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venerdì 14 marzo 2008

La Bignardi e le strane interviste

(in edicola il 13 marzo 2008)

Più gente strana intervista e più la specialità di Daria Bignardi sembra essere diventata quella di intervistare solo gente strana, o di difficile comprensibilità o comprendonio. Di questi tempi, è ormai più semplice intervistare la figlia intelligente di Berlusconi che certi cantanti fuori dagli schemi. Così, la missione di Daria, per la puntata di venerdì scorso, è stata quella di intervistare Tricarico, il cantautore timido dall’infantilismo espressivo colto. L’autore del grande successo di “Io sono Francesco” (2000), che non disegna le tematiche sociali più invise a Gigi D’Alessio, e scomode perfino ai truccatori di Anna Tatangelo, è stato per lunghi anni completamente assente da qualunque tipo di salotto televisivo. Ora, che è reduce da un mini-tour televisivo che lo ha sentito finalmente parlare - è passata alla storia del Festival di Sanremo la sua parolaccia microfonatissima rivolta a Chiambretti dopo qualche sfottò di troppo rivolto al suo carattere chiuso; lo stesso non può dirsi per la sua comparsata a Quelli che il calcio – Tricarico ha deciso di concedersi anche un’autentica intervista barbarica, su la7.

Appena siede al noto tavolo trasparente, coi monitor imboscati, Daria è già lì ad incalzarlo con le domande più difficili possibili per un timido cronico alla Margherita Buy, solo di presenza leggermente meno bella. Lui è evidentemente, al di sopra di ogni dubbio, un vero irregolare. Non è uno che ci faccia in qualunque maniera, anche subdola o molto ben paludata. Non è a tutti gli effetti in alcun modo normale, e questo non può che fare piacere al pubblico. Forse non tanto a Daria stessa, che in qualche momento davvero non sa cosa rispondere alle sue domande. Invece, il candore quasi da Stefania Rocca prima dei primi nudi al cinema, mentre Tricarico risponde alle domande sul misto di caso e necessità per cui si è presentato a Sanremo, spiazza anche la scafatissima intervistatrice, che resta qualche secondo senza umettarsi le labbra. È davvero unico, Francesco, come riesca ad essere estremamente timido e completamente sincero al tempo stesso, due cose che dopo i primi intoppi, non vanno affatto d’accordo in televisione.

Quando rifiuta di bere la birra rituale, sostenendo pubblicamente che possa essere avvelenata, e nulla altro ci vieta di pensare che probabilmente lo pensi davvero, o che lo possa essere davvero, forse Tricarico comincia un po’ a dare sui nervi per bizzarrie e anticonformismo, ma qui è tutto a Daria, chapeau davvero, rimetterlo fuori dai binari dell’assenza di qualsiasi direzione. Ed ecco il colpo di genio: insistere, insistere e insistere ancora dopo le prime proposte di fargli raccontare la sua barzelletta preferita. E, senza che lui abbia bevuto ancora un solo sorso di birra, la barzelletta arriva. Non farebbe ridere neanche Berlusconi se l’avesse raccontata lui, ma Tricarico ha parlato per più di sessanta secondi, ha un bel sorriso, ed è un grande cantautore.

giovedì 21 febbraio 2008

La concorrenza sostenibile dell'Italia sul 2

(in edicola il 21 febbraio 2008)

Più il tempo passa e più la formula dell’Italia sul Due si attesta e si stabilizza come un dei pochi modi sostenibili di fare concorrenza con una mano sulla coscienza - e l’altra didietro - al colossale successo di Uomini e donne su Canale 5. Il talk, pur molto tristemente orfano dei cambi d’abito di Monica Leofreddi, e del modo in cui erotizzavano in parte la conduzione di Milo Infante, con l’avvento di Roberta Lanfranchi e della sua piccola dote di ospiti che non sarebbero mai andati dalla Leofreddi – al netto di quelli che purtroppo sarebbero andati solo per la Leofreddi – resta un caposaldo del pomeriggio televisivo in due ordini di realtà.
Il primo, l’antipastone, il sempre notevolissimo sceneggiato (mini-scene da qualche minuto, commentate dagli ospiti) su suocere che rompono o cognate che stanno dalla parte del marito. Che ha la missione, sempre più determinata, seppure tacita, di dimostrare semplicemente, con il minimo sforzo, come i reality siano destinati a finire il giorno in cui si riconoscerà un’altra volta, pubblicamente e ciclicamente, che è molto più difficile e utile rappresentare una buona finzione di una pessima realtà, almeno finché si parla di opere dell’ingegno.

Deve essere una complicatissima perversione che ha fatto scegliere agli autori o chi per loro la formula vincente di proporre queste scene recitate con molta teatralità, vocioni da doppiatori vecchia scuola su temi apparentemente molto banali e quotidiani (“lo sai che ti ho promesso il polpettone” pronunciati come “domani è un altro giorno”), salvo poi farne oggetto di discussione per Franco Oppini o Cristina Quaranta come se fossero realmente accadute, come se fossero appunto parte di un reality di cui si facesse la parodia dei lunghi commentari che spesso li accompagnano. Solo, terminata la prima parte, in genere si passa a una grossa contraddizione, nel secondo ordine di realtà. Un personaggio o più reduce da reality anche di diversi anni fa, targati Rai (addirittura spesso si risale fino a Il Ristorante) viene sottoposto a numerose domande su come la sua vita sia cambiata dopo la partecipazione a quel programma, che gli ha ridato fama e mancato successo.

Alle volte, però, e un reality della Rai partecipa un concorrente con un po’ di spessore e storia in più sulle spalle, come il caso, mercoledì, di Riccardo Fogli. Che riesce a raccontarsi in modo semplice, a efficace, fino ad avere parole di affetto in video per l’insegnante di matematica della scuola serale che sta frequentando. È molto intenso il ricordo, viceversa, che di Riccardo Fogli presenta un “ricco e povero”, come del resto dichiara espressamente il suo sottopancia, senza fornire altro nome. Storpiando a bella posta il titolo dello show in cui divisero una stanza e Loredana Bertè in “Beauty Farm”. L’ex bello dei Pooh possiede anche un suo folto numero di groupie maschi adoranti, in studio, che è davvero il colpo di grazia su ogni gruppo di corteggiatrici sull’altro canale, dalla De Filippi. Fogli è un tronista “nature, mai rifatto”, come sostiene con occhio languido Ivan Cattaneo, mentre lo spoglia, lo riveste, con gli occhi disegnati dalla vera ammirazione per un ospite insolitamente educato e generoso.

lunedì 18 febbraio 2008

Friedman insuperabile ad Artù

(in edicola il 16 febbraio 2008)

L’ospitata di Alain Friedman da Artù, giovedì sera, è ancora più folgorante di quella di Casini da Santoro. Eppure Casini ha parlato per un quarto d’ora di idiozie sugli omosessuali pronunciate da suoi compagni di partito, mentre Maurizio Belpietro rideva, soprattutto all’espressione “arrotarli”. Non che abbiamo niente di particolare in favore degli omosessuali, soprattutto quando cercare di adottare, o di adottarci. Però Casini ha fatto senz’altro un colpaccio con quel dialogo, cattolicesimo illuminato quanto basta e via di parlantina con la “zeta”. Ma tant’è. Non tutto il bene viene per giovare, evidentemente, di pari passo col male (come lo stesso sulfureo Belpietro, del resto, che riesce comunque sempre più amabile, mano a mano che invecchia, molto bene del resto. Questa parentesi è stata aperta per farlo sogghignare per tracce di froceria, comunque). Fatto sta che Friedman da Gene Gnocchi è stato insuperabile.

Non contento di aver rivoluzionato per sempre il nostro concetto di divulgatore economico in televisione, se ne avevamo già uno, Alain è anche l’uomo dall’accento straniero meglio affettato che conosciamo, meglio anche di Ela Weber ed Heather Parisi messe insieme a dialogare in cinese mandarino a una convention poco coinvolgente. La puntata di Artù è dedicata all’inutilità delle banche e delle pensioni (in generale, dunque, all’economia perditempo). E Alain non poteva mancare davvero. Forte del video introduttivo, magistrale, che rappresenta due pensionati che rapinano in quattro modi diversamente ingegnosi la stessa banca, si collega da Londra, e niente è come prima.

