(in edicola il 9 febbraio 2008)
Se ci fate attenzione, il giovedì notte - neanche tanto inoltrata - Fabio Volo conduce Doc 3, una rassegna di documentari soprattutto internazionali, molto curata da Flavia Scollica e Lorenzo Hendel. Il vecchio Volo, per una volta, non è colto nel solito ruolo che lo contraddistingue ovunque, dal cinema alla radio: del conduttore o attore in onda per caso, carburato dalla sola invidia del prossimo che non sia al suo posto, risultando antipatico o simpatico ai più (secondo l’orientamento più o meno meritocratico dei soggetti campione) proprio perché non sembrava essere in grado di fare nulla di quello che gli era richiesto, prima di farlo e basta, e anche discretamente bene, c’è da dire. Qui, a condurre sobriamente una trasmissione di nicchia, senza ospiti succinte che lo baciano sulla fronte, riesce bene e basta. E non è che si tratti solo di annunciare pierobonescamente un titolo, e poi nascondere la mano, dietro le quinte del privilegio di guadagnarsi da vivere in una metropoli giurando sui propri beni più cari che quei film, su Rete 4, sono veramente Bellissimi. E’ come se al tempo stesso chiedesse scusa per tutti quei film di Alessandro D’Alatri e ci dimostrasse che c’era un motivo per arrivare così, intatto dalla nostra buona considerazione, fin qui, a Doc 3, per stupirci con questa trasmissione così sobria, eppure cinematografica.
Grande lavoro, quello che viene proposto nell’ultima puntata andata in onda: “China Blue”, viaggio nelle fabbriche di mancati sogni per migliaia di piccolissimi lavoratori cinesi. Viene introdotto da una rappresentante dell’associazione dal bel nome “Abiti puliti”, che si occupa di sensibilizzare sull’origine anche degli indumenti più firmati che ci troviamo a indossare. Parla come una Anna Galiena innervosita delle grandi occasioni, e quando si rilassa è solo una Margherita Buy, per un attimo, leggermente meno timida ma comunque nervosissima. Ma ha una causa importante e originale da sostenere, e anche se non lo fa da professionista navigata della comunicazione televisiva, lo fa, e per fortuna il documentario che segue al suo intervento è talmente ficcante e ben realizzato, che è costato la galera al suo regista Micha X Peled e, se il nervosismo di lei aumenterà ancora, almeno aumenta di pari passo pure il nostro, a vedere quello che c’è da vedere.
La fabbrica di Lifeng appare come una piccola Cinecittà all’esterno, uno di quei posti che sai che non saranno neanche lentamente simili a come appaiono fuori, una volta dentro. Solo che invece di essere scalcinata fuori, e fintamente ricca dentro, come sono i set, è pulita e rilassante fuori, e l’inferno dentro. Soprattutto, colpisce l’uso delle tecnologie informatiche, all’interno di qualcosa che considereresti medievale nella sua bestialità. O, forse, è ancora più medievale controllare di fatto ogni piccola operaia con una webcam, oltreché naturalmente multarla un po’ per ogni singolo minuto di ritardo. Guardare come vengono distribuiti e consumati i pasti (detratti dalla paga) di quella che è una vera e propria parodia di una mensa. Passati attraverso una feritoia in tanti piattini tutti diversi, ma all’apparenza ugualmente sporchi, non vengono poi consumati in uno spazio comune, ma nelle singole stanze e stanzette che gli operai occupano nella stessa fabbrica in cui prestano lavoro. Quando il documentario finisce pensiamo, per mezzo dei jeans che indossa Fabio Volo, anche quanto sono brutti i nostri.
lunedì 11 febbraio 2008
Doc3, da prendere al Volo
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venerdì 1 febbraio 2008
Cult Book, il culto del libro
(in edicola il 31 gennaio 2008)
Uno dei migliori programmi prodotti da Rai Educational è Cult Book, va in onda il martedì, perfino dopo il Tg3 Night News (quanto di meno cultistico il palinsesto dell’ora tarda proponga), e parla di libri talmente grandi, belli e letti nel passato, che risultano ormai di nicchia o, appunto, di culto, e si finisce per parlarne a quelle ore, ma con molto stile e che immagini sceltissime. E’ l’opposto formale e sostanziale della rubrica di Alain Elkann su la7, “Due minuti un libro”: non solo è piacevole da guardare, ma parla solo di libri degni di attenzione. Non basta il forte sconto della pena, in metraggio della puntata, da parte di Alain, a farci preferire il suo storico programma a quello inventato da Stas’ Gawronski, critico letterario e autore televisivo dal blog personale solidissimo.
Oltre alla già detta - e fondamentale - operazione culturale di considerare come delle piccole novità da scoprire, insieme, capolavori universali e reali romanzi recenti e già dimenticati, Cult Book si avvale della grande capacità dei suoi autori di rendere il più possibile multimediale non solo il libro in questione, ma anche e soprattutto le opinioni e le idee che su di esso hanno espresso artisti, registi e anche qualche vero critico nel corso della vita dell’opera, che spesso è immortale, e alle volte comincia qualche secolo fa.
Di Don Chisciotte, ad esempio, ci parla tanto Stas’ quando Orson Welles: l’uno, a leggerne una buona traduzione Einaudi, sulla sua poltrona di scena fra la scenografia minimal e i “pop-up” di carta virtuale che qua e là spuntano per lo studio, mentre la narrazione prosegue o si interrompe. Quelle pagine tridimensionali, così palesemente immaginarie, perché computerizzate, che ornano anche gran parte della sigla di Cult Book, altro non sono che il manifesto della trasmissione: visualizzare all’improvviso un personaggio dimenticato o troppo amato per volerlo ricordare molto spesso, che sbuca da un angolo apparentemente televisivo della vita, e che ci appare un attimo perfettamente reale, un altro del tutto letterario, cosa che senz’altro gli rende più facile il compito di non essere mai esistito. Welles, nel frattempo, in un’intervista dimenticata ai più, confessa che un Don Chisciotte è la battaglia d’Anghiari leonardesca della sua vita di regista grandissimo nelle idee e nel successo, una delle poche che portò avanti in lunghi anni di sperimentazioni di sola passione, senza sapere se il più grande rischio poetico sarebbe stato finirla o non finirla.
Le ricostruzioni di libro che ci fa Stas’ sono dunque tanti piccoli dvd di soli extra, che sono una grande sorpresa del lettore già avvezzo a considerare la base della propria vita letteraria Cervantes o Potocki, per averli ritrovati in tv e così bene in arnese, quanto dello spettatore televisivo abituale o perfino stanziale, che non aveva mai pensato che qualcosa di studiato male a scuola potesse ricordargli tanto i piaceri della vita che non ha mai avuto. Ci auguriamo che presto la trasmissione diventi cult almeno una piccola parte di quanto non siano già i temi che tratta, e che in questo le si utile anche l’intervento divino della rete, che ha trovato su Youtube un spazio più indulgente della notte, per quanto Educational, di Rai Tre.
