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venerdì 14 marzo 2008

Vita rubata, speriamo in bene

(in edicola il 12 marzo 2008)

Il film per la tv “Vita rubata” – che racconta la morte e le indagini sulla morte di Graziella Campagna, vittima di mafia – è appena andato in onda che forse ha già cambiato – non certo per sempre: ma speriamo almeno in qualche mesata di coscienza – il modo in cui i dirigenti Rai si devono rapportare coi film per la tv di contenuto delicato e stile sincero. Questo, visto il modo in cui di solito sceneggiatori e registi sopra le righe vengono trattati dal network pubblico: ricacciati fra pagine e costrizioni rigide almeno come le sbarre della cella degli assassini di Graziella (metafora triste delle righe di cui sopra). La fiction che Graziano Diana (autore del soggetto, all’esordio come regista) firma per buoni e cattivi pagatori del canone è invece differente. Innanzitutto, perché un personaggio fondamentale della tristissima vicenda è stato coinvolto ampiamente ed efficacemente anche nella fiction, e in due modi. Pietro, fratello carabiniere di quella vittima - diciassettenne - di una malavita secolare, è sceneggiatore quanto Graziano del film, nella vita. Ma anche protagonista della vicenda, nella fiction da lui scritta, e interpretato da un Beppe Fiorello mai così convincente, neanche con Salvo D’Acquisto o nel ruolo di se stesso ai tempi del Karaoke del fratello.

Tale è la sua naturalezza, tale la sua spontaneità, come se, nella fattispecie, non avesse fatto non diciamo l’attore, ma proprio il carabiniere. Graziella viene uccisa neanche maggiorenne a Villafranca, in provincia di Messina, perché, lavorando in una piccola lavanderia in un piccolo paese pieno di grossi latitanti, rinviene nel modo meno opportuno possibile un documento chiave, un pezzo di verità dimenticato in un abito quasi certamente falso o odiosamente fuori moda, che un capo mafioso le aveva involontariamente consegnato, dopo aver sporcato dentro e fuori metafora l’abito stesso che lo conteneva. Larissa Volpentesta, nel ruolo di Graziella, nelle belle scene di vita quotidiana in qualche modo sapiente riconstruita, anche se si tratta solo di vent’anni fa, è l’altra formidabile sorpresa nel cast artistico. E’ una di quelle belle e brave dal talento spontaneo che farà tanta strada quanti pochi saranno i corsi di recitazione seguiti. (Da segnalare, fra la commozione generale, durante la scena del ritrovamento del corpo di Graziella – quella che più commuove Beppe Fiorello nelle interviste con Pippo Baudo – l’avvento finale del Corpo Forestale dello Stato in una fiction mainstream. E’ una macchina dei forestali che trova la ragazza. Come segnalammo qualche puntata fa della nostra rubrica, era l’ultimo in assoluto nel particolarissimo rating della presenza delle forze armate in televisione, superato perfino dalla Guardia Costiera d’assalto di Gente di mare). Indimenticabile il modo in cui una fiction riesce a farci soffermare su un dato che nella vita può abbondantemente sfuggire: il lavoro in lavanderia come segno di rinnovamento, di pulizia, invano ma non senza speranza.

mercoledì 5 marzo 2008

E’ nato il club Cashmere Mafia

(in edicola il 26 febbraio 2008)

Nato come quasi uno spin-off del sempre sopravvalutatissimo Sex & the City – se non altro perché le due serie hanno un creatore o due in comune, e un’intera metropoli di bar e club da esplorare: New York – Cashmere Mafia è infinitamente superiore al suo predecessore, noto per essere la serie tv in cui tutti (produttori, colleghi, pubblico) fingono che Sarah Jessica Parker sia bella o addirittura sexy. Per varietà di temi, per profondità di personaggi, ad esempio. Ma soprattutto per la cura maniacale dei dettagli delle location e delle scenografie, infinitamente variabili, assecondando o contrastando, come accade sempre nella varietà di una città così, gli stati d’animo delle quattro affiatatissime protagoniste: Mia, Zoe, Juliet, Caitlin. Più che a Sex & the City, in cui predomina convinto il modello di donna finta giovane e vera cazzeggiona, però, Cashmere Mafia somiglia a un Disperate Housewives in cui però disperati fossero i mariti, e non le mogli, tanto le quattro sono in carriera, adulte, poco materne, e irresistibili. Per di più, gli uomini lavorano anche qui.