Sornione, straniero eppure furbissimo, l’economista professionista consiglia come soluzione al problema delle rapine invertite (quelle che le banche fanno a noi) un uovo di Colombo, una soluzione dietro l’angolo, e poco economisti noi a non pensarci: fare più “shopping” fra le banche. Perfino la sosia di Beatrice Borromeno, neanche tanto nascosta, fra il pubblico, riesce a ridere di quella che non è, infatti, una battuta. “Dobbiamo imparare a spostare il business da una banca all’altra. Bisogna saper scegliere fra le banche, quando non ti danno soddisfazione”. Ha una risposta davvero per tutto. Tranne che alla domanda sulla carenza di belle donne agli sportelli delle banche, non sapendo cosa significhi “la gnocca”. Inglese anche se americano, risponderà non troppi secondi dopo: “Forse sono tutte andate a lavorare per Alitalia”. E’ sempre interessante come alcuni programmi di satira, debbano essere spesso in dubbio se far imitare un personaggio come Friedman da attori, oppure farlo interpretare da se stesso, risparmiando sui costi di un Crozza, di un Max Tortora, e guadagnando spesso in comicità. Friedman è davvero l’emblema dell’ospite non incisivo, non rilevante, eppure sempre al suo posto, dove c’è bisogno di qualcuno che, pure nel mezzo di una tragedia come quella del customer care delle banche italiane, o anche solo quella della loro esistenza, riesca a farti pensare che ci possono essere ben altri problemi a farla da padrone, anche se sbarchi il lunario, e perfino nella capitale britannica.

venerdì 15 febbraio 2008

Troppo relax per Markette

(in edicola il 14 febbraio 2008)

Markette, forse, si sta rilassando troppo. E non che questa stagione abbia particolari allori su cui farlo. Martedì si avvia stranamente lentissimo, con un’intervista al paparazzo Massimo Sestini svogliata e priva di qualsiasi conseguenza comica o anche solo vagamente chiambrettiana. Dieci minuti di Chiambretti Speciale (la solita anteprima furba alla Antonio Ricci che spezza in due il programma, ai fini del miglior rilevamento Auditel possibile) dedicati a come sia spericolato questo fotografo, che riprese il parto di Brigitte Nielsen, e che è ormai talmente famoso che viene paparazzato a sua volta, e deve nascondersi e camuffarsi come una star. Quando Sestini comincia ad aver voglia di definire il confine fra diritto di cronaca e privacy - e con che faccia, seriosissimo, quasi inalberato - ci rendiamo conto che qualcosa non è andato nel consueto svolgimento delle funzioni dei collaboratori di Chiambretti, come se fosse una puntata che vada a un solo gemello riminese o con qualche ballerina di troppo, che non sfigura ma appesantisce.

Ha dei pantaloni rossi, con cui si sarebbe potuto mimetizzare solo a Ostia la notte estiva fino a un anno fa, e porta molto rancore a tutti quanti quelli che non gli dicano che è molto più di un paparazzo. Sempre molto seriamente. Ci vuole Jo Champa in persona che annunci una sua rubrica di markette internazionali, prossimamente su La7, per ridare animo a pubblico e Chiambretti, oltre a restituirci entrambi i gemelli in forma smagliante, cioè un poco ulteriormente ingrassati e molto di buon umore per questo.
Un giovane nel parterre ha tanti anelli alle dita delle mani quanto anni di carriera come cromatologo free-lance: troppi per non affascinare la nonnina che gli siede accanto, e per non meritarsi un saluto ad personam da Chiambretti che annuncia il primo vero ospite: Aldo Nove.

Le stagiste lavorano come sempre al loro compito: leggere per finta, davanti al pubblico, i libri che noi non avremmo il coraggio neanche di scroccare in una Feltrinelli. Sono un simbolo riuscitissimo dell’antivelina: non la donna come metafora dell’ispirazione terrena di molte notizie, e di interi modi di fare notizia (testate giornalistiche comprese), ma come risultato dell’informazione, effetto della culturalità, quando ricevute abbastanza superficialmente, se di cattiva qualità, da non modificare il buon gusto e i bei capelli. Riescono sempre ad avere una buona parola per qualunque scrittore – anche Moccia, se solo Chiambretti volesse - e, sorridendo graziosamente, ne incoraggiano la lettura in cambio di quei sapienti tocchi di obbiettivo che ce le rende così desiderabili.

Con Aldo Nove non avrebbero questo compito, così grato. Uno dei pochi scrittori relativamente alla moda che è meno simpatico di persona che nei libri che scrive, Aldo non si toglie il cappotto neanche in studio, con tutto il rispetto, e parla con una voce da candidato doppiatore di Woody Allen in italiano in un post Oreste Lionello che non vorremmo davvero mai immaginare.
Eppure Costantino-Maga Maghella – chiaramente ubriaco dell’Heineken che non si riserva di mettere da parte - ha una carta da tarocco prontissima per lui e il futuro del suo ultimo libro, appena viene il suo turno di esporre: l’arma chimica (spopolerà, sottotitola). Costantino ingiustamente buono da ubricaco non si può vedere. Nove, del resto, non è per niente sollevato. Sipario.

giovedì 14 febbraio 2008

La chiesa del cardinal Vespa

(in edicola il 13 febbraio 2008)

Se c’è stata una puntata di Vespa, fra le ultime, che non ci si sarebbe potuti perdere per niente al mondo (e nemmeno per la bella puntata de La storia siamo noi dedicata a Fiorello, su Rai Due nel frattempo), questa era lunedì, dedicata alla Madonna di Lourdes e al misticismo di Alessandra Borghese. Naturalmente, in osservanza del tema, un parterre di ospiti esponenti del mondo dei miracolati non poteva mancare, come del resto avviene ogni sera infrasettimanale. Non mancano medici con molte frontiere (a sostenere l’impossibilità che eventi miracolosi possano pregiudicare l’andamento di una cura in clinica), la suddetta vaticanista bella, il nostro amatissimo Massimo Giletti (che non delude neanche questa volta le nostre attese). Il salotto di Vespa, all’occorrenza, riesce a farsi da modellino in scala del nostro vituperato Parlamento (o di luoghi di delitti irrisolti), a modellino della Chiesa Cattolica. Bruno regge il modello quasi fisicamente, come accade a tanti santi della tradizione iconografica che, per secoli, sono stati rappresentati proprio accanto a una Madonna con un piccolo edificio religioso in mano, che era un ricordo della basilica o del monastero che avevano personalmente fondato.

La televisione, fatta così, è sempre più Chiesa, nel senso propriamente barocco, sebbene spesso, a parità di illusioni, con molto meno gusto: un strumento per convogliare sguardi ed emozioni verso una verità che attende al centro di tutto. Al termine del percorso che un fedele compie quando entra nella navata, e la attraversa fra le pitture; e uno spettatore, ugualmente, quando accende il televisore, e lo guarda fisso, fra le iatture. Questa volta, la verità non è soltanto credere di far credere che i miracoli esistano, come ognuno di noi ha tutto il diritto di fare, anche in televisione, perché in fondo i miracoli potrebbero avvenire davvero, se tutto questo può davvero succedere nel febbraio 2008. Anzi, se non lo credessimo almeno in televisione saremmo dei senza cuore, come si dice di quelli che non riescono ad essere almeno socialisti a vent’anni. Il punto è mostrarsi ammirati di una donna come le Borghese, credere al suo fervore mistico non come alla genialata comunicativa di una falsa magra e fintissima tonta, ma a una verità da settimanale “Gente” in seconda serata, quando i lettori di Gente o Oggi o sono a nanna, oppure hanno almeno qualche altra freccia al loro arco di fruitori di media, e non possono stare con le mani in mano.

L’unico che resiste all’effetto Marcellino pane e vino è proprio Giletti. Scettico come un San Tommaso, invece di mettere il dito nelle evidenti piaghe di tanti discorsi che fanno acqua da tutte le parti, cede alla tentazione, di tanto in tanto, di accavallare le gambe e ridersela sotto i ciuffetti, mentre si propongono degli spezzoni della Bernadette del 1943 e nessun ospite sano di mente può fare a meno di notare la somiglianza straordinaria della sua interprete con la stessa Alessandra Borghese. Vespa non era mai stato, recentemente, così tanto corrispondente all’imitazione che di lui ci ha donato Tullio Solenghi, quella cardinalizia: unico momento di ritorno alla qualità di un attore altrimenti completamente decaduto, e ce ne dispiace.

giovedì 7 febbraio 2008

Piazza Grande, la tv dei reality

(in edicola il 7 febbraio 2008)

Questa stagione di Piazza Grande - il programma di Michele Guardì famoso perché tutti i conduttori fingono malissimo di starsi simpatici o anche solo di avere un rapporto normale fra di loro – non sarà certamente ricordata per il modo in cui Monica Leofreddi interpreta l’estetica chubby chic. Né, probabilmente, per come Michele Guardì reinventi, per la decima o undicesima volta di seguito, il ruolo che si è ritagliato nello show che dirige e scrive: da mago di Oz piccolo e nascosto, che cerca di incutere timore agli astanti ingigantendo la sua voce con trucchi di scena e, soprattutto, non facendosi mai vedere. In realtà, forse questa stagione di Piazza Grande non sarà ricordata affatto, ma noi vogliamo ricordarla così: come un emblema del peggio della vecchia televisione dell’era pre-reality, contaminata nel vivo dal peggio dell’era del reality, unitamente anche a un pizzico del peggio della televisione del piagnisteo. Forte del suo stile “horror vacui”, per cui ogni spazio lasciato vuoto sullo schermo deve essere occupato da uno o più conduttori canterini o cantanti conduttori o da Fiordaliso, il programma deve vantare davvero un pubblico affezionatissimo e disposto a tutto - anche a vedere quell’uomo di mondo di Giancarlo Magalli spesso schifatissimo della situazione, e simulare attrazione per Silvia Mezzanotte con l’entusiasmo con cui andrebbe dal dentista.