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giovedì 24 gennaio 2008
Bene Strabioli facendo colazione
(in edicola il 24 gennaio 2008)
Se c’è una cosa che non si può non adorare di Pino Strabioli, oltre al fatto che conduce uno dei piccoli eccezionali programmi meno visti della nostra televisione, è il rapporto che manda avanti col pianista di studio, Leo Sanfelice. Sono uno straordinario duo comico, che forse non potrebbe essere valorizzato maggiormente da una trasmissione anche solo leggermente più mainstream, perché vive di un mondo di tempi e ritmi tutto suo, creato nel tempo, e mantenuto con la grazia di chi si diverte lavorando e non si dimentica mai né che si sta divertendo né che sa lavorando. Cominciamo bene Prima (la prima parte, appunto, dei Cominciamo bene che ogni mattino Rai Tre ci trasmette) è così: o lo si ama o si fa finta di non guardarlo, mentre si fa colazione tardi o si è uno studente di ogni ordine e grado a casa malato.
Certo, forse non è il caso che sia realmente Pino a recitare le opere poetiche che ci pone spesso come esergo per le sue puntate.
Non veste estremamente sobrio, e per giunta lo vediamo spesso appena svegli, se abbiamo naturalmente la fortuna di fare o non fare un lavoro che ci permette di vederlo effettivamente. Dice un po’ troppo spesso “per la regia di” perché possiamo credere in toto al suo senso dell’umorismo quando parla col suddetto pianista. Ma Pino è un conduttore sincero, che tratta nella sua trasmissione di qualcosa che non solo conosce, ma che perfino ama: il buon teatro di prosa di una volta, quando viene proposto anche oggi, e non è anacronistico né con Michelle Hunziker o Manuela Arcuri. Senza dimenticare rievocazioni semi-spiritiche di grandi interpreti di sceneggiati televisivi Rai del passato, e di brani che hanno fatto il passato remoto della grande tradizione della canzone italiana.
E’ il Paolo Limiti dei più piccini, anche se tratta delle stesse epoche, con quella particolare forma di nostalgia che si prova solo per le cose per cui, per motivi cronologici, non si può tecnicamente chiamare nostalgia, ma più che altro perversione per Nilla Pizzi.
Negli ultimi tempi, spesso puntate intere sono dedicate alla riscoperta di uno sceneggiato girato e interpretato benissimo, di quelli che ci fanno domandare, ed era il caso di farlo davvero, come sia possibile non solo che la gente veda certe fiction recenti (prima fra tutte, non dimentichiamo mai Guerra e Pace con Alessio Boni), ma anche come sia possibile che vengano girate e sponsorizzate. Poi, ci ricordiamo quanto ascolto fa Strabioli anche al mattino - così di nicchia, se vogliamo, eppure così contaminato dal prime time – e tutto torna a non sorridere.
Scena per scena, poniamo il caso, “Cime tempestose” del ’56 viene prima raccontato e poi analizzato. Il conduttore si accompagna a due giovani attori che ne discutono con la giusta dose di ammirazione e rottura di scatole. Perché un giovane, beninteso, deve rompersi le scatole davanti a un Cime tempestose ’56. Ma poi dovrebbe avere i mezzi interpretativi, e soprattutto logistici e produttivi in senso lato, per fare di meglio nel 2008. E invece no. Suonala ancora, grande Leo Sanfelice.
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martedì 22 gennaio 2008
La Dandini è tornata ma c’è aria di precarietà
(in edicola il 21 gennaio 2008)
In barba a quelli che la davano per chiusa anticipatamente, Serena Dandini ha ripreso il suo “Parla con me” con la grinta in più della partecipazione amichevole o straordinaria di Paola Cortellesi, a seconda dell’ispirazione del momento, che propone in apertura di puntata una grigia versione solo politicamente scorretta di un misto fra la Vulvia di Corrado Guzzanti (Rieducational Channell) e se stessa quando faceva ridere veramente. Neanche la scena in cui Vergassola distribuisce cannoli festeggiando la condanna di Cuffaro è nello stile cui ci avevano abituato conduzione e regia della trasmissione più interessante della seconda serata domenicale, inutile puntualizzare. C’è nell’aria un’aria di precarietà che prima non c’era, che spinge a punzecchiare forse dove è impossibile che faccia ancora male i mostri, i folli o i rifiuti che un tempo sarebbero stati satirizzati più onestamente.
A dire il vero lo spirito di prima delle vacanze natalizie non torna neppure nella parodia di Renato Carosone ad opera della Banda Osiris. Si pensi solo che i versi top della versione post-mastelliana di “Io, mammeta e tu”: “Alla Asl o alla Regione vanno chille ‘e Ceppalone”. Una vera occasione sprecata, che anche solo un paroliere delle Iene avrebbe reso una delle hit del trio Medusa, da cantare rigorosamente in piazza di Montecitorio.
Sempre di pregio, d’altro canto, l’Andrea Rivera degli scherzi citofonici, in esterna. Che non solo contribuisce, seppure in minima parte, a far rivalutare questo importante capitolo, troppo spesso dimenticato, delle scienze della comunicazione, quando ancora non c’era scienze della comunicazione. Ma, soprattutto, ha il merito di farci conoscere un lato inatteso delle vittime delle sue incursioni nel mondo del sondaggismo: al citofono, i campioni sono sempre diversi da come sono al telefono o per strada. Hanno una presenza di spirito che non è intimorita dalla visione di un microfono, né troppo rilassata, per il sedere in poltrona, e riesce spesso a fare sfoggio di risposte più brillanti di quelle di tanti ospiti televisivi di alto rango o bordo. Un esempio per tutti: la nonnina che, alla domanda se sia in casa lo spirito di Galileo Galilei, risponde senza indugio alcuno: “ No, ma sta al piano di sotto”. Gli ospiti d’alto rango o bordo di questa puntata, invece, sono nientemeno che Vandana Shiva l’ecologa sociale e Raoul Bova l’attore asociale.
Vandana propone viaggi in cammello e l’idea che vestire tutti uguali e avere il cervello clonato significa fascismo, e dopo ognuna di queste affermazioni sorride come un grande professore quando fa una battuta particolarmente intelligente, una di quelle per c’è bisogno di un certo ottimismo per considerarle comprensibili dal pubblico. Con Bova, invece, torna la vecchia Dandini molto intelligente e gran salottiera sostenibile. Il paragone con Dario Vergassola, che la spinge a citare la Shiva della “bella varietà della natura” è solo l’inizio di una serie di convenevoli di charme che viene interrotta solo dall’arrivo di Vergassola stesso, in forma smagliante, a disfare come al solito in cinque minuti il personaggio che anni di nuoto, e cinque minuti di intervista della Dandini, erano riusciti a tessere.
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lunedì 14 gennaio 2008
Blob Pao & Lino, il clou del trash nelle dis/cariche
(in edicola sabato 12 gennaio 2008)
Le puntate di Blob firmate dalla coppia Pao & Lino hanno un sapore tutto loro. Innanzitutto perché sono leggermente eretiche rispetto ai comandamenti del classico montaggio da Blob. La critica, le idee espresse nel taglio di una sequenza, non si basano solo sull’accostamento di scene di film o spezzoni di tv, che pesino sulla nostra immaginazione come macigni da spostare con l’analogia o il contrasto, come del resto si formano tutte le bellezze e le bruttezze che si possano concepire. Insomma, di solito Blob, in soldoni, propone Kapò e poi Berlusconi (oppure Berlusconi che prova a co-produrre Kapò, al parlamento europeo, ma questa è un’altra storia). O ancora Prodi che va in bicicletta, e una fiction su Bartali. C’è da dire che spesso le similitudini sono più divertenti o profond di quelle che abbiamo esemplificato, ma questo deve essere uno dei motivi per cui non siamo ancora autori di Blob anche noi.