La serie racconta, naturalmente, delle peripezie che le donne compiono per far quadrare i bilanci della vita privata e dare un tocco di umanità a quella lavorativa. Mia è interpretata da Lucy Liu: una cinese che non vuole cinesi come vorrebbe mamma, forse la più sexy e la più fragile della piccola cosca, perché più problematica e sentimentale. È editore di una serie di riviste di moda, costume e varietà che vanno per la maggiore, con un capo dei capi ebreo-inglese, si suppone, che non le lascia passare neanche un vestito eccessivo o un’acconciatura cafona. È single dopo che il promesso sposo l’ha lasciata perché lei ha vinto una gara con lui per una promozione, e vede troppi caucasici. Zoe è apparentemente la più in carriera e meglio sposata, con un architetto che piace alle mamme casalinghe della scuola dei figli, contro le quali però decide di non combattere ad armi pari, noleggiando autobus a due piani per classi intere di scuole elementari. Ma le tentazioni, proprio sul lavoro, e per entrambi, sono tante.

Juliet è la rossa di fuoco e ghiaccio, che simulerebbe orgasmi al contrario, cioè fingerebbe di non averne, col marito che la cornificia con una donna molto intelligente, e perfino della sua stessa età. Lavora come executive per una catena di alberghi di lusso e ha una figlia che è come era lei alla sua età: bellissima e scalmanata, in attesa di essere forse disciplinata dalle infinite delusioni di una cita di successo. Caitlin, grazie a una liaison lesbica, scopre che si può essere delle donne forti e intelligenti anche da etero, e lavora per un’industria di cosmetici cui preferisce, in privato, una grande naturalezza. Cashmere Mafia non è ancora non trasmesso in Italia, e sta riprendendo in questi giorni le sue trasmissioni Usa sulla Abc, dopo per che mesi il pubblico si accontentato di 7 puntate su 13 per via dell’acerrimo sciopero degli sceneggiatori. Il suo sbarco nel nostro paese non può che essere imminente, ma ancora non si sa nulla di chi se ne stia interessando più concretamente di noi. L’utente media di Internet Movie Database dichiara, imbestialita, nei primi commenti leggibili nella pagina dedicata a Cashmere Mafia, che “è come Sex & the City, però senza calore e genuinità”. Ovviamente, entrambi punti a favore delle nostre quattro mafiose Perlana: avete mai conosciuto delle vere newyorkesi, anche non strettamente somiglianti a Sarah Jessica Parker, che fossero calde o genuine?

lunedì 25 febbraio 2008

Zodiaco, oltre il pregiudizio

(in edicola il 22 febbraio 2008)

Zodiaco, il film per la tv spiegato ovunque da Antonio Marano come la risposta italiana e torinocentrica a Csi ed Ncis, si è concluso mercoledì, lasciandoci ancora una volta sorpresi per la qualità degli interpreti (anche se non della sceneggiatura, un po’ troppo pedante e didascalica per un soggetto esoterico, para-psicologico come questo) e per come, almeno in questo caso, sia stato facile superare, nella visione, i pregiudizi negativi che spesso generano dichiarazioni di direttori di rete come quelle di cui sopra. Per tacere poi delle conferenze stampa in sale con arazzi. Torino è dunque sempre più la piccola capitale morale del cinema e della fiction, fotogenica ma misteriosa il giusto, come i porticati, come le colline intorno, come la Fiat, alle volte.

Zodiaco racconta di come un serial killer colto - d’altri tempi - passi il tempo ad uccidere secondo un ordine astrologico. In particolare, insegue Ester (Antonia Liskova, la pianista-terrorista de La Meglio Gioventù), figlia naturale mai riconosciuta né conosciuta dal capofamiglia di una “dinasty” di banchieri, che verrà eliminata a poco a poco, fino ad arrivare a lei. Riguardo la produzione, bisogna mettere bene in chiaro che davvero, questa volta, si è rasentato un certo coraggio, nel mandare avanti questo tipo di progetto, retrò, complesso, forse non per tutti, qualora sceneggiato rendendo giustizia al soggetto, come si diceva. Perché il lavoro francese di cui la Rai e la Casanova Entertainment di Luca Barbareschi avevano comprato i diritti per la televisione italiana era pronto per il doppiaggio. Invece, si è tenuto al remake, ambientando il tutto in Piemonte e deamericanizzando il più possibile dei personaggi fin troppo macchiettistici e stereotipati, come soprattutto il super-poliziotto-medio, che da noi è reso da Massimo Poggio, e molto bene.