Da qualche giorno, alle 11 del mattino, si comincia con una sezione dello show denominata “Sanremissimo”. Un gioco che non sarebbe piaciuto neanche negli anni ’80 ai fan più motivati di Albano e Romina. Eppure, eccolo lì, che campeggia azzurrino sul mega-monitor alle spalle dei nostri, quel titolo fatto di font a nuvoletta, mentre giustamente il solito Magalli sfotte la Leofreddi per l’acca vanamente troppo aspirata dell’home theatre in palio per noi, e ringrazia Fiordaliso, perfidamente, per l’aver indossato un cinturone con scritto Fiorda sulla fibbia, “in modo da poter sapere qual è il davanti”. Senza Magalli tutto ciò non avrebbe davvero senso, nemmeno come intrattenimento ad alto costo, beninteso. Sul secondo gioco, quello classico con le buste, per intenderci, niente da maledire: è una formula che, dobbiamo ammetterlo, fu geniale e che, per quanto non ringiovanisca, certo non invecchia.
È sempre bellissimo poter vedere allineati tutti quei piccoli premi e premietti, non i mitici, visionari gettoni d’oro tipici di una vecchia Fininvest, ma reali, concreti: anche autoradio, sveglie particolarmente perforanti, insomma tutte cose che potreste già avere o aver rubato nella vostra vita, elencate così con modestia e onestà da ricettatori di sogni di piccolo calibro ma senza troppi rischi di vederli sfumare alla prima interruzione pubblicitaria.

Quel carretto coi premi è davvero uno dei più simboli della televisione di ieri, che può fare a meno per qualche volta delle conquiste furbette o idiote di quella di oggi. Ma il piagnisteo deve pur ritornare, e ci sono purtroppo le interviste coi casi umani a ricordarcelo sempre, fra un gioco e l’altro. E qui non basta la ferma perfidia di Magalli, né il cambio d’abito che dimagrisca della Leofreddi, a vincere una tendenza evidentemente imposta dall’alto, anche da più in alto del “Comitato”. Ma anche solo per quelle radioline, saremo per sempre grati a Michele Guardì e a tutti i conduttori – o almeno quelli non strettamente musicali – del suo programma del mattino.

lunedì 4 febbraio 2008

Sposini, si riparte da Telenorba

(in edicola il 1° febbraio 2008)

Lamberto Sposini, prima e principale vittima della strada della nuova Mediaset dell’infotainment integralista, ha deciso di ripartire da uno dei più notevoli canali privati locali del Sud, e anche del resto del Paese, a ben vedere: su Telenorba, con il talk di approfondimento Versus. Storica rete pugliese fondata da un ingegnere di Conversano sulle ceneri di una tenuta agricola di famiglia, nel 1976, Telenorba è amata da tutto il tacco d’Italia non solo perché officiò brillantemente il culto di Colpo Grosso, per i locali a corto di Oden Tv e di idee più brillanti per trascorrere i sabati sera degli anni Ottanta. Oltreché a lanciare su tutta la penisola il talento inequivocabile di Emilio Solfrizzi e di Antonio Stornaiolo.

È un network radicatissimo, con redazioni ormai giovani e vivaci ovunque, sul territorio che serve: il Molise, la Basilicata, oltre alla Puglia e alla Calabria Jonica. Sposini ha confezionato un talk schietto e onesto, ma anche relativamente raffinato per scenografia di studio e livello dei servizi esterni. Dotato insomma di scarpe grosse (popolo intervistato, mai edulcorato né troppo sceneggiato) e cervello fino (opinionista ospitato, spesso aumentato nella credibilità - soprattutto se non “locale” - per il fatto stesso di partecipare a una trasmissione di questo tipo). Rocco Casalino, che raccoglie testimonianze di vita vissuta risulta, come ai tempi del primo Grande Fratello, cui partecipò, o non classificabile o poco pervenuto. Tutto, insomma, dagli studi di Lamberto, grida vendetta, sincerità e non solo “Non è la Rai”, ma anche: “Non è manco Mediaset”.

Puntata genuina fra le genuine quella di questo mercoledì, sull’aumento del costo della vita, che sa rivolgersi come poche altre al pubblico nazionale, senza perdere in metafore agricole tipiche delle coltivazioni pugliesi da parte degli ospiti più in forma.
Su tutti, brilla mr. Prezzi, il Dottor Antonio Lirosi, il garante governativo dei prezzi. Bellissimo come anche nel titolone sullo schermo compaia il titolo di dottore per Lirosi, uno di quei provincialismi benigni che in un istante restituiscono dignità a interi ordinamenti accademici. Qualche gaffe psico-attitudinale di Sposini sui nuovi poveri non fa calare di troppo il livello della puntata: “non solo barboni, ma gente piena di dignità”.

L’intervista di Carlo Melina all’imprenditore della pasta marchigiano che ha cercato di vivere con lo stipendio dei suoi dipendenti vale tanto oro quanto dura: priva di doppi fondi ma ricca di livelli di lettura. Un imprenditore messo bene, lombardo e a ridotto impatto ambientale, con parlantina da parente di concorrente di reality, spiega in studio la ricetta per la salvezza sulla terra, poco prima, senza che per un attimo Lamberto lo prenda né troppo sul serio, né pensi del tutto ad altro. È questo il talk che vogliamo. Ottimo sempre il concetto della scenografia, in cui lo schermo che mostra i servizi cozza idealmente contro la realtà televisiva, cui è legato dalla V di Versus, tracciata dai designer dal grande monitor alle sedie degli ospiti.

mercoledì 30 gennaio 2008

Johnny Palomba, il colombiano

(in edicola il 30 gennaio 2008)

E’ un notevolissimo Antonello Piroso quello che ci guida nei meandri della psiche del duca Leopoldo Mastelloni, attore e concorrente di reality, lunedì, in Niente di personale. Ma Mastelloni che inveisce contro i tre o quattro “sistemi” che non lo capiscono più come un tempo è solo un dettaglio, tanto è irripetibile lo sfondo su cui la sua ospitata si staglia, e il resto delle ospitate stesse, a dire il vero. Per un attimo non ci pare di essere nel pieno corso una rubrica di approfondimento del tg di la7, ma a casa di una persona estremamente intelligente, che abbia la fortuna di potersi far truccare prima di ricevere i suoi ospiti e di saper porre loro domande molto interessanti. Certo, avevamo visto anche in altre occasioni il giornalista di punta del settimo canale nazionale un po’ fuori dalla solita parte, e indulgere in battute relativamente piccanti e quasi in romanaccio, senza mai però perdere di un briciolo di credibilità e autorevolezza. Un Mentana misurato e mai fuori luogo, per intenderci, con qualche grossa percentuale di savoir faire in più.

Ma nemmeno le più ghiotte occasioni per Antonello - come l’intervista musicata a Lucio Dalla - possono nulla contro il vero evento della puntata di questo lunedì: la presenza di Johnny Palomba in studio. Johnny Palomba, non tutti lo sanno, è il più grande critico cinematografico umoristico italiano. Molti si chiederanno: quale critico cinematografico non è umoristico, di questi tempi. Ma evidentemente non avranno letto le sue micro-recensioni in una battuta fulminante, come quella, immortale, che dedicò a Ray, il film biografico su Ray Charles: “Tutta la vità a creà soni su e giù pe’ storganetto a tastoni”. E’ un uomo misterioso, che compare solo più bardato di un subcomandante, anche nei siparietti con Nanni Moretti che ci stanno togliendo parte del sonno, su Youtube e live. Per lungo tempo le sue opere - tecnicamente: le sue recinzioni - sono state recitate da Valerio Mastrandrea presso la Dandini.
Ora, Palomba, che già pubblicava con Fandango Libri, è stato nominato direttore di Radiofandango e di Fandango Tv, sempre creature dell’instancato Domenico Procacci.