Pao & Lino, rispettando quel piccolo manifesto poetico che è nel loro nome de plume dualistico e serrato, invece, amano riempire di significati anche pochi secondi di tre, quattro, cinque eventi mediatici, e giocare con loro nelle infinite direzioni che possono prendere i nostri volti nel tentare di seguirle, staccando ogni pochi secondi una realtà dal suo capovolgimento, o viceversa, senza esclusione di colpi. E’ una sparatoria in difesa della televisione – o contro di essa – talmente forte che non si può ripetere tutti i giorni, e neanche per tutta la puntata ma, quando arriva, la attendevamo. Quella di questo mercoledì si intitola Dis/cariche (e, certo, giunge presto il momento in cui potreste cominciare a pensare che Pao & Lino giochino molto con la tabelle dei simboli di word, ma del resto è coerente, perché nel suo corso il pattume si alterna alla polizia che affronta la folla, che affronta la spazzatura).
I momenti clou di Dis/cariche sono senza dubbio quello meraviglioso in cui, dopo una scena del Monnezza-Milian e una della vera immondizia campana, gli autori mostrano Raffaella Carrà ospite a Bombay di Boncompagni, che urla davanti a un grosso topo finto che il suo pigmalione agita davanti al caschetto di lei, ancora biondo e tanto, tanto impaurito. Forse, la seconda parte della puntata, è poi un po’ scontata. Ma forse possiamo perdonare, tanto sono cruente le immagini di rivolta che provengono da Quarto Flegreo, e tanto fa sempre sensazione temere un attacco epilettico davanti al contrasto fra i capelli di Michela Vittoria Brambilla sullo schermo blu col logo di Porta a Porta, e poi dimenticare tutto. In sostanza, Pao & Lino concludono il loro compito mostrandoci brani del trash, della spazzatura televisiva proveniente dai primi giorni di questa settimana. E quindi la Brambilla con autoreggenti da Vespa, appunto.
Lo stesso Prodi che legge un comunicato stampa sull’emergenza rifiuti, ed è come se parlasse, solo un po’ peggio. E infine l’immncabile Claudia Koll che parla della sua fede cattolica (fra l’altro, pare che ora insegni anche in una scuola di spettacolo sulla falsariga di Amici di Maria De Filippi retta dalle Orsoline, e non è una battuta). Aspettiamo sempre un Blob Pao & Lino che mantenga il livello dei primi cinque minuti per tutta la sua durata.
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venerdì 11 gennaio 2008
Dagli Usa Ballarò alla ricerca delle diversità
(in edicola il 10 gennaio 2008)
Solo per la qualità dei servizi in esterna, la puntata di Ballarò di questa settimana merita di essere ricordata come una delle più memorabili della stagione, anche se è dedicata ai sistemi elettorali e in una certa parte al problema dei rifiuti in Campania, probabilmente gli uni come metafora dell’altro. E’ innanzitutto affascinante notare come ancora una volta, come sempre nella trasmissione di Giovanni Floris, il dialogo fra diretta in studio ed rvm fuori sia serrato e sempre originale. Questa volta, si tratta di far notare le differenze fra noi e l’America. Finché di una tema così se ne può occupare anche Floris (e non solo Crozza e i vari comici dell’assurdo, un giorno che le differenze saranno finite), ne possiamo parlare a nostra volta con un certo sollievo. Indimenticabile la scena in cui un giovane repubblicano si converte davanti al solito pubblico delle grandi occasioni, in qualche centro congressi dell’Iowa. Metà del pubblico sono donne che gridano in estasi come se Benny Hinn il predicatore a televisivo avesse guarito Umberto Galimberti (che, del resto, è ospite in collegamento) dalla somiglianza con il comico anni ‘80 Enrico Beruschi.
L’altrà metà lo saluta distrattamente sollevata e un po’ rassegnata, come quando degli alcolisti anonimi ti accolgono tutti con lo stesso saluto e sorriso, quando ti presenti per la prima volta, almeno nei film. Riguardo a Galimberti, ricordiamo come una sorta di doppio consiglio materno tardivo o immaginario – in ciascuno dei due casi non ci è stato purtroppo dato in tempo – come forse bisognerebbe sempre diffidare di un filosofo che accetta che il suo titolo da titolo sottopancia sia effettivamente “filosofo”. E’ qualcosa che da tempo anche Massimo Cacciari rifiuta puntualmente. Avremmo capito anche maestro di vita, guaritore, giornalista. La seconda parte del consiglio è di diffidare da chi si definisca filosofo e somigli moltissimo a Enrico Beruschi, anche nell’accento. Cesare Salvi, a modo suo, molto civilmente, ha capito tutto e ride pochissimo. Un muro più amaro del solito, fa da scenografia alla puntata: due topini-pubblico che osservano le rovine della televisione per come la conosciamo, rappresentata sottoforma di rifiuti tecnologici (monitor, parabole) che riempiono una discarica in cui i due non pensano neanche per tutto il formaggio del mondo (ce ne fosse!) di soffermarsi.
Mentre, sulla sinistra, continuano ad arrivare nuovi rifiuti, ancora più à la page dei televisori: sacchi pieni di euro, un uomo intero in giacca e cravatta, una bilancia rotta, antico simbolo dell’ingiustizia. Invece Maurizio Crozza, cui è affidata l’apertura della puntata, è un po’ sotto la sua media, e si esibisce nel tipico lato oscuro della sua comicità: svarioni di francesismi sul tema del paragone fra Sarkozy e Prodi che fanno ridere solo l’educatissimo Enrico Letta, anche perché viene prima nominato da Crozza e poi inquadrato puntualmente dalle telecamere. Un uomo in maglione brilla nel parterre, ospite come gli altri, ma non ha nemmeno un maglione colorato strano alla Crepet che, pure, basterebbe a sconvolgere sempre Vespa: si dice sia un vero sindacalista, si chiama Raffaele Bonanni e speriamo che a Ballarò resti come ospite fisso un po’ alla Tremonti dei vecchi tempi.
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lunedì 7 gennaio 2008
Stop a Parla con me? Speriamo sia una bufala
(in edicola il 22 dicembre 2007)
Quello che riguarda la fine anticipata delle trasmissioni di “Parla con lei” - dopo la puntata del 16 dicembre - e di conseguenza di una certa parte della Serena Dandini televisiva (quella che più apprezziamo, non solo come spalla-autrice, ma anche come conduttrice di se stessa), è l’altro rumour che non avremmo voluto sentire, quest’anno, dopo la notizia della chiusura del Teatro Ambra Jovinelli di Roma, per come la stessa Dandini lo aveva reinventato e gestito per anni. Si è subito rivelato ampiamente falso.Il peggiore, di gran lunga, è naturalmente quello sulla possibilità di una stretta collaborazione, e per giunta domenicale, fra Dandini e Simona Ventura, e magari proprio frutto di una possibile, ma scongiurata, sospensione della trasmissione di Rai Tre. Il fatto che in particolare questo secondo “sentito dire” non sia mai neanche una volta stato smentito, ci fa concretamente sperare che anche in questo caso si tratti di un’invenzione totale. Un buon programma come questo, può durare anni ancora, continuando ad essere relativamente non solo al passo, ma anche avanti coi suoi tempi.