Forse, proprio per questo, una dirigenza del settore Fiction già potenzialmente sconvolta per la qualità, sulla carta, del prodotto, deve aver cercato irreparabilmente di limitare slanci dialogistici che l’avrebbero resa orfana di pubblico o di nuovi incarichi. E così, purtroppo, inquadrature che abbiamo visto raramente su Rai Due incontrano, ahimé, scambi di battute che invece ascoltiamo ogni giorno, pur resi impeccabilmente, ma mai sovrarecitate, come si dice, e neppure da Vanni Corbellini, qui nel ruolo dell’erede della Dinasty detto Pierre. Per via della camera estremamente mobile, spesso a mano, e anche in momenti istituzionali e codificati per la nostra fiction come nella bella scena della lettura del testamento del capoclan, ci sono poche scene che ci pare di aver già rivisto o anche solo visto, e qui il merito è del regista Eros Puglielli.

Notevoli pure il clima anni ’70 - e le citazioni del cinema di quel tempo - che si respirano ovunque, dalle colluttazioni appositamente approssimative (con annesso sangue raffazzonato), ai bambini che girano in bici, nei parchi, di notte. Insomma, non c’è un solo momento, neanche quando ci troviamo negli interni giorno delle villone di famiglia Santandrea, in cui ci pare essere in una puntata speciale di Cento Vetrine. E, beninteso, c’erano apparentemente pochi motivi per cui una circostanza del genere non dovesse capitare. Per il resto, quando va molto bene, ci sembra di essere in un Dario Argento dimenticato e recitato bene.

giovedì 21 febbraio 2008

Una fiction da esportazione: Caravaggio

(in edicola il 21 febbraio 2008)

Finalmente, con quella su Caravaggio, le fiction Rai possono vincere, di lunedì, non solo contro il Grande Fratello di Canale 5, ma anche contro il nostro pregiudizio, ben rifocillato e rinvigorito dagli ultimi saggi del loro genere, che i nostri pregiudizi su di esse siano fondati. Alessio Boni è in parte come non lo era dai tempi della Meglio Gioventù, soprattutto dopo la parte in cui si toglie la vita. Quei tempi ci avevano per un attimo fatto dimenticare che, tutto sommato, non è che stessimo parlando di un pluripremiato oltreoceanino che non rinnegava le sue origini bergamasche, ma di un attore ex-Incantesimo, per quanto di buone letture e addetto ai lavori di surriscaldamento delle signore da casa. Eppure, con questa prova, Alessio davvero si inserisce nel meglio degli interpreti di sceneggiati moderni italiani, con una certa grazie e un chiaro sforzo di consultazione di fonti dalla produzione del maestro (del resto, bergamasco come lui) e soprattutto dalla tanta e controversa letteratura artistica su Merisi.

Boni sa guardarsi le ferite, quasi gioire di quanto siano terrene, al termine di un lungo viaggio in barca; e poi farci toccare con mano una Santa Martire, mentre la dipinge, e lei tende al cielo con la stessa intensità con cui il pittore, una scena prima, tendeva alla malaria o almeno a una notevole febbre. E questo significa aver colto almeno una grossa parte del senso dell’esistenzialismo ante-litteram nella produzione di quel maestro, così ispirato dalla sua realtà da riuscire a rappresentare un’altra, e invisibile, rendendola però come tangibile anche a noi, per via di una serie di miracoli che ripeteva in un certo numero all’anno, che si chiamano tele, pale, e pochissimi affreschi di dubbia attribuzione ma di immenso fascino. Nella fiction diretta da Angelo Longoni (che non si è avvalso, come capitò al film del 1948, addirittura della co-regia di Roberto Longhi, il grande critico d’arte, ma che comunque dimostra di avere grande gusto e grandi collaboratori alla sceneggiatura) ci sono scene che avremmo voluto vedere con tutto il cuore.

Sono quelle in cui Caravaggio è stordito da uno dei viaggi rocamboleschi vicini alla sua fine, e dunque nel periodo più tragico, colmo di sensi di colpa, e di quegli autobiografismi macabri che renderanno capolavori di un nuovo corso gli ultimi dipinti, dopo le pur coltissime nature morte, apparentemente solo perfette, ma anche esse gravide di simbolismi (come ha mostrato, fra i primi, Maurizio Calvesi, fra gli storici illuminanti su questi temi). Ma nonostante questo, come accade nella fiction, ad esempio, all’approdo a Siracusa, in fuga per salvarsi la vita, il maestro non riesce a non avvedersi della bellezza di un tavolo di giocatori, e di quello che avrebbero rappresentato per lui dieci anni addietro, al colmo dell’ispirazione per la parte “bassa” del suo lungo bilancio fra terra e cielo, spunto e ispirazione, come tutti i grandi del suo tempo e non solo nel suo campo d’azione. E di scene così ce ne sono diverse nel corso delle due puntate di domenica e lunedì. E il fatto che ne siano state concepite e realizzate anche alcune di tipo “invertito”, cioè prefigurazione del dramma psicologico terminale, anche alla corte del cardinal del Monte o dei Giustiniani, è il merito più grande di un’ottima fiction da esportazione.