E ha deciso dunque di comparire in televisione e di dimostrare di essere il più possibile realmente colombiano, grazie all’accento, come più volte si è trovato a sostenere nelle varie biografie non autorizzate che ha scritto egli stesso. Quello che qui conta di più non è però la presenza di spirito e l’ironia, doti che già gli tributavamo abbondantemente, e neanche il rapporto dialettico che riesce in breve a intrattenere con Mastelloni, quanto il piccolo cadeau che presenta a Piroso e al suo pubblico: un’autentica “recinzione” del programma stesso di Piroso. Capirete che dopo eventi del genere anche la presentazione del nuovo tour di Eugenio Finardi con Eugenio presente può poco. Suona la sua canzone che fa “dolce Italia, la gente più sincera”, attuale come What a wonderful world mentre Hitler invade la Polonia, e poi non se ne sa più nulla, per quanto risponda numerose domande di Piroso. La parte impegnata del programma è affidata a Mario Giordano contro Bianca Berlinguer.

martedì 29 gennaio 2008

Cinematografo, il Marzullo ok è quello della domenica

(in edicola il 29 gennaio 2008)

Per molti appassionati, il Marzullo vedibile resta quello della domenica. Non solo perché Cinematografo è lungi dall’essere insignificante, sebbene sarà difficile crederlo per chi non frequenta assiduamente la fascia notturna dei palinsesti, o non la frequenta con scopi talk, ed è dunque afflitto da decennali pregiudizi sui mancati cambi di cravatta del giornalista avellinese.
Ma soprattutto perché questo programma, se visto con coscienza e magari con quel briciolo di attenzione in più rispetto a uno spot di Sanremo, può dirci molto anche del resto della nostra televisione, più o meno come scrivono certi autori col gusto del macabro o della malattia di certi stati alterati della salute umana, che mettono in una luce più chiara del resto del corpo, anche se era apparentemente in salute.

Cinematografo, in verità, svolge due ruoli fondamentali. Uno è quello di cesura fra il week-end e la il lunedì mattina. Quello che può notare ogni giorno - fra il giorno e la sua notte - chi guardi Marzullo in Sottovoce, succede su larga scala la domenica, fra una settimana e l’altra. Ogni notte Gigi ci accompagna in territori dalla difficilissima percorribilità, con mano ferma e salda, se non altro perché le sue puntate sono ovviamente registrate. Ai confini labilissimi fra il dovere e il piacere, fra la fine del fine settimana e l’inizio della vita reale, si pone una dimensione da realismo magico tedesco, in cui tutto quanto di più irreale avviene come per leggi ferree, come per un’altra fisica o una nuovo biologia niente affatto approssimativa, ma solo mostruosa. Il secondo è far parlare Selma Dell’Olio in televisione, non importa a che ora avvenga, e chi la guardi.

Un mondo in cui si passano minuti a porle domande su un dubbio di pronuncia inglese, se il resto del parterre tace perché, forse, troppo immedesimato nella parte dell’essere in onda alle 2 di notte. Nascono nuove lingue, dai suoni fintoesotici, come solo Hollywood sa emettere, e fra cui è proprio Selma la stele di Rosetta, il perno su cui il possibile tutto gira, possibilmente fermandosi quando Gianluigi Rondi, il grande vecchio della critica cinematografica italiana, non ne può più davvero. E’ per questo che la moglie di Giuliano Ferrara è sempre più conduttrice morale del talk sul cinema, con Marzullo ospite fisso, e non già viceversa. Forte del suo essere stata allevata almeno per una certa parte della tarda adolescenza in USA, Selma è del tutto convinta di poter dire ciò che pensa di qualunque cosa, e ciò include anche fare gaffe su traduzioni anche solo di titoli di blockbuster notissimi (esempio: quella di Be Cool con Uma Thurman, che sarebbe anche celebre, oltre che memorabile, se qualcuno avesse visto quella puntata).

E’ una di quelle amiche che hanno più o meno tutti nella vita, di quelle che sentendoti parlare di Harry Potter con poca convinzione, sono capaci di interromperti scandalizzate dicendo: “Ma come, tu Albus Dumbledore lo chiami ancora Silente, come hanno scritto nell’edizione italiana?”, con lo stesso sdegno francesistico di Carla Bruni in un’imitazione di Fiorello.
Amiamo Selma Dell’Olio perché ci ricorda ogni settimana da dove veniamo e dove non andremo mai.

martedì 22 gennaio 2008

La Dandini è tornata ma c’è aria di precarietà

(in edicola il 21 gennaio 2008)

In barba a quelli che la davano per chiusa anticipatamente, Serena Dandini ha ripreso il suo “Parla con me” con la grinta in più della partecipazione amichevole o straordinaria di Paola Cortellesi, a seconda dell’ispirazione del momento, che propone in apertura di puntata una grigia versione solo politicamente scorretta di un misto fra la Vulvia di Corrado Guzzanti (Rieducational Channell) e se stessa quando faceva ridere veramente. Neanche la scena in cui Vergassola distribuisce cannoli festeggiando la condanna di Cuffaro è nello stile cui ci avevano abituato conduzione e regia della trasmissione più interessante della seconda serata domenicale, inutile puntualizzare. C’è nell’aria un’aria di precarietà che prima non c’era, che spinge a punzecchiare forse dove è impossibile che faccia ancora male i mostri, i folli o i rifiuti che un tempo sarebbero stati satirizzati più onestamente.

A dire il vero lo spirito di prima delle vacanze natalizie non torna neppure nella parodia di Renato Carosone ad opera della Banda Osiris. Si pensi solo che i versi top della versione post-mastelliana di “Io, mammeta e tu”: “Alla Asl o alla Regione vanno chille ‘e Ceppalone”. Una vera occasione sprecata, che anche solo un paroliere delle Iene avrebbe reso una delle hit del trio Medusa, da cantare rigorosamente in piazza di Montecitorio.

Sempre di pregio, d’altro canto, l’Andrea Rivera degli scherzi citofonici, in esterna. Che non solo contribuisce, seppure in minima parte, a far rivalutare questo importante capitolo, troppo spesso dimenticato, delle scienze della comunicazione, quando ancora non c’era scienze della comunicazione. Ma, soprattutto, ha il merito di farci conoscere un lato inatteso delle vittime delle sue incursioni nel mondo del sondaggismo: al citofono, i campioni sono sempre diversi da come sono al telefono o per strada. Hanno una presenza di spirito che non è intimorita dalla visione di un microfono, né troppo rilassata, per il sedere in poltrona, e riesce spesso a fare sfoggio di risposte più brillanti di quelle di tanti ospiti televisivi di alto rango o bordo. Un esempio per tutti: la nonnina che, alla domanda se sia in casa lo spirito di Galileo Galilei, risponde senza indugio alcuno: “ No, ma sta al piano di sotto”. Gli ospiti d’alto rango o bordo di questa puntata, invece, sono nientemeno che Vandana Shiva l’ecologa sociale e Raoul Bova l’attore asociale.

Vandana propone viaggi in cammello e l’idea che vestire tutti uguali e avere il cervello clonato significa fascismo, e dopo ognuna di queste affermazioni sorride come un grande professore quando fa una battuta particolarmente intelligente, una di quelle per c’è bisogno di un certo ottimismo per considerarle comprensibili dal pubblico. Con Bova, invece, torna la vecchia Dandini molto intelligente e gran salottiera sostenibile. Il paragone con Dario Vergassola, che la spinge a citare la Shiva della “bella varietà della natura” è solo l’inizio di una serie di convenevoli di charme che viene interrotta solo dall’arrivo di Vergassola stesso, in forma smagliante, a disfare come al solito in cinque minuti il personaggio che anni di nuoto, e cinque minuti di intervista della Dandini, erano riusciti a tessere.

lunedì 21 gennaio 2008

Il sacro e il profano di Vespa con la Bruni in seconda serata

(in edicola il 18 gennaio 2008)

La puntata di Porta a porta dedicata, martedì, all’unione fra Carla Bruni e Sarkozy è probabilmente la migliore della stagione. Ed è oltremodo significativo come si riesca ad ottenere questo risultato su un tema che è la migliore sintesi fra il sacro e il profano di Bruno: stile gossip con la politica e grande giornalismo col pettegolezzo. Ognuno degli ospiti si rende conto subito della situazione, e dà il meglio di sé con uno slancio e con una facilità mai vista prima. Lina Sotis lancia battute come in estasi, posseduta da uno spirito che le segna le cose da dire su un gobbo immateriale, che fissa davanti a sé, leggermente a destra dell’obbiettivo della sua camera in esterna, e non ne sbaglia neanche una. E’ di una crudeltà e di una pacatezza da sibilli che inventa vaticini, alla Dürrenmatt. Sublime il momento in cui le deve essere venuta in mente una perfida definizione della nuova coppia di cui si parla, ma non la pronuncia: la affida a qualche redattore che, prontissimo, la scrive su un foglio di carta e la fa inquadrare da un operatore: “Lo squalotto e la caimana”.