In qualche caso, più che buono, è ottimo: basti ricordare l’intervista doppia a Carlo Verdone e Silvio Muccino, che riuscì in un solo colpo a farci parzialmente riabilitare Muccino e a mostrarci in atto la leggendaria ipocondria di Verdone. Non toglieteci una Dandini che si è slegata, parrebbe ormai in maniera del tutto definitiva, dal solito ruolo dell’autrice che, per comparire in scena, deve parere goffa, un po’ secchiona, al limite benpensante e comunque goffa, come un albatro su un ponte di nave o – fatte le dovute proporzioni – una colomba in una piazza d’armi, com’è la televisione italiana. Una disturbatrice che, insomma, per poter disturbare, deve continuamente, retoricamente proporre il silenzio o, peggio, la retta via, al comico “irregolare” che occupa tutto il resto della scena. Un piccolo classico, ma che può stancare alla lunga. Parla con lei ha dimostrato, nel corse delle edizioni, che invece quella comicità, prodotto sì di qualche istante di pure genio e intuizione, ma affidato a qualche esecutore (anche quando quel genio si chiama Corrado Guzzanti, beninteso, e quindi diciamo tutto questo un po’ più controvoglia) si può diluire, ammaestrare e distribuire nel corso di un’intera intervista a un politico, a un attore, a un regista, ad esempio. E non per questo perdere di fascino o di irrealismo, se la comicità è anche questo, e lo è senz’altro.
Ma senza perdere, qualche volta, l’occasione di adattarsi alla realtà, per una volta senza scimmiottarla. Questo programma, se pure fosse mai in qualche modo sospeso, continuerebbe ad avere un grande merito: in fondo, quello di non essere stato adatto a questi tempi terribili – come parecchi illustri suoi colleghi hanno saputo dimostrare sulla loro pelle contrattuale - per la televisione e per la maggior parte delle restanti vie per l’espressione dei talenti italiani, in Italia, per vie che un tempo si sarebbero definite “artistiche”, ma che ora possiamo dire anche solo “autentiche”. Le quali due parole , che non sono quasi mai state sinonimo, oggi, che da Maria De Filippi si fingono anche i preliminari.
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giovedì 13 dicembre 2007
La fine mesta di Chi l’ha visto? Puro voyeurismo senza glamour
(in edicola il 12 dicembre 2007)
Più il tempo passa è più l’antichissimo (e gloriosissimo) programma di Rai Tre del lunedì sera, Chi l’ha visto?, rischia di avvicinarsi a una tristissima versione in chiave cronaca nera di certe sezioni di Studio Aperto. Sempre più i suoi servizi, con quelle le voci fuori campo concitate, e soprattutto quelle immagini di repertorio di questo o quello scomparso ormai celebre, riproposte in rulli che sembrano infiniti, rasentano un voyeurismo non già delle solite donne nude, ma di donne purtroppo rapite, adescate, che per forma, e per contenuti, anche se svuotati della componente glamour che giustifica in fondo - anche secondo numerosi detti popolari - ricorda molto quello che tira così tanto su Italia Uno. Per carità, certo si continua a fare il proprio dovere: la sostanza, nel corso della maggior parte del metraggio del programma, è mantenuta: si ospitano appelli di familiari e amici di persone scomparse, che non troverebbero mai la stessa visibilità se solo affissi a una bacheca universitaria, o affidati al soffio incostante e deformante del passaparola. Ma la forma, che spesso è uno specchio di gran parte della sostanza stessa, sta cambiano, e ci sembra in peggio.
Non siamo ancora al punto di godere di una versione televisiva di Cronaca Vera , come succede sul web con la molto cliccata “CronacaQui.it”, e i suoi titoloni indignati o solo incazzati (o, ancora più semplicemente, ispirati a un generico ma non meno corroborante: “Assassini, la pagherete”, postato in home page ogni due o tre giorni, per sicurezza). Però è abbastanza evidente e significativo come la formula dello storico programma della televisione utile italiana (insieme a Mi manda Rai Tre, Report e poco altro, se per utile non si intende anche certa parte della programmazione notturna di molte tv locali), sta modificando lentamente e geneticamente la sua formula più classica. Quella per cui la sintesi, la freddezza ma anche la precisione con cui si lanciavano gli appelli, era anche una forma di garanzia per tante più famiglie che si rivolgevano al programma, che ormai ospita soprattutto “notizie” di scomparsi che, per quanto gravi e documentati siano i loro casi, non hanno certo bisogno anche di Chi l’ha visto?, oltre che dei tg e dei talk di mezza penisola, e il lavoro delle forze dell’ordine, per avere più chance di essere finalmente risolti.
A volte la coincidenza con i modi e i tempi dei tipici talk-show a caccia di ascolti facili del pomeriggio, è pressoché totale. Sulla piccola Denise Pipitone, ad esempio, ancora lunedì – e sì, dopo le ultime novità sulle possibile responsabilità della sua sparizione, ma anche dopo tre anni di ricerche certamente svolte con la massima professionalità dagli organi competenti – collage di foto interminabili, e commento audio che suona di colonne di nera di profonda provincia. “La piccola Denise Pipitone non aveva ancora compiuto quattro anni. Con quel suo visetto buffo e dolce, quel giorno, su questo marciapiede davanti a casa sua, si ritrovò improvvisamente sola al mondo. Fu proprio allora che qualcuno la prese per mano, e la portò via per sempre”.
Forse non solo gli spettatori potenziali segnalatori di notizie e avvistamenti (come metafora del loro ruolo, appunti, di spettatori), ma naturalmente gli stessi familiari delle altre vittime, ma soprattutto la stessa Denise, se ancora c’è speranza di ritrovarla, meriterebbero tutti un trattamente diverso.
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mercoledì 12 dicembre 2007
Cocaina
(in edicola l'11 dicembre 2007, anticipazioni e commenti qui)
Mentre il resto del paese continua a chiedersi quanto esattamente faccia schifo o faccia ridere l’immagine del corpo di Giuliano Ferrara nudo in una vasca da bagno, (con un gruppo di dirigenti del centrodestra che gliene vivacizzano la permanenza all’interno), Rai Tre, domenica, propone uno di quei documentari che riescono a lasciare il segno sulla realtà, quantomeno in una misura proporzionale a quella con cui ne sono ispirati: Cocaina.Il fatto che Maurizio Gasparri si sia scagliato da subito - dopo il solo promo - contro la messa in onda del documentario (ritenendolo un incitamento all’uso della stessa droga del titolo) forse ci aiuta ulteriormente a capire quanto potessero essere sterili, a loro volta, le polemiche di Mastella contro Il capo dei capi, la fiction biografica su Totò Riina. Questo docu-film è stato realizzato dagli stessi autori di Residence Bastoggi - Roberto Burchielli e Mauro Parissone - uno dei capitoli più visti e poi citati della loro serie “Il mestiere di vivere”, cui pure appartiene Cocaina, e che sta cambiando il modo di guardare a certi aspetti della vita, in televisione - anche perché, prima, non li si guardava affatto.
In Cocaina si racconta l’evoluzione di questa sostanza dagli infiniti soprannomi d’affezione (bamba, neve, semplicemente coca), da droga dei ricchi che hanno raggiunto il successo a quella del ceto medio, e anche medio basso, fino al molto basso, che non lo raggiungerà mai. E, soprattutto, senza neanche per una scena incappare nell’effetto Iene – o, peggio, quello “Lucignolo” di Studio Aperto - perché non indulgerebbe mai e poi mai al divertimento, alla battuta, all’estetica del facile eroe negativo da cui sono invece decisamente rovinati i servizi in notturna di Italia 1, e da cui Gasparri dovrebbe essere decisamente più preoccupato.
