(in edicola il 28 febbraio 2008)
Le altre due protagoniste di questa edizione 2008 del festival di Sanremo, dopo il fantasma della musica leggera e Toto Cutugno in carne ed ossa, sono le due vallette Bianca Guaccero (1981, bitontina, che balla, canta, parla in inglese) e Andrea Osvart (1979, ungherese, che stona, litiga e ha studiato). Si è scelto, per le prime mandate, di non farle comparire insieme, ma di dedicare una puntata a ciascuna delle due, per evitare in fondo l’effetto veline, bruna e bionda come sono anche questa volta. Come il giorno e la notte, che non si incontrano mai, anche loro due simboleggiano due aspetti fondamentali della vita, anche se in particolare del vallettismo e della co-conduzione in generale: una, l’essere bella e brava, pur non volendo altro che essere solo bella, e risparmiarsi tutti possibili i conflitti con le solo brave (spesso anche solo quarantenni); l’altra, l’essere solo bella, e fare di tutto per sembrare anche brava.
Bianca canta infinitamente meglio in playback, mentre danza, piuttosto che dal vivo al piano di Sergio Cammariere. Andrea invece stecca felice, coraggiosa, quasi impertinente nel suo modo di volerlo fare diretta da Peppe Vessicchio, eppure senza seguire con la sguardo neanche per un instante in famoso ciuffo bianco che gli fa da bacchetta. Anche alla luce delle loro rispettive performance coi tre giornalisti-vecchioni del dopofestival (che, alla seconda puntata, si rivelano ormai presenza fissa), Bianca è infinitamente più trattabile e conversativa di una Osvart che, appena può, si risente e ammutolisce, come se non sapesse che questo è il livello cui una mezza dozzina di anni di dopo-reality hanno ridotto, non diciamo la televisione italiana, ma addirittura le menti di giornalisti anziani della carta stampata.
Osvart rifiuta il salame che la Agosti le offre, non si sa se perché ha studiato e dunque conosce la possibilità di metafore sconvenienti; Guaccero invece non si pone il problema neanche per il tempo di un sorriso in più (anche se in sfavore di camera) e fa il verso di mangiare, con tanto di pane di accompagnamento, il detto insaccato. Non si capisce perché Lucilla le dica che non avrebbe potuto rifiutare in quanto pugliese, come se fosse una tipica espressione della pugliesità non rifiutare i salami offerti nei dopofestival o comunque nei dopolavoro. Successivamente, Guaccero finge molto meglio dell’altra di mangiare ed è per questo che le perdoniamo la pizzica tarantata ballata durante la trasmissione: perlopiù fingendo di essere un ragno, e muovendo per il palco a quattro zampette e la schiena inarcata (a dorso di ragno, dobbiamo supporre).
Nella seconda puntata, come si sarà forse notato, uno dei vecchioni è una donna, eppure si complimenta con ancora più fervore dei colleghi del tutto uomini con Bianca. Non avevamo bisogno di molto altro per decretare il suo trionfo sull’algida Andrea. Eppure, il modo in cui la pugliese ammette di aver fatto solo uno Zecchino d’Oro regionale, da bimba, e non nazionale come buttà lì la Agosti; le sue risposte alle domande più insidiose dei vecchioni su quanti anni abbia; e, soprattutto, la versione con fisico aggiornato della stessa canzone che davvero portò allo Zecchino (Cane e Gatto, simbolo del rapporto coi vecchioni, involontariamente), ci tolgono ogni ultimo barlume di possibile dubbio.
mercoledì 5 marzo 2008
I dubbi di Guaccero e Osvart
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Trenulone
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Dopofestival, il vero Festival
(in edicola il 27 febbraio 2008)
Questo Sanremo 2008 è stato talmente (e a ragione) trasformato in un dopofestival nel festival, grazie a Piero Chiambretti, ai suoi gruppi d’ascolto, alla stessa inverosimiglianza di una giuria giovani presieduta da Federico Moccia, che il dopofestival in sé, quello condotto da Lucilla Agosti, è divenuto il vero festival, e con un discreto successo. Dopofestival nel festival perché tutto si ripete da troppo e troppo spesso, perché non lo si debba considerare, tout-court un post-festival, nel senso da categorizzazione storico-artistica, come quando si smette di credere alla modernità o a un credo religioso. Solo un’autoironia decadente, terminale, appunto quasi da Satyricon, permette a Pippo Baudo e a Sanremo di esistere ancora, attaccati come sono alla stessa spina dei pochi spettatori anziani e non dormienti che possano ridere davanti a Lenny Kravitz che canta Donna Rosa, dacché sono abbastanza svegli da sapere quanto è famoso Kravitz, e abbastanza avanti con gli anni da conoscere l’origine di quel motivetto tormentante.
Un solo merito, doppio: Chiambretti e Baudo agiscono evidentemente l’uno come il Sancho Panza dell’altro, avendo l’accortezza, di volta in volta, di riportare a terra il sogno, la visione che l’altro sta avendo in continuazione, che sarebbe un festival di vent’anni fa per Baudo, e una puntatona di Chiambretti c’è per Piero.
Eppure, per quanto a un orario smisurato, un certo punto, il festival finisce, e Lucilla parte con la sua idea di programma musicale fatto finalmente con grandi mezzi, grande pubblico e ancora più entusiasmo dei tempi di All Music, e balza subito all’occhio che non è necessariamente più entusiasta solo per i nuovi mezzi e il nuovo pubblico, ma perché finalmente si realizza come conduttrice di nicchia anche fuori dalla nicchia. Se non bastasse il suo modo di dare il giusto nome alle persone e ai concetti (anche, ovviamente, musicali) - oltre a un certo innegabile fascino di ragazza acqua e sapone che non studia troppo, ma osserva moltissimo – le verrebbe comunque in soccorso il co-conduttore Elio delle storie tese, che è l’altro vero motivo per cui guardare la programmazione di Rai Uno, almeno questa settimana, fino a orari più che marzulliani. Vero e proprio show indipendente, e non o conferenza stampa a telecamere accese, né il meglio di, a puntata finita da dieci minuti (come del resto si è spesso usato) la formula di Lucilla, Elio e Lucia Ocone è di mini-varietà con tanto di imitatori (grandissima Lucia Ocone nel ruolo di Mina) e di propria musica e ospiti.
I tromboni di critici, non solo musicali, del resto, non possono mancare in studio, come per un riflesso condizionato, per quanto dribblati più o meno agilmente dalla stessa Andrea Osvart, che deve purtroppo rispondere ad accuse di uomini sopra i sessanta sul fatto che sia troppo visibile il fatto che, rispetto alle vallette del passato, abbia studiato. Tutto ciò, sempre unito alla competenza musicale di tutti, appena appena malcelata, per gli sfottò ai cantanti in gara con più cognizione di causa della storia dei dopofestival, renderebbe il programma imbattibile per qualunque concorrenza, se solo se ce fosse una, a quell’ora. Ma i conduttori e i comprimari sono impegnati come se fosse l’occasione della loro vita, cosa che certo non è per Elio, ma forse per la Agosti sì, con tutti i nostri auguri.
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Trenulone
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