E’ una serata di quelle che non tornano, o che preannunciano una nuova epoca. Commovente, ad esempio. il modo in cui l’autore del servizio sull’infanzia musicale di Carla Bruni riesca ad evitare la facile battuta, parlando del rapporto fra la madre Marisa e il vero padre della modella, quando a un certo punto dice: “Lei suona il piano”. Non soltando riesce ad evitare di concludere il periodo con l’ovvio: “E lui la tromba” (per tacere del fatto che non erano affatto a fiato gli strumenti che sapeva suonare meglio), ma riesce a farla pronunciare a tutti noi. Del resto siamo in seconda serata su Rai Uno, e l’autore è uno dei migliori della squadra di Vespa. Ma naturalmente la vera stella è il più grande giornalista radiotelevisivo italiano vivente: Antonio Caprarica. Del resto, è sempre così quando viene invitato e, dobbiamo presumere, accetta di andare in onda con Vespa. E non ce ne voglia neanche l’immenso Mario D’Urso, purtroppo, troppo signore per intervenire spesso, ma anche talmente indispettito dalla grammatica della moglie del figlio di Jean Pal Belmondo, per farlo anche di rado.

Caprarica è l’emblema del mood della serata, da sempre il giusto equilibrio fra un parlare alla grande delle piccole cose, e il laissez-faire, solo apparentemente, sulle enormi incongruenze e sconvenienze del mondo e della società. Senza mai trascurare di nascondere la sua conoscenza dei fatti, finché è possibile, attraverso battute o – ancor meglio – vere opinioni. Salvo poi ogni volta che gli viene richiesto, mostrare che anche in fatto di sociologia dell’adulterio (altrui, naturalmente) ne sa una più di Alba Parietti.
Anche Vespa, dal canto suo, partecipa di questo clima. Il suo “se dietro questa porta ci fosse Carla”, all’ultimo scampanellio della porta, davvero raggela tutti (perfino la Spaak, che l’aveva difesa a spada tratta, ma sempre col sorriso sulle labbra da testimonial del botulino ragionato, e quasi moderato). E resta uno dei picchi di qualità assoluti di un programma che forse promette una svolta, o quantomeno dichiara, finalmente, e apertamente come non mai, quanto spesso debba sforzarsi di trattenersi, nelle puntate medio-basse cui ci ha abituato, dall’essere quel pizzico più intelligente – o solo spiritoso – che renderebbe davvero tutta la faccenda di fare un talk-show di massa estremamente più facile per tutti: ospiti, pubblico e conduttore.
Non c’è neppure l’ombra di Renato Mannheimer.

venerdì 18 gennaio 2008

Su La7 c’è Pierino (la peste) e le sue insolenti Markette

(in edicola il 17 gennaio 2008)

Gli anni passano - solo sulla carta, almeno per il suo conduttore – e Markette continua ad essere il miglior programma del Chiambretti della maturità, se così si può dire. E se “Chiambretti c’è” fu il migliore addio possibile all’adolescenza di questo conduttore dalla linguistica unica e le coriste irripetibili. Eppure, in cuor suo, quello stesso cuore tanto vicino al cervello (per parafrasare con un modifica in extremis Fabrizio De Andrè, quando si riferiva a certe coordinate anatomiche delle persone di bassa statura) Piero è ancora il fanciullino post-pascoliano, geneticamente modificato, della televisione italiana, capace di stupirsi delle piccole cose, dei segni di intelligenza che tira fuori da una valletta, e di restare impassibile davanti a un vero giornalista che dice idiozie. Solo, le sue interviste stanno diventando sempre più citate, in qualche modo più autorevoli. Sempre meno personaggi della finanza, dell’editoria, della politica rinunciano a un passaggio nel suo piccolo programma su la7. Così Markette, che dovrebbe essere, cosa annunciata già dal suo titolo, il Satyricon (di Petronio, non di Luttazzi) della decadenza dell’impero della televisione commerciale, continua a stupire per contenuti e stile.

La trasmissione ha mantenuto, in linea di massima, la struttura degli scorsi anni, e naturalmente questo non è un male. Sono ancora più curati le elaborazioni video che fanno da sipario fra le parti dello show, e fra lo show e la sua pubblicità. Questo martedì si comincia con una lunga intervista in cui Vittorio Zucconi fa lo spiritoso sulle primarie americane, per poi passare al promo di rete della trasmissione, che introduce la solita “fine anteprima”, ormai usata stabilmente anche nelle migliori famiglie, per motivi di separazione degli intervalli di orario da sottoporre all’Auditel. Nel promo, Chiambretti si unisce ai suoi collaboratori storici in un travestimento da supereroi che lo vede come Superman alla guida di una reunion di personaggi Marvel, fra cui spicca la Wonder-nonnina. Sempre curatissima la parte musicale (se solo fosse dal vivo, la migliore di ogni altro esempio italiano): Mr. Brown, “il Vessicchio coloured”, vale da solo una tipica orchestrina Rai nella sua interezza. Per non parlare della prima voce solista donna, che nella prima puntata non riceve forse lo spazio che meriterebbe. Alcune segnalazioni varie, che riprenderemo, magari, in approfondimenti nel corso della stagione, in apologie o ritratti di singoli personaggi dello show.

Lorenzo Riva ritenta molto inutilmente di prendere il ruolo che fu di Renato Balestra in Chiambretti c’è, ma per fortuna gli si concede più o meno lo spazio della nonnina, che invece ne meriterebbe di più. Buona l’idea di restituire verginità (“rivergination”) alla inverosimile Vanja Rumena, già valletta degli stacchetti di Ciao Darwin, ora proposta come nuova musa di Chiambretti. Non ottima, come i geniali spogliarelli al contrario (i rivestimenti) di Madga Gomez nelle passate stagioni, ma l’indirizzo è quello: forse il giusto modo di proporre in video donne pur fantasticamente belle e pur possibilmente seminude. Della grandezza di Costantino della Gherardesca, che resta nonostante gli acciacchi della noia, riparleremo.

Quello che continua ad essere il fiore all’occhiello di Piero restano i gemelli gelatai riminesi, che non hanno pari nel resto del panorama italiano, e che ci ricordano, più di ogni altra presenza, qui, una televisione di tempi che non sono più tornati.

giovedì 17 gennaio 2008

Con Omnibus va in onda il pluralismo della Tv

(in edicola il 16 dicembre 2008)

Omnibus, che è uno dei pochi programmi realmente pluralisti della nostra televisione, continua ad essere uno dei motivi per cui chiedere a gran voce che il segnale di La7 sia distribuito sempre meglio su tutto il territorio. La semplice sigla grafica promette e mantiene il primato di questa trasmissione di approfondimento imparziale ma interessante. Consiste in una specie di sezione di parlamento vista dall’altro, con semicerchi tipo scranni, in tre colori, che ruotano concentricamente, ma senza mai aprirsi verso un’unica verità (che, di norma, senza leggi elettorali problematiche, dovrebbe essere quella del governo, almeno come posizione nell’aula virtuale che il grafico ha immaginato, e sarebbe comunque un male, se fosse unica). Dalle 7 del mattino fino alle 9, con l’eccezione di quell’appendice decadente della rubrica di Alain Elkann, non potremmo chiedere di più al palinsesto del canale più coraggioso e giovane dentro che abbiamo in Italia.

Nel corso della rassegna stampa, Paola Mascioli e Andrea Pennacchioli si dividono perfettamente i compiti della giornalista seria, con dizione, e di quello quasi divertente, che commenta le notizie più liberamente, e si concede spesso, facendolo, di usare la sua cadenza di origine geografica. Orfani di Luisella Costamagna, orfanissimi di Rula Jebreal, cerchiamo di dimenticare l’allure di quei tempi, concentrandoci sulla concretezza di notizie date sempre in ordine non sospetto, e senza alcun entusiasmo né malcontento visibile (cosa che non è più un’ovvietà almeno da quando è stato fondato il primo telegiornale italiano). Ma anche i dettagli, nell’insieme così promettente, non sono da meno. Ed ecco Paolo Sottocorona che si esibisce in un meteo ragionato, messo in discussione, dialogato paragonabile ai primi tentativi di rinnovamento di uno stile che fecero dei suoi colleghi su Che tempo che fa, nelle prime puntate della prima stagione, poi abbandonati in onore di una stringatissima sintesi e la voglia di attirare l’attenzione di alti prelati da parte di Luciana Littizzetto, col suo richiamo e la sua scostumatezza abituali: “Eminenz!”.

La rubrica di Enrico Vaime, Trafficando…, estremamente radiofonica e boncompagnesca, dimostra che forse è troppo tardi, per lui, per dedicarsi alla sua età alla parodia del telegiornale, come se fosse un Rocco Tanica qualunque (beninteso, grandissimo musicista, Rocco). Con l’ulteriore difetto, del resto, che quella di Enrico è molto spesso una parodia molto, molto seriosa.