Neanche il linguaggio colorito dei poliziotti della Questura di Milano protagonisti del documentario, o le loro espressioni da gente che conosce sì il dramma dei tossici, ma ci convive al punto da considerarlo un qualunque obiettivo di una giornata di lavoro, riescono a rendere piacevole in senso televisivo alcun agguato a spacciatori, alcun inseguimento di “pali” o grossi clienti. A meno che non si consideri piacevole in senso televisivo qualcosa che assomiglia a una delle peggiori puntate della nostra realtà.
E, come quando riflettiamo sui peggiori programmi televisivi, di quelli che davvero rendono impossibile una serata a chi sia costretto da un parente stretto a vederli (chi ha più colpa, la Ventura o mia sorella che la guarda?) – e non parliamo solo di reality di serie B – la domanda più alta che ci pone il lavoro di Burchielli e Parissone resta una sola: se sia nato prima lo spacciatore, più o meno organizzato o il tossico, già disperato. Solo che, a differenza, di molti altri casi simili, Cocaina una soluzione ce la dà, grazie alla facce degli uni o degli altri, o alle loro voci, quando la loro paura costringe i montatori a nascondere il volto di un cliente o di un “venditore”: entrambe le categorie sono vittime dello stesso identico modo, e non solo perché spesso una transizione o una trasversalità fra le due è facile come tirare la prima striscia da “addetto ai lavori”.
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lunedì 10 dicembre 2007
Blob con la variante Berlusconi Veltroni
(in edicola il 7 dicembre 2007, anticipazione e commenti qui)
C’è chi dice che si potrebbe sapere tutto di ciò che accade nella televisione italiana guardando solo un programma: Blob, con un “aiutino” supplementare da parte della Vita in diretta, quando realmente corrono mala tempora, o c’è un reality inguardabile in corso, su Rai Uno. Quell’uomo della strada avrebbe certo la sua parte di ragione, stremato dal gioco di specchi del palinsesto nazionale, in cui le cose esistono e le azioni avvengono non più, solo, se sono trasmesse; ma soltanto se sono trasmesse, e ritrasmesse in una versione opposta alla prima, e il più possibile deforme e gesticolante.
Una nuova, memorabile puntata del programma ideato da Enrico Grezzi, gli viene incontro, indagando sulla necessaria doppiezza costitutiva di ogni entità televisibile: obbligatoriamente scomposta in sé e il suo opposto, perfino più rozzo o maleducato. Come i Duellanti di Conrad si odiano, si combattono, ma in fin dei conti si ringraziano sempre, l’un l’altro, di esistere, perché se non fossero tutti e due al mondo, non lo saprebbe nessuno che faccia avrebbero, e come la pensassero sull’omicidio di Meredith o sul welfare. Ad esempio, gli ospiti dei talk-show sono scelti così, e vanno sempre in coppie di contrari: la modella e il vecchio parlamentare di lungo corso. Anche nei reality: ti picchio, ergo sum.
La Tv, se ci fate caso, è un’immensa puntata di Forum, non sempre con Rita Dalla Chiesa. Solo, infinitamente meno interessante.
Ci sono dei duetti che rappresentano dialettiche fulgide come gli amori sacri e quelli profani della pittura: Veltroni e Berlusconi, ad esempio. Che, sì, vengono fatti nascere da un orribile corpo a due teste di qualche alieno di un film di fantascienza (scena di apertura) ma poi si separano completamente, e sanno vagare per metà della puntata di Blob in programmi, location, piazze diverse, per quanto rappresentino due facce della stessa moneta, antica come la politica, ma all’occorrenza nuova, come la terza repubblica: l’estremista moderato, e il moderato estremista.
Ci sono altri personaggi, invece, così tragici che presentano in un solo corpo e in una sola mente contorta, uno di quei duelli, e non solo perché hanno due cognomi: come don Gianni Baget Bozzo. Blob ci fa soffermare sull’ultima, bellissima puntata di 8 e mezzo di Ferrara, in cui il sacerdote è ripreso mentre lotta come posseduto da una lingua non sua, che interrompe il fluire altrimenti limpidissimo dei suoi pensieri, come se il demonio che, certo, possiede il suo avversario, nell’altro riquadro del suo collegamento, si fosse divertito un po’ anche dalle sue parti, facendolo parlare - per qualche minuto di calo estremo degli ascolti - in una lingua sconosciuta anche a Massimo Cacciari, che se la ride da Venezia.
Ma il vero capolavoro è un altro momento, del Blob di mercoledì. La massaia della tipica pubblicità di detersivo per colorati, che si lamenta che i due colori della maglia a righe del suo figliolo: “a furia di lava, lava, era un bel capo; ma, ora, il nero, è un grigio topo, e l’altro colore, si incupisce”. Non avevamo ancora sentito dire una cosa così intelligente e veritiera al tempo stesso sulla situazione attuale del nostro tentativo nazionale di bipolarismo.
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venerdì 30 novembre 2007
Blob, il lato cubista della televisione
(in edicola il 29 novembre 2007, commenti qui)
Si sa che Blob (Rai Tre, ore 20 e 10), da sempre, ha il merito di mostrarci il lato cubista della televisione. Vale a dire quanto, cambiando l’ordine degli elementi – e soprattutto dei contesti – a disposizione, il risultato (il significato) cambi, eccome. Blob è la rivincita del video sulla libertà interpretativa che ha solo l’immagine fissa, apparentemente statica di una foto. Immersi nel senso di una foto, possiamo navigarci in che direzione vogliamo; anzi, lo creiamo noi il suo senso di percorrenza: andata e ritorno, quando puntiamo gli occhi sull’immagine, e quando li distogliamo. E’ come una nostra ripresa, con camera rigorosamente a mano, dell’oggetto che guardiamo. Non esiste altra immagine di quella che è compresa fra questi due momenti, ed è diversa non solo da soggetto a soggetto che la guarda, ma anche lo stesso soggetto farebbe fatica a riconoscere la stessa immagine, se la guardasse con sincerità, in momenti diversi della giornata o della vita.
Il video, invece, e soprattutto la televisione, è un’immagine del mondo, dell’esistenza o di Luisa Ranieri, che è stata già sottoposta ad una di queste osservazioni creative, ed è stata cristallizzata, catturata per sempre in un RVM o diretta che sia, ad uso di gente (il pubblico) che quella stessa visione non ha avuto. Questo, perché o quell’immagine – così interpretata – è particolarmente bella, e dunque meritevole di essere condivisa, oppure perché è particolarmente utile, e quindi degna di essere somministrata. Blob ha capito questo molti anni fa, e la sua azione quotidiana è di restituire alla libertà di un proprio personalissimo montaggio l’immagine televisiva, da immobilizzata, per quanto in movimento, che era. E, soprattutto, invita il suo pubblico affezionatissimo a fare altrettanto, magari in scala più piccola, attraverso quello strumento d’opinione, sempre sottovalutato, che è il videoregistratore. Detto questo, anche la puntata di martedì è stata magnifica.