lunedì 21 gennaio 2008

Don Matteo, ritorno (in)aspettato

(in edicola il 19 gennaio 2008)

Puntuale come pochi dolori alla cervicale o molti incubi ricorrenti, ogni anno don Matteo ritorna su Rai Uno, manifestandosi sempre alla domanda: “Si aveva bisogno di un’altra fiction su una forza dell’ordine a scelta”? Sono sei anni che la risposta è “sì, se si tratta di una fiction con una forza dell’ordine a scelta e un prete piacente, con un passato da picchiatore cinematografico con effetti speciali audio raffazzonati”. L’abbandono da parte di Flavio Insinna del ruolo del capitano Anceschi non ha nuociuto quanto speravano i suoi agenti allo sviluppo delle trame della sesta stagione, che è sempre saldamente costituita da placide ingerenze del potere spirituale su quelli esecutivo e giudiziario, e problemi deontologici di agenti donne sotto tono, rispetto alla concorrenza delle carabiniere inarrivabili di Canale 5. Ma il cast femminile, come da tradizione, si rifà prontamente con le suore, in molti casi al livello di un remake di Emmannuelle nera in convento, o su di lì.

Gli intrecci delle puntate non saranno certo mozzafiato, però i validissimi caratteristi e soprattutto i bambini fanno un grande lavoro per i dettagli. L’ouverture della prima puntata - con un gruppo di preadolescenti che, invece di giocare a guardie e ladri, simulando sparatorie, rubano le talari del parroco Matteo e cominciano a inseguirsi per la casa - non ha prezzo in questo momento di difficoltà nei rapporti fra laicità e Chiesa. La diatriba che ne scaturisce, presto risolta fra una suor Maria in stato di grazia e la perpetua Natalina, è una bella pagina di neo-trash. Di quello sincero, e non affettato, come ormai succede sempre più spesso al cinema, con i seguiti di tante commedie amatissime negli anni ’80. Qui il trash non deriva dalla volontà esterna di un produttore, ma dalla reale insicurezza degli sceneggiatori, a gestire un litigio fra una suora-modella indignata e una romanaccia riflessiva, e non gli biasimiamo, per via della certa difficoltà che una simile ambientazione comporta. Per giunta in Umbria!

Spetta al grande Nino Frassica il compito di compensare. Il suo personaggio è uno dei migliori scritti per le fiction poliziesche italiane. E’ l’anello che non tiene fra tanta pompa e circostanza, per dirla alla Edward Elgar. Non c’è un solo momento in cui creda di essere un carabiniere – abbiamo in continuazione paura che possa richiamare a sé il mago Forrest e fargli onorare una bandiera – eppure è sempre il più credibile di tutti, per via di un’umanità che non gli deriva affatto dal non sapere realmente recitare (come succede invece a tanti casi umani nelle produzioni di film per la tv italiana), ma dal saper capire che si trova in una fiction in cui Terence Hill interpreta il parroco di Gubbio. Ancora culto la scena in cui la perpetua Natalina si ritrova nel confessionale un don Matteo che non le scriveva da quindici giorni, di cui pensava di aver perso le tracce.

Lui non fa in tempo ad assolverla, che lei fuoriesce dal confessionale in preda alla gioia e viene sollevata da terra dal religioso, e fatta vorticare per alcuni secondi. L’arrivo di Pippo il sagrestano sulla scena, interpretato come sempre dallo straordinario, sempre felliniano Francesco Scali, restituisce alla terra la moglie rapita dal misticismo, prima che anche solo qualche nuova assoluzione alle intenzioni debba essere pronunciata.

giovedì 20 dicembre 2007

Il destino di un principe, una fiction di fascino



(in edicola il 19 dicembre 2007)