Gaia Tortora accoglie poi gli ospiti delle puntate, puntando molto sul look & feel delle telegiornaliste di alto bordo, quasi a livello Tg2, quelle coi forum Internet dedicati. E’ chiaramente fin troppo equilibrata e brava per farlo, ma lo fa comunque bene, e non le manca niente per entrare a sua volta nei sogni del potere d’acquisto del sultanato del Brunei, oppure restare a La7 e diventare una delle migliori del suo campo. Sa aiutare Capezzone a prendersi di nuovo sul serio, come forse merita, e Tabacci a sorridere di più alle camere, con la stessa identica voglia di lavorare che non le si stacca di dosso nemmeno quando il suo titolista le fa trovare in sovrimpressione sforzi del calibro di “Romano e suoi Prodi”. Ma quanto ci manca Antonello Piroso, in queste occasioni, lo sa solo Antonio Campo Dall’Orto.

lunedì 7 gennaio 2008

Stop a Parla con me? Speriamo sia una bufala



(in edicola il 22 dicembre 2007)

Quello che riguarda la fine anticipata delle trasmissioni di “Parla con lei” - dopo la puntata del 16 dicembre - e di conseguenza di una certa parte della Serena Dandini televisiva (quella che più apprezziamo, non solo come spalla-autrice, ma anche come conduttrice di se stessa), è l’altro rumour che non avremmo voluto sentire, quest’anno, dopo la notizia della chiusura del Teatro Ambra Jovinelli di Roma, per come la stessa Dandini lo aveva reinventato e gestito per anni. Si è subito rivelato ampiamente falso.Il peggiore, di gran lunga, è naturalmente quello sulla possibilità di una stretta collaborazione, e per giunta domenicale, fra Dandini e Simona Ventura, e magari proprio frutto di una possibile, ma scongiurata, sospensione della trasmissione di Rai Tre. Il fatto che in particolare questo secondo “sentito dire” non sia mai neanche una volta stato smentito, ci fa concretamente sperare che anche in questo caso si tratti di un’invenzione totale. Un buon programma come questo, può durare anni ancora, continuando ad essere relativamente non solo al passo, ma anche avanti coi suoi tempi.

In qualche caso, più che buono, è ottimo: basti ricordare l’intervista doppia a Carlo Verdone e Silvio Muccino, che riuscì in un solo colpo a farci parzialmente riabilitare Muccino e a mostrarci in atto la leggendaria ipocondria di Verdone. Non toglieteci una Dandini che si è slegata, parrebbe ormai in maniera del tutto definitiva, dal solito ruolo dell’autrice che, per comparire in scena, deve parere goffa, un po’ secchiona, al limite benpensante e comunque goffa, come un albatro su un ponte di nave o – fatte le dovute proporzioni – una colomba in una piazza d’armi, com’è la televisione italiana. Una disturbatrice che, insomma, per poter disturbare, deve continuamente, retoricamente proporre il silenzio o, peggio, la retta via, al comico “irregolare” che occupa tutto il resto della scena. Un piccolo classico, ma che può stancare alla lunga. Parla con lei ha dimostrato, nel corse delle edizioni, che invece quella comicità, prodotto sì di qualche istante di pure genio e intuizione, ma affidato a qualche esecutore (anche quando quel genio si chiama Corrado Guzzanti, beninteso, e quindi diciamo tutto questo un po’ più controvoglia) si può diluire, ammaestrare e distribuire nel corso di un’intera intervista a un politico, a un attore, a un regista, ad esempio. E non per questo perdere di fascino o di irrealismo, se la comicità è anche questo, e lo è senz’altro.

Ma senza perdere, qualche volta, l’occasione di adattarsi alla realtà, per una volta senza scimmiottarla. Questo programma, se pure fosse mai in qualche modo sospeso, continuerebbe ad avere un grande merito: in fondo, quello di non essere stato adatto a questi tempi terribili – come parecchi illustri suoi colleghi hanno saputo dimostrare sulla loro pelle contrattuale - per la televisione e per la maggior parte delle restanti vie per l’espressione dei talenti italiani, in Italia, per vie che un tempo si sarebbero definite “artistiche”, ma che ora possiamo dire anche solo “autentiche”. Le quali due parole , che non sono quasi mai state sinonimo, oggi, che da Maria De Filippi si fingono anche i preliminari.

venerdì 21 dicembre 2007

Se dal Vespa delle Feste Babbo Natale è Rutelli



(in edicola il 20 dicembre 2007)

Il più recente appuntamento “impegnato” con Porta a Porta nasce, non cresce e muore con il solito quesito, l’altro ieri: “perché il maggiordomo Paolo Baroni non si ribella e non prende il potere, distribuendo al pubblico in studio i manicaretti e le leccornie residuati dell’ultima puntata sull’alimentazione?”.
Il tema è il punto sul governo. Francesco Rutelli gode della posizione più privilegiata all’interno del salotto, quella che sarebbe spettata di diritto a Babbo Natale, se non fosse stato già impegnato a intrattenere parte delle casalinghe disperate, su Rai Due e non, da Los Angeles a Voghera: subito sotto l’albero di Natale (che Paolo Baroni deve aver allestito con odiatissima sobrietà, se non altro per via di conflitti vari con le luci di scena).
Non c’è dunque una sola inquadratura del ministro delle Attività culturali che non lo ritragga perfettamente corredato di palle e lustrini, con tutta l’invidia di Pierferdinando Casini, cui non è spettato altro decoro che l’altro ospite in collegamento, dal maxischermo alle sue spalle: Maurizio Belpietro. Che, ugualmente brizzolato, ma infinitamente più concreto e pungente, pare di Casini uno di quei “doppi” cattivi che tanto spesso nei b-movies tedeschi su Rete 4 si tengono nascosti, per una vita, anche al fratello gemello “buono”, salvo poi uscire allo scoperto all’improvviso e fare piazza pulita di lui e del resto della famiglia.
Tutto procede tranquillamente, fino a quando Rutelli e Casini cominciano ad alzare la voce sulle norme sulla sicurezza e, la parte dello staff tecnico che non ricorre alle uscite di emergenza, è tutto un bisbigliarsi la parola d’ordine, venuta dall’alto: “mentre Rutelli grida, solo primo piano, non inquadrare albero”.

Ma, in fin dei conti, si tratta pur sempre di una puntata natalizia di Vespa, e anche quello che farebbe sperare in un po’ di sana ultraviolenza verbale, è destinato a ripiombare, se non nei soliti tarallucci e vino - di cui di norma il Cavalier Bruni ha il compito di testare la qualità organolettica - almeno in Renato Mannheimer e nei suoi sondaggi antistress.
Prima, giusto per mettere in disaccordo tutti, servizio di Roberto Arditti, con erre moscia di ordinanza, sull’Alitalia. Ed ecco che l’albero, dietro Rutelli, può ritornare, mentre ci dimostra, con argomentazioni inconfutabili, che dobbiamo dimostrare ai nostri figli che non è possibile abbandonare Malpensa e che soprattutto possiamo ancora dire la nostra sulla composizione del consiglio d’amministrazione della compagnia aerea più amata dai titoloni.

Il ruolo della concretezza sobria e cortese spetta, come sempre più spesso accade, a Mario Orfeo, direttore del Mattino di Napoli.
Ma sono perlopiù sforzi inutili. Più il tempo passa e più ci accorgiamo che Porta è porta è una delle più perfette, complesse e realistiche macchine sceniche atte a rappresentare i difetti del nostro paese. Spesso, è una parodia della vita che investe i campi più vari, lavorativi e sociali: più o meno, tutti quelli dai quali proveniente ciascuno degli ospiti che si alterna alle poltrone. Altre volte – nei casi di puntata dal tenore di contenuti più elevato, come questa - pare che Porta a porta voglia essere solo una versione della televisione, come non dovrebbe essere, ma è sempre stata: al massimo della sintesi, la tv nella quale accadono veramente solo le cose che si dicono o si fanno immaginare, e tutto il resto sfumi nel mondo delle idee, di quell’iperuranio fittizio che invece sono i fatti, sottosopra com’è, ormai, la concezione del mondo e della politica nel mondo.

martedì 18 dicembre 2007

Sottovoce, quell’evergreen che non potrà mai peggiorare



(in edicola il 16 dicembre 2007, anticipazione e commenti qui)

Forse il programma feriale di Gigi Marzullo - Sottovoce, Rai Uno, una di notte - non potrà mai peggiorare (quello della domenica, sempre notturno, Cinematografo, è purtroppo inchiodato a una qualità medio-alta dal livello di almeno uno degli ospiti fissi: Gianluigi Rondi). Forse, “vista l’ora” (come direbbe lui), le nostre capacità di restare insensibili o addirittura soddisfatti davanti a qualsiasi manifestazione dell’ingegno umano aumentano il livello di pelo sul loro piccolo stomaco mentale. Forse, infine, Marzullo è veramente un poco migliorato. In ogni caso, sarà per uno di questi motivi – o al massimo per una combinazione più o meno letale di essi – che da qualche tempo ogni possibile accenno a una sorta di interesse o anche solo di lieve intrattenimento da parte di una delle sue domande o di una delle risposte che gli si danno, ci stupisce e ci felicita come se si trattasse di una quelle scoperte che, fatte di giorno, ci lasciano del tutto indifferenti. Ma, di notte, possono fare la differenza: un editoriale interessante sull’Unità; un richiamo di animale notturno particolarmente elegante; l’avvisaglia di un nuovo brufolo.