Il parallelo fra Adriano Celentano ed Emilio Fede, magistrale. L’uno che si abbevera, mentre parla, l’altro che produce saliva, e pure parla, sono un ecosistema perfettamente autonomo dal punto di vista dei liquidi. Due modi di reinventare due generi televisivi (il varietà e il telegiornale) attraverso un simbolismo fittissimo di rimandi, di collegamenti a due idee: l’uno il proprio disco appena uscito, e l’altro il proprio cantante preferito. È come un’intervista doppia non autorizzata, un dialogo filosofico clandestino: cosa che tendono a instaurare la maggior parte degli stacchi fra un personaggio e l’altro, in Blob, ma questa volta con una perfidia e un’intelligenza ancora più flagranti. E mentre smonta e rimonta pezzi della nostra storia quotidiana, non c’è un momento in cui Blog non diminuisca e aumenti, al tempo stesso, il valore del lavorio continuo delle immagini sulla nostra coscienza e sulla nostra immaginazione. Nel riordinarle, in modo apparentemente contrario a quello proposto dai loro autori, e facendoci, d’improvviso, apparire così bizzarra o interessante una semplice intervista a Mario Borghezio, ci spiega con una precisione esemplare dove sbagliamo noi e cosa hanno indovinato tanti autori di televisione sbagliata, disonesta o solo brutta. Se basta cambiare colonna sonora a un discorso sgrammaticato per farlo sembrare solenne o irresistibilmente comico, basterebbe anche solo il tasto di un telecomando perché questo stesso rischio non si corra più.
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lunedì 12 novembre 2007
Enigma, la prova dell’esistenza di Augias
(in edicola il 10 novembre 2007)
Enigma di Corrado Augias (Rai Tre, 23.40, il giovedì) resta l’unica prova della possibilità della vita in tv di un bravissimo giornalista italiano, cui riesca ancora di essere trasmesso a orari non marzulliani – e non necessariamente reincarnandosi sottoforma di opinionista all’Isola dei Famosi – ricostruendo delle storie, ben collocate nella storia, e senza perdere troppo in interesse, pur coniugando serenamente il maggior numero di verbi possibile. Almeno quando il tema della puntata è ben scelto. Ed è il caso della puntata di questa settimana, che si occupa dei lati in ombra della vita di Grace Kelly in Grimaldi di Monaco. Augias divide lo spazio a disposizione fra filmati molto ben scritti e una sua forte presenza nello studio, che viene personalizzato di puntata in puntata, e questa volta ospita, come elemento chiave, un modello di automobile identico a quello che rese la principessa vittima di un incidente e di una fine misteriosi.
I dubbi e le ipotesi sul perché di quella morte (fino alla più “telegenica”: esoterismo, o quasi incantesimo, come sostiene la sorella di Grace) sono presentati da un conduttore che apre lo sportello della vettura in studio, ne constata la pesantezza, la durezza del volante, come simbolicamente non pretendendo di entrare nella storia o nella verità, ma solo nella versione di essi che lui cerca di darci, giacché l’originale della macchina è andato distrutto nell’incidente stesso – come probabilmente anche quella verità.
Apprendiamo che poco tempo prima della sua morte la principessa sarebbe entrata e uscita dalla cosiddetta setta del Tempio solare, che richiedeva 20 milioni di franchi per l’iniziazione, e che comprendeva quindi membri dell’alta finanza europea dalle strane abitudini. Come, ad esempio, quella di suicidarsi nel numero di 53 elementi qualche anno più tardi, per quanto allora sparsi in varie parti del globo, soprattutto Canada.
La mancanza di indagini sull’incidente, il respiratore subito staccato, la stessa automobile passata inosservata come prova di qualcosa che non fosse semplicemente fatalità, fanno inizialmente temere il peggio. Si prosegue con le dotte annotazioni dell’esperto di religioni (quantomeno alternative) Massimo Introvigne – sul fatto che i membri di quella particolare setta non gradissero particolarmente il mondo terreno, destinato secondo loro a una fine atroce, e che si invitassero vicendevolmente al suicidio, soprattutto se effettuato in un certo momento astrale che li avrebbe trasferiti tutti sul pianeta Sirio, a miglior vita. Ma quando Corrado prende a dare le sue risposte a queste domande, la scenografia sposta l’attenzione sullo stemma dei Grimaldi, che occupa ben due monitor e un pannello alle sue spalle, e quell’aquila bicipite fa perfettamente al caso del suo pensiero, necessario, su come, semplicemente, non ci siano rose senza spine.
E, che tutto questo abbia o meno a che fare con la morte della moglie di un sovrano, finiamo per riflettere più generalmente su come le migliori attrici siano già molto principesse anche nella vita, e di come tutte le principesse siano del resto un po’ attrici, anche quelle che non hanno nel curriculum diversi film indimenticabili, e cambiamo canale preoccupati soprattutto di un segreto, stavolta, di Pulcinella: come mai Augias non è un uomo di punta della nostra televisione, come dovrebbe invece essere.
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venerdì 9 novembre 2007
Cosa sarebbe il Ballarò di Floris senza la sua premiata claque?

(in edicola l'8 novembre 2007)
Le cose che ci piacciono di più di Ballarò (sesta edizione, il martedì su Rai Tre in prima serata) sono da sempre il grandioso muro-scenografia e il pubblico. Un tempo, anche quella certa ruvidezza di Floris, quell’intollerenza alla mediocrità e al pressappochismo anche terminologico, da conduttore ancora inesperto di televisione, ma accademico di politica, che preferiva, ogni volta che gli fosse possibile, il più umile e preparato degli ospiti in collegamento, rispetto al potente ministro niente affatto tecnico in studio.
Ora, molto più sciolto e conosciuto, rasenta ormai una conduzione televisiva classica, nei tempi e nei modi dell’esperienza acquisita, ma sempre lungi da certe facili tentazioni di vespismo, che pure un ruolo come il suo devono presentare come allettanti sirene, superate le colonne d’Ercole del successo e di molte pubbliche relazioni. Il programma si apre con una sigla animata che presenta il tema della decorazione della scenografia, e dunque della puntata, realizzata da Lorenzo Terranera, con la puntualità e la presenza di contenuti da vignettista navigato, ma anche la grandiosità di scala da artista a tutto tondo. La sigla altro non è che una sorta di backstage della realizzazione del muro, che sintetizza, dal foglio bianco al colore, i tratti che questo illustratore azzeccatissimo esegue ogni settimana.
Potremmo quasi dedicare un articolo a ogni muro, che comunica da solo più di interi programmi analoghi a Ballarò, concorrenti diretti o separati in casa Rai. Stavolta, tutto comincia con una linea dritta nel mezzo dello schermo, che pare dapprima una strada, che scorra sicura e determinata nel paesaggio che le si va disegnando intorno, elemento dopo elemento. Ma appena anche il cielo che le fa da sfondo è terminato, e la vera strada, capiamo, è quella da cui proviene l’osservatore. Che, a sua volta, è osservato da una moltitudine di gente: operai, studenti, giovani madri, bambini. Quella che credevamo una strada si è trasformata nella barriera di un passaggio a livello, che separa quella gente da noi, e da un ferroviere come stupito di quella distanza, che ci guarda preoccupato come un padre di famiglia o un sindacalista di coscienza guarderebbe il capo o il politico di turno che potrebbe dare il comando perché quella barriera si alzi, ma non lo dà. Dal canto suo, adagiato proprio in questa scenografia, il pubblico in studio di Ballarò è un altro piccolo fenomeno mediatico, perché uno dei più liberi e schierati al tempo stesso.
