello non era altro che un modo per la gente veramente comune di conoscere certi lussi, e di farsi vedere e invidiare, per questo, da ben due categorie di persone: 1) da gente ugualmente comune, o ancora più comune, per il fatto di godere di piaceri da vip dei nostri tempi; e non parliamo solo del lusso di apparire in televisione, dall’altra parte del tubo (non tutti avevano ancora i cristalli liquidi). Ma, anche, di quello, più realistico - per quanto citazionista di situazioni viste comunque in televisione - rappresentato, per dirne una, dalla storica, meravigliosa piscina a fagiolo da set di serial adolescenziale interpretato da trentenni (cfr. Beverly Hills 90210). 2) dai vip stessi, specie quelli di rango basso o infimo, che avevano trascorso una vita a cercare di far finta di conoscere Maurizio Costanzo e che, una volta conosciutolo per davvero, si ritrovarono a condividere il palco di Buona Domenica con tizi che un giorno prima sarebbero potuti passare per loro cugini di cui vergognarsi, che praticamente a Costanzo saltavano sulla pancia in diretta (e non è detto che non lo fossero davvero, loro cugini; né che non se ne vergognassero, così, doppiamente).

Insomma il primo Grande Fratello ebbe una portata realmente rivoluzionaria per la televisione com’era stata prima, in senso copernicano stretto. Gli ultimi erano i primi, e viceversa. L’Isola dei Famosi – e una decina buona di suoi cloni riusciti male o peggio – venne al mondo per infierire su tutto questo. Perché limitarsi a rendere famosi in un mese degli sconosciuti, per poi affiancarli a dei famosi in trasmissioni domenicali in cui, all’unisono, per quanto diversi potessero essere i loro curricula, potessero applaudire Massimo Lopez che faceva Frank Sinatra? Passare dunque alla fase B: deportare dei famosi veri (!) in un’isola deserta, e dare loro poco da mangiare e niente su cui rivedersi. Due picchi del reality show del tutto gettati al vento se, col tempo, il desiderio da parte del pubblico per la contaminazione, per la fusion, per il manierismo ha portato il Grande Fratello a far concorrere non più solo ignoti, ma anche spogliarelliste già di un certo valore contrattuale, per poi farle dedicare al consumo di sangue animale; e l’Isola dei Famosi, dal canto suo, a maltrattare ugualmente, oltre ai vip stessi, della gente comune, che pur di partecipare alla trasmissione farebbe un patto col diavolo e finisce per farne uno con Simona Ventura.

Toltoci questo dente, c’è da dire che anche l’edizione di quest’anno dell’Isola è spaventosamente brutta: brutta in generale per via di molte piccole e medie bruttezze particolari. E, per quanto avremo ancora modo di soffermarci più in dettaglio sulla sua bruttezza, più avanti, nel corso dell’edizione, non possiamo negare nemmeno oggi che la piccola cosa più brutta di tutte sia, nonostante gli sforzi da parte di chi scrive di essere il meno banale possibile, nient’altri che Cristiano Malgioglio; e la migliore e più grande Manuela Villa. L’uno, perché, come ignaro del suo ciuffo biondo, passa il suo tempo a specchiarsi nell’opinione di lui che pensa abbiano gli altri, ed è uno specchio, questo, più deformante della televisione stessa; l’altra perché, pur sapendo benissimo di essere la più intelligente a bordo, gli parla lo stesso e tira fuori il peggio di lui come neanche Cecchi Paone sa fare. Don Chisciotte sovrappeso lui, Sancho Panza in cura dimagrante lei, sono i due personaggi più interessanti sull’Isola perché i due termini opposti dell’irrealismo più spinto e della massima verosimiglianza.