Principe delle tenebre televisive, più ancora del sempre inguardabile Gabriele La Porta, Marzullo ha però la caratteristica di non trascorrere il giorno in una cassa scura nascosta chissà dove, come tutti gli altri vampiri dei palinsesti (non esclusi forse neanche i docenti del progetto Net-tuno): forte di una grossa differita della messa in onda, Gigi vive il resto della sua esistenza presso il bar Ciampini di piazza in Lucina a Roma, circondato da fanciulle e affettati tutt’altro che trascurabili. Puntata memorabile e del tutto stracultuale (nonostante la delicatezza dell’argomento, certo) quella dedicata, giovedì, all’urologo Vincenzo Mirone e all’urologia in senso lato. Basti pensare che tutto comincia con il seguente botta e risposta, fra il sempre fintissimo tonto Marzullo e l’ospite in studio, che non si fa scappare un’occasione. La domanda, insomma, è una di quelle che avrebbe potuto scrivere il migliore autore di Maurizio Crozza per una sessione di imitazione delle grandi occasioni. La risposta, invece, l’avrebbe potuta dare solo un grande medico napoletano.

“Lei cosa si sente di dire a un paziente che in un certo senso soffre un po’ di prostata, a quest’ora?”. E l’altro, senza pensarci un istante: “Sinceramente, di alzarsi”. Gigi sa incassare, e incalza. Ma Mirone non è da meno, e continua asserendo, professionalissimo ma non accademico o noioso, che proprio il fatto di stare svegli all’ora della trasmissione di Marzullo è purtroppo un segno che qualche problema di prostata potrebbe esserci. Visto che Marzullo non ride né fa alcun cenno di essere stato così abilmente touché, Mirone snocciola qualche parolone che mette un po’ a tacere qualche dubbio che il suo acume possa aver in qualche modo offeso l’avellinese che, del resto, è pur sempre il conduttore del programma in cui ci si trova.
Niente di più lontano dalla realtà. Gigi sta solo pensando alla prossima, perfida questione. E alla sua prossima cravatta a tinta unita.

mercoledì 21 novembre 2007

Una stella in mezzo al trash Giletti andrebbe rivalutato



(in edicola il 20 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Il cuore profondo della Domenica Trash all’italiana è illuminato dal coraggio di una stella, che brilla solo un’oretta: l’Arena di Massimo Giletti (su Rai Uno, nel primo pomeriggio). È un talk-show decisamente sottovalutato, per il garbo con cui è condotto, il contesto voltastomaco in cui è situato, ma soprattutto per le evidenti difficoltà di reagire alle piccole, grandi vessazioni, in termini di scelta degli ospiti, che evidentemente un destino crudele, degli autori in rivolta o egli stesso alzatosi male, impongono al conduttore di fronteggiare. Massimo sa di avere a disposizione un parterre da Leggenda degli uomini straordinari (il film in cui Dorian Gray in persona aiuta Tom Sawyer a tenere a bada Mr. Hyde, con l’aiuto del Capitano Nemo, che è vivo e lotta insieme a loro). Cioè: un nutrito gruppo di persone che dovrebbero essere solo frutto della fantasia, e invece sono lì, e non c’entrano niente fra di loro. Ma mai che si dia per vinto, Giletti, neanche quando è fra un’intervista e una pausa pubblicitaria che si rammenta, guardandosi le spalle, che Klaus Davi ancora non ha parlato.

La puntata di questa domenica, ad esempio, è dedicata al dramma di cronaca sportiva di domenica scorsa, e agli scontri fra tifoserie e poliziotti che ne sono conseguiti. Giampiero Mughini siede al suo posto, torto in una posizione da crampo passivo, perché ne procurerebbe anche a chi solo lo guardasse con attenzione: posizionato allo stesso modo da anni, forte di un qualche voto - che deve aver fatto a chissà quale divinità femminile degli anni sessanta - di non confidare mai a nessuno di quando gli scappi di andare al bagno, e men che meno in diretta televisiva, giustamente. Come tutti gli altri, all’occorrenza di un’inquadratura, esegue il suo tipico gesto: per lui, è un’indecisa smorfia di dolore e di piacere malcelato insieme, levando gli occhi al cielo, e la mente al negozietto vintage che lo rimetterà in contatto con la realtà, lunedì pomeriggio, dopo questo incubo, tuttavia sopportabile, di finire il plafond di pelo sullo stomaco. Si dimena leggermente, e poi torna in posizione d’attesa, come in un palleggiare a tennis fra lui e la coscienza di giornalista e scrittore che non si accontenta.

Alba Parietti è differente. Non può muoversi, e cerca di parlare il meno possibile, perché ha una scollatura fino all’ombelico, quasi cinquant’anni, e nessuna voglia di ricordarci anche questa volta che è una donna “ottimista e di sinistra”, come nell’immortale canzone di Lucio Dalla. Suor Paola ascolta in religioso silenzio. La nostra relativa abitudine a tutto questo, finisce per rendere la ciliegina sulla torta della situazione, non l’enorme pinguino dorato, che chiude il cerchio accanto a una suora tifosa della Lazio, ma il fatto che si definisca Paola Ferrari uno dei volti più importanti del giornalismo sportivo italiano. Paola è collegata in esterna, ed è credibile e preparata come sempre: è proprio questo il punto. Fra tutto questo, solo Massimo è ancora attaccato alla realtà. Solo un superficiale direbbe, a questo punto: “annamo bene”. Perché è nella sua persona il diaframma forse sottile, ma ancora abbastanza efficace, fra rapporto con la terra ed elogio della follia, che permette a tutti di essere trattati con la stessa condiscendenza, come se davvero si fosse in una trasmissione normale, o se tutti potessero esprimere opinioni loro, e non quelle del ruolo da presepe mediatico cui li ha inchiodati per sempre una caratteristica somatica o un cenno biografico.

venerdì 16 novembre 2007

Bombay, il programma "impegnato"



(in edicola il 15 novembre 2007)

Il nuovo programma di Gianni Boncompagni non è solo la vendetta, servita ancora tiepida, di Ambra Angiolini. In realtà, Bombay è probabilmente il programma più “impegnato” della televisione italiana, e non solo non lo sa e non lo vuole sapere ma, se pure lo sapesse, non ci terrebbe neanche un po’ a farlo sapere in giro. È vero che l’Angiolini, di fatto, è tornata a lavorare col suo vecchio scopritore, e non più da pupazza radiocomandata, come ai tempi di Non è la Rai, controllata com’era dalla distanza di una cabina di regia apparentemente invisibile, ma onnisciente e onnipresente. In Bombay, oggi, proprio lei, quel simbolo riuscitissimo della televisione sbagliata (solo per posa e per copione, bella senz’anima; anzi, peggio: bella con l’anima di un settantenne) torna al fianco di Boncompagni proprio al posto di comando, che però, nel frattempo, è diventato lo studio stesso in cui è ambientata la trasmissione. Il backstage di un film o di uno show, di solito, ci dimostra o quanto è difficile realizzare quel prodotto, o gli errori che sono stati commessi nel realizzarlo. E un backstage incompiuto o fallimentare che diventi show, si sa, è ormai un sottogenere anch’esso, cinematografico e televisivo: basti pensare ad “Amici di Maria De Filippi”.

Ma questa volta, in Bombay, si ha il coraggio di andare oltre, e di dimostrare attraverso l’improvvisazione totale - condotta ad arte da un piccolo grande genio che non può perdere quasi nulla - quanto può apparire facile mettere su un programma Tv, e quanto è difficile comunicarvi realmente qualcosa, come nella migliore tradizione di un certo teatro dell’assurdo. Aggiornato ai tempi in cui solo le promesse non mantenute contano davvero, mentre i sogni si realizzano tutti e subito sullo schermo di un videogioco, o quello di un cellulare ad alta risoluzione. E, dunque, ospitare Ignazio La Russa che si finge barbiere, senza che alcun vero barbiere si sia trovato, disposto a fingersi Ignazio La Russa, e via così, fino a Sabelli Fioretti che farebbe il padreterno, e tenta di portare un ordine fra tutti quanti, vestito di una tunica bianca su un trono dorato.