Floris ha imbroccato un uovo di Colombo per il problema decennale dell’applauso finto nei talk-show politico-economici. A volere solo applausi veri, e invitando molto spesso Tremonti, si rischia il silenzio, al termine delle battute, con tutto il rispetto per il suo senso dell’umorismo da tributarista lombardo – per quanto evidentemente andato a scuola di conversazione da Berlusconi, mentre lui prendeva appunti su debito pubblico e pornotax. E allora le due parti in causa – in cui necessariamente si divide ogni puntata – godono ognuna di una sua specie di claque particolarmente motivata, e disposta anche geopoliticamente secondo la sua preferenza. Studenti, soprattutto scienze politiche Luiss, la scuola da cui proviene Floris, da una parte, Forza Italia Giovani e suggeritori e assistenti di vario tipo dall’altra, in un equilibrio di entusiasmo (o mancanze di esso) che spesso rasenta il simbolismo della democrazia e delle pari opportunità.
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giovedì 8 novembre 2007
I mattinieri diano una chance al caffè di Corradino Mineo
(in edicola il 7 novembre 2007)
Chi si alzi spesso alle 6.30 del mattino, e non abbia mai dato almeno una chance a Corradino Mineo (Il caffè di Corradino Mineo, appunto) di essere suo compagno di colazioni, non merita l’onestà intellettuale e la dedizione di questo solido professionista.
Quest’uomo è inviso a molti per l’idea che si sono fatti che sprechi denaro pubblico, nel realizzare il canale Rai News 24, con 100 giornalisti, 35 milioni di euro l’anno, e solo 3000 ascoltatori al giorno, secondo le accuse più gravi del Giornale. Corradino non avrebbe quasi bisogno di replicare ad esse urlando che quella cifra di ascolto non tiene conto dei visitatori del sito e degli ascolti in chiaro su Rai Tre: il suo valore non può che andare oltre la semplice statistica, e forse anche il dato sensibile in generale.
Resta il fatto che il canale che dirige è lungi tanto dall’essere una Teleroma 56 nazionale, quando, del resto, dall’essere la Cnn italiana, come si era pensato di dire all’inizio, senza che neanche i parenti più stretti di Mineo, da Palermo, ci avessero creduto, nemmeno per le prime 24 ore delle molte a venire.
Non c’è solo l’appuntamento delle 7, quando, pure, viene il turno di Corradino e del Caffè, e quindi la redazione si ferma, alla marchese del Grillo, c’è da credere, dopo tanta fatica. Momento unico, che Mineo con i suoi noti cali di voce da compagno di classe puberale, e ospitate miracolose, dato l’orario, ha saputo trasformare la quarta o quinta rassegna stampa – in ordine cronologico, non d’importanza – per i telespettatori italiani, anche nel salotto del suo canale. Ieri un Aldo Cazzullo particolarmente ammirato dal modello di auricolare di Corradino, presenta il suo ultimo libro Outlet Italia. I notiziari – fra cui il più seguito è proprio quello delle 6.30, perché trasmesso anche su Rai Tre, poco prima del Caffè – vengono scanditi con una snellezza introvabile in altri telegiornali italiani. Nella maggior parte dei casi, il titolo è anche la notizia, e dura poco più di trenta secondi, come uno spot pubblicitario di approfondimenti sullo stesso sito web del canale o altri telegiornali più generalisti o spogliarellisti.
Dei collegamenti con giornalisti inviati all’estero, soprattutto di provenienza Rcs, invece, si riesce a dire che riescano facilmente, data una loro ora locale spesso più felice che in molti altri casi, ad essere più saldi e sicuri di un classico corrispondente di giornale Rai mainstream. Chi ha dimenticato, ad esempio, i mitici reportage del vecchio Del Noce nel TG1 dell’una da noi, sette del mattino a New York. Non manca, in questo stralcio in chiaro, l’intoccabile e amatissima radiofonica Emanuela Falcetti, dagli studi di Radio 2, sempre più a suo agio anche nell’uscita video, che le permette concretamente e ormai quotidianamente di ricordare una professionista sexy della web cam colta in un momento di particolare riposo. Come in un suo lato b, non solo audio, in cui del resto la sua competenza in fatto di rassegna stampa ragionata (la sesta o settima, a questo punto) non viene meno neanche per un titolo. Ieri, la notizia della mattinata, la morte di Enzo Biagi, trova una copertura molto completa anche solo pochi minuti dopo le 8, con una serie di coccodrilli video anche molto recenti, come quello col ricordo commosso di Ferruccio de Bortoli buttato giù dal letto, che ne sottolinea soprattutto il coraggio l’indipendenza anche davanti a scelte difficili come il coraggio e l’indipendenza.
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venerdì 2 novembre 2007
Passepartout Daverio, un Lucignolo di bellezze
(in edicola il 2 novembre 2007)
Guardare Passepartout di Philippe Daverio, domenica mattina, è come fare un viaggio astrale in compagnia di un amico immaginario, che non solo pare ci rivolga davvero la parola, ma addirittura ci accompagni alle biennali d’arte. Philippe ha trovato l’unico modo in cui una persona più intelligente e sensibile della norma possa riuscire a fare della televisione utile: parlarci dell’apparentemente inutile in maniera del tutto proficua, avvincente, mai scontata. L’esatto contrario di Milena Gabanelli.
Il nostro Lucignolo di bellezze non si ferma alla semplice critica istantanea, decretata a voce e a primissimi piani. Eppure, quella resta la parte più preziosa delle sue puntate. Ogni suo ammiccare o cipiglio ci dice qualcosa dell’opera che spesso lo sovrasta fisicamente, nel suo girovagare per corridoi e sezioni, ma da lui è governata intellettualmente, con la forza d’animo che sempre vanteranno i veri conoscitori sui critici solo accademici o verbosi. I dipinti più nuovi e oscuri, li comprende talmente che i suoi commenti sono quasi bravate concettuali, con cui, invece di toccare con mano un’opera proibita, a dispetto del guardiano di un museo, la tocca con la testa, a dispetto del suo stesso autore.
E ci propone strumenti che potremmo concretamente riutilizzare. Ad esempio, si sofferma molto sulle etichette delle opere. Nei padiglioni della mostra di questo biennio i lavori sono tutti talmente recenti e, alcune di essi, coraggiosi, che Philippe ha ragione da vendere nel dare tanta importanza alle date e ai nomi sotto ciascuno di quelli di cui ha deciso di parlarci. Leggendocele, e dando tanta importanza al pezzo, al nome dell’autore, e al compratore la cui “courtesy of” ne ha permesso l’esposizione, mette in evidenza un’altra cosa che forse ci sarebbe sfuggita, anche visitando per contro nostro la biennale: non tutti i ricchi newyorkesi hanno il tempismo o anche solo la presenza di spirito di comprare un’opera che altro non è che la gigantografia dei referti autoptici di vittime del carcere di Guantanamo. Insomma, ci ricorda che, spesso, nell’arte concettuale, chi compra o chi commissiona (anche se indirettamente e a posteriori attraverso un acquisto), è un po’ artista da par suo, proprio perché quest’arte comincia dalla mente e finisce nelle menti.
Prima, e al termine, delle incursioni nella realtà del nostro amico, tutto parte dai suoi editoriali e commentari estetici in studio, che sanno essere convincenti come televendite di qualcosa che per fortuna ancora non ha prezzo, se non un canone Rai pagato per una volta volentieri: la voglia di conoscere. Sapere che un uomo così elegante possa capire tanto bene l’arte africana degli ultimi mesi, pur sapendo pronunciare con tanta perfezione ciascuna delle lingue europee che ignoriamo, e senza essere per questo affatto antipatico, è una di quelle scoperte che possono rimettere in pace col mondo, e ricordarci, se non pure dove stiamo andando, almeno dove potremmo andare, se solo avessimo l’accortezza di imparare qualcosa da un altro di quei curiosi che “deve insegnare ai curiosi”, come si cita nell’opera, alle spalle di Daverio in studio, che gli fa da manifesto poetico.