È un ritorno alla scoperta, anche solo tecnica, prima ancora che contenutistica, di uno strumento, come la telecamera, che ha detto talmente tanto, concludendo talmente poco, che pare, almeno agli occhi di Boncompagni, non avere altro presente che questo: tornare a gioie semplici, al piacere dell’idea stessa di trasmettersi, di trasferirsi magicamente e irresponsabilmente nelle case dei soliti ignoti, o per qualche istante nel loro cervello, talmente usurato dall’abitudine al peggio, che solo Tinto Brass vestito da suora alla Paolo Villaggio (con vele felliniane), può rianimare con un bocca a bocca osceno, pur tenendo un enorme cubano fra le labbra. In Bombay il niente (i politici nonsensical, attaccati più a un nome falso che a un’opinione) e il suo contrario (la fisicità flagrante delle giovani e delle ballerine, che provan e riprovano un tango che non sarà mai realmente ballato) giocano a rimpiattino con i ritmi, le pause, le noie e i piaceri televisivi cui ci siamo avvezzi. E il bello è che tutto questo non è affatto un parodiare, un capovolgere la verità, in nome di una risata che raramente arriva (e non solo per le battute infelici, ma anche per quelle riuscitissime: come nella migliore tradizione dei comici impegnati) ma, ahinoi, la verità stessa.

giovedì 15 novembre 2007

Exit, se Ilaria D’Amico è l’unica uscita di sicurezza



(in edicola il 14 novembre 2007)

Lunedì, accattivante puntata di Exit – il programma di Ilaria D’Amico dedicato a Ilaria D’Amico – sui temi della vecchia crisi dell’università e il nuovo fiorire della prostituzione. Davvero molto ben pensata l’accoppiata, come del resto la presenza in studio di rappresentanti di entrambi di questi due mondi. Che, da sempre, si studiano, si osservano, spesso si scambiano saperi e trucchi, e trovano del resto nell’intelligente ma bella Ilaria una moderatrice perfettamente in parte. La soluzione ai due problemi (cali di prestazioni di professori e studenti, ed iperlavoro delle passeggiatrici), anche se fra le righe, sarebbe è la più semplice, naturalmente: quella, appunto, di scambiarsi le competenze: usare un marketing decisamente più aggressivo per promuovere i corsi di laurea, da una parte; e perdere clienti in lungaggini burocratiche e demotivazione del personale, dall’altra. Ma il bello della trasmissione è che Ilaria ci fa arrivare solo con grande senso della suspense a questo assunto fondamentale, così carico di significati per il futuro del nostro paese, tanto dal punto di vista del controllo delle nascite, quanto da quello della riduzione della fuga di cervelli.

Fatti alla mano, Exit – Uscita di sicurezza (su la7 ogni settimana), vanta fra i migliori rvm dei talk-show d’informazione italiani, e la scenografia più cervellotica e incomprensibile, in questo caso, anche andando a paragonarlo con alcuni dei quiz del tardo pomeriggio. Fra i servizi, stavolta colpisce soprattutto quello che comincia dall’aula magna della Facoltà di Fisica della Sapienza, e finisce, con grande senso delle proporzioni, nel gabinetto di Mussi, ministro della Ricerca, idealmente traslato nello studio del programma. Non prima di alcune formidabili dissolvenze incrociate, che lo vedono comparire qua e là fra gli scranni occupati, e sorridere come un mega-bidello molto paterno alle urla e agli slogan degli studenti. E davvero niente male anche la trattazione in stile “Iene”, ma più giornalistiche e meno arrapate, del secondo tema: il mercato del sesso. Tema solo leggermente meno scabroso di quello della compravendita di ammissioni a medicina. Il momento più alto spiritualmente di questa parte della trasmissione è senza dubbio quando Stefania Prestigiacomo afferma, testualmente: “Una volta le tenevano con le catene, oggi le picchiano: è sempre una condizione di schiavitù”. E non basta l’onestà intellettuale di Cinzia Dato a risollevare il livello, a questo punto.

Sulla scenografia, infine, come dicevamo, non siamo molto sicuri. Dovrebbe in qualche modo rappresentare una fabbrica simbolica, intricata di macchinari e gente del pubblico come prigioniera, sempre molto simbolicamente. Purtroppo, alcuni tralicci dell’elettricità (speriamo, altrettanto simbolici), non risultano molto d’aiuto nella comprensione di questo gioco quasi escheriano-borgesiano, fra spazi interni ed esterni concatenati o, meglio, incasinati. Allora, in tanto mistero e buio, vogliamo semplicemente credere che dopo tutto questo mistero, come al termine di uno di quei tunnel che annunciano una qualche vita oltre la vita terrena, ci aspetti l’unica uscita di sicurezza su cui possiamo davvero contare: Ilaria D’Amico stessa, vestita di un rosso che la fascia come una di quelle caramelle che annunciano, già dalla confezione, il piacere che avremo nell’assaporarle, solo al termine di tanto patire per trovarle sullo scaffale giusto.

lunedì 12 novembre 2007

Quando Bruno Vespa si mette la mano in tasca



(in edicola il 9 novembre 2007)

Notevole puntata di Porta a porta, mercoledì, grazie anche a un tempismo perfino superiore alla media nelle scampanellate che, tradizionalmente, annunciano l’arrivo di un nuovo ospite. Elemento che resta uno dei concept più rivoluzionari alla base del programma, insieme alla faccenda di riuscire a parlare con gli stessi ospiti di un delitto irrisolto, di una finanziaria difficoltosa e delle astinenze dal sesso di Luisa Corna. Il fatto che più o meno da sempre si sappia che quei tempi di ingresso sono scanditi da Vespa stesso, invece che togliere fascino a quella ardita simulazione di vita, consegna agli spettatori più smaliziati – o semplicemente annoiati – la possibilità di concentrare la propria attenzione sui movimenti della mano del conduttore nella tasca che conterrebbe il mitico telecomando, vero imperium, nuovo simbolo del potere dei tempi televisivi.

A riguardo, sempre eccezionale la presenza di Paolo Baroni, l’indimenticabile Collo Secco di tanti film ambientati a Cortina o a Forte dei Marmi, ora maggiordomo instancabile per Vespa: l’unico italiano con il diritto/dovere di non seguire neanche una parola di quello che si dica in studio, perché concentrato per tutto il tempo esclusivamente sul suono del detto microfono e su ciascuno dei fatti suoi. Le donne nel salotto, Catherine Spaak, Michelle Hunziker e Giulia Buongiorno appaiono come le figure di un gioco a trovare l’intrusa, in questo contesto in cui si parla di donne ambitissime, che non riescono a essere dimenticate o solo desiderate da uomini che fanno del loro rifiuto – o della loro distanza – un autentico problema psicologico-esisteziale: lo stalking. Ma il mistero è svelato prestissimo: la Buongiorno compare come fondatrice della onlus Doppia difesa, che si occupa della tutela di casi come quello di Michelle e di tante altre donne oggetto di questa patologia.

Il problema è effettivamente molto serio e sottovalutato dalla legge, in quanto è purtroppo la base e la preparazione per la maggior parte degli omicidi premeditati. I servizi preparati sul tema sono molto ben scritti e, come al solito, tentano eroicamente di contraddire con i fatti l’atmosfera inevitabilmente troppo glamour o disincantata che si finisce per respirare nello studio, per via degli ospiti assolutamente ingiustificati e palestrati come, in questo caso, Manuel Casella (compagno di Amanda Lear).
Stavolta un punto di contatto fra la realtà esterna e l’inevitabile fiction interna è fornito da una simulazione di molestia realizzata per Vespa da due attori. Un giovane vestito di un chiodo nero (simbolo del male) chiede l’ora a una ragazza alla fermata dell’autobus, che indossa un maglione a scacchi (segno del bene). Il giovane insiste a parlarle fino a che non interviene uno psicologo.

Ma ormai il danno è fatto, perché abbiamo capito che fare una puntata su: maniaci, guardoni e pedinatori di vario tipo, è un rischio troppo forte di autobiografismo – pur simbolico, o solamente deontologico/metodologico – da parte di un Vespa comunque in ottima forma e spesso ai massimi storici, almeno dal punto di vista dei doppi sensi a sfondo erotico. Un altro ospite, reale malato di stalking, è costretto dalla psiche a seguire, farsi vedere ripetutamente e senza invito, e in senso lato infastidire delle persone che non lo desiderano in senso stretto, può essere insidioso, sulla carta, per un conduttore che, seppure in via metaforica, ma su scala nazionale, da un decennio col suo pubblico non fa altro.