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venerdì 19 ottobre 2007
Quella Squadra così vera senza veline né Big Jim
(in edicola il 19 ottobre 2007)
Giunta all’ottava serie – cifra che fa una certa impressione, e che probabilmente sarà raggiunta solo da Elisa di Rivombrosa, ma a che prezzo in termini di generazioni di figlie, nipoti e pronipoti della contessa originale, e soprattutto di loro corteggiatori capelloni o poco romantici – La squadra (su Rai Tre, il mercoledì in prima serata) si attesta ancora come una delle migliori produzioni nel panorama dei serial italiani. La storia è talmente lunga, verosimile eppure sempre ricca di interesse che un suo semplice riassunto delle puntate precedenti è già di per sé una fiction più credibile e meglio montata dei suoi antipodi storici: Distretto di Polizia o, peggio ancora, Carabinieri di Canale 5. In questa serie, nessuna poliziotta, che sia in ufficio o in prima linea, neanche nei suoi sogni meglio rimossi – che invece parlano di inseguimenti impossibili in alfetta, questori tutti d’un pezzo, camion di mitragliette fuori produzione da confiscare – è Martina Colombari o Alessia Marcuzzi.
Perfino le mogli dei protagonisti sono decisamente nella media, se si considera che una delle più appetibili è la ex-zingara di Rai Uno Cloris Brosca, alcuni anni dopo l’ultima occasione in cui poté vestire solo di un foulard senza il minimo sospetto di poter sembrare fuori posto, e continuare a mescolare delle carte da tarocco e conversare con Pippo Baudo, come se fossero ancora le due cose più naturali del mondo per una grande attrice di teatro napoletana.
Ad esempio, a differenza di Carabinieri, che è girato a Città della Pieve - comune umbro che, fra degli autentici marescialli che vi venissero trasferiti, molti considererebbero alla stregua di un villaggio turistico, e non solo provenendo dalla Sicilia per via della Salerno-Reggio - il set della squadra è nientemeno che a Piscinola, vicino Secondigliano, Napoli. Ma due sono le caratteristiche che rendono la Squadra un prodotto unico, in Italia. Da una parte, i rapidissimi tempi di produzione, che pure lasciano poco spazio all’improvvisazione, permettono spesso di legare gli episodi a casi di cronaca ancora attuali nei giorni della messa in onda, elemento che in Carabinieri era al massimo offerto da qualche sorriso o slancio di affetto in più del personaggio Manuela Arcuri, nei primi giorni in cui si relazionava con uno schermidore di professione.
Dall’altra, le analisi a tutto tondo dei protagonisti come dei comprimari, cui spesso, fra le righe del caso in questione, di puntata in puntata, si dedica la maggior parte del lato “personale” di un episodio, e il notevole dialogo fra la scena del crimine (per dirla alla C.S.I.) e il possibile dietro lo quinte biografico e morale che la rende non più cinematografica o televisiva, ma più concreta e umana. Un senso del realismo che, fra l’altro, rese possibile alla produzione una collaborazione con la vera Polizia di Stato per uno spot anti-botti di capodanno. Il fatto che tale spot fosse fra l’altro tristissimo, non è altro che un indice proprio del livello verosimiglianza raggiunto.
I trenta secondi mostravano un capannone apparentemente in preda a esplosioni incontrollate di bengala e bombe carta, che si rivela, all’ispezione da parte di agenti tratti dalla fiction, occupato da loro colleghi, alcuni reali, perché attori, e altri ideali, perché veri poliziotti, e nemmeno in borghese, intenti a suonare trombe e batterie in maniera coscientemente criminosa, ma tanto felici di quel dopolavoro inaspettato.
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martedì 16 ottobre 2007
Il cavallo di Troia dell’astuto Fabio Fazio
(in edicola il 16 ottobre 2007)
Che tempo che fa (in onda su Rai Tre il sabato e la domenica) nacque davvero come un programma che avrebbe dovuto parlare quasi solo di meteorologia. E, per un po’, lo fece sul serio, per quanto allegramente e approfonditamente; dapprima senza neanche metaforizzare troppo un tema – il tempo – che, almeno all’inizio, altro non era che una brillantissima operazione di disonestà intellettuale.
Era quasi l’ammissione, a denti stretti, di aver scelto quello stesso titolo-battuta per non sapere come altrimenti attaccare bottone con degli spettatori traditi e perduti, da parte di un Fabio Fazio a sua volta tradito dal nuovo network la7. Unita a una critica malcelata ai talk-show lunghi, generalisti e fatti male – segnatamente quelli, interminabili, della domenica che, invece, molto spesso, potendo parlare di tutto, finiscono per non parlare di niente e soprattutto non riuscire ad ammetterlo neanche sotto tortura.
Insomma, il punto è che ad averne la stoffa, anche solo col parlare del tempo, come sanno benissimo gli inglesi, il cui humour si innesta chiaramente su quello non solo ligure di Fazio, si rischia di fare un programma televisivo valido e durevole.
Fino ad oggi, difatti, di edizione in riedizione, questa ottima trasmissione ha saputo dare fuoco al palinsesto di Rai Tre con la stessa astuzia con cui il cavallo di Troia fece con quella cittadella sonnolenta.
Lo show è passato attraverso abbastanza stadi evolutivi da risultare ora – dopo la fase solo comica, e dopo quella solo noiosa – un autentico caso di piccolo varietà di una sola ora e mezza: quasi noncurante del suo momento talk, che pure è bellissimo e spesso ospita personalità che mai andrebbero altrove, in televisione; e al tempo stesso molto fiero del suo lato B da cabaret di alto profilo, che pure qualche volta sbaglia in durata e scelta dei temi.
La puntata di domenica, ad esempio, ha avuto come ospiti nientemeno che Johnny Hallyday ed Eugenio Scalfari, ed è riuscita in due imprese difficilissime: a farci vedere il coté quasi simpatico dell’uno, e a parlare seriamente di primarie con l’altro.
Forse stanca solo un poco, come volevamo dimostrare, proprio lo spazio ormai affidato da tradizione a Luciana Littizzetto in leggings, che continua a eseguire per un’altra stagione i suoi due principali cavalli di battaglia: fare l’elenco delle inadeguatezze fisiche e mentali di Fazio rispetto ai personaggi che intervista, e l’operazione culturale di dissacrare la poltrona dell’intervistato, muovendo parecchio le gambe e i piedi su e giù per la scrivania del conduttore.
Fortuna che quest’anno, nella grafica del principale titolo di testa, quello col nome della trasmissione (ma che poi fa da sipario virtuale agli stacchi pubblicitari) c’è un’apparente minuzia, in realtà geniale.
Il titolo è un finto gobbo, invece che occultato, in sovrimpressione che, al posto di dettare legge su cosa dire o fare sulla scena, si limita a ripetere, riga dopo riga, nient’altro che quel “che tempo che fa”, come un memento tanto dell’idea originale alla base di tutto, quanto della grande libertà da un copione che ci si può concedere quando se ne ha l’intelligenza e, soprattutto, il tempo.
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