Il destino di un principe è un film per la tv di raro fascino e share, almeno in Austria (50%, vi compare Sissi, del resto), l’altra terra coproduttrice di questa fiction diversa, meno addentro lo spirito facilone, melenso o provinciale imposto dai massimi successi del genere (uno su tutti: l’ultimo Guerra e Pace), e più vicina alle piccole invenzioni inattese, ai dettagli di classe registica di una produzione come i recenti Vicerè di Roberto Faenza, pur naturalmente senza avvicinarvisi troppo. Data anche la ferma mano austriaca dietro il tutto, naturalmente. Come molti avranno finto di ricordare perfettamente, dando uno sguardo alla trama sui giornali, la storia è di quelle che cambiano il corso di quella d’Europa, e dunque in parte del mondo: la nascita dell’amore – e il suo tragico epilogo suicida – fra il principe ereditario al trono d’Austria Rodolfo d’Asburgo (figlio di Francesco Giuseppe e di Elisabetta detta Sissi) e la sua amante baronessa Mary Vétsera.

Rudolf è interpretato dalla star della televisione tedesca Max von Thun, il vero Alessandro Preziosi morale d’oltralpe; la giovane Mary da Vittoria Puccini, l’unica attrice così amata dal pubblico che ormai anche i blogger più cruenti amano definire “bella e brava”, nei post che un tempo avrebbero dedicato ai difetti di una nuova versione di Windows Vista. Se ci sono al mondo dei cinefili spinti di generi come il film storico di ambientazione asburgica, questa produzione farà leccare loro i baffi impomatati alla Franz Josef. Un solo motivo cultuale su tutti: non è nient’altri che Omar Sharif – che interpretò Rudolf in persona nell’amatissimo Mayerling di Terence Young (con Catherine Deneuve nella parte della Vétsera, e in quella di oggetto del desiderio di più di un soldato-comparsa) – a recitare nel ruolo del pittore Hans Canon. Sono cose che, per un pubblico attento, che magari participa ogni anno alle parate dei sosia degli imperatori austro-ungarici a Bad Ischl (Austria), può fare la differenza, e rendere plebiscitario un risultato d’ascolto molto più di un semplice bel moto di cinepresa o, rarità ancora più preziosa, di sceneggiatura.

Per noialtri, invece, contano soprattutto scene come quella d’apertura (subito dopo l’antefatto che introduce un lungo flash-back). In cui il pittore Hans, nel ritrarre Rudolf e nell’impersonare una delicata metafora del regista e dell’operazione intera di fiction biografica cui partecipa, raccomanda, in un gioco di rappresentazioni concentriche che sarebbe la gioia di una tesina di semiologia a Scienze delle Comunicazioni, al modello di “non muoversi”, perché devono essere entrambi concentrati. E’ chiaro che ne La figlia di Elisa tutto questo non potrebbe avvenire. Il modo in cui una dissolvenza ben piazzata passa dalla mano di Sharif che dipinge a quella di Max che palpeggia un compagna di stanza, fingendo id tracciare una mappa geografica sulla sua schiena, lascia intendere che anche le donne che amiamo, in fin dei conti, un po’ le idealizziamo, le modifichiamo ai nostri occhi, come se in parte le dipingessimo con infiniti pentimenti e correzioni. Neanche questo troverebbe posto nella fiction media italiana. Andiamo bene, se abbiamo bisogno di un apporto dalla tv popolare austriaca per ricordarci dove sta di casa la sensualità di un pellicola.

mercoledì 28 novembre 2007

Lucrezia Donna Detective, una fiction “differente”



(in edicola il 27 novembre 2007)

Le fiction poliziesche all’italiana, sulla falsissima riga di quelle all’americana, hanno da sempre, come per vocazione, il compito di mostrarci dialettiche superficiali e retoriche fra le parti d’azione e quelle, dietro le quinte, di umanità o mancata umanità delle forze dell’ordine in ballo. Gente che, nonostante nel lavoro sappia come inseguire più e più spacciatori, incastrare malavitosi e saltare le cene, poi, nella vita, si concede sorrisi e amori non corrisposti; è pasticciona nell’economia domestica; può divorziare nel primo episodio e poi starci male per stagioni. Donna detective (altre cinque domeniche, 21.30, Rai Uno) è differente. Ma non come la banca della pubblicità tormentone: è sul serio un’altra cosa. Sarà che Lucrezia Lante della Rovere è perfettamente in parte, come non succedeva da La carbonara; sarà che Flavio Montrucchio, pur presente nel cast, non ne è affatto il protagonista maschile (lo è il giovane vecchio Kaspar Capparoni); sarà semplicemente che il soggetto e la sceneggiatura sono stati composti da gente relativamente sopra la media cui ci ha abituato Rai Uno, negli ultimi tempi: di fatto questa la prima puntata di questa fiction è stata piuttosto originale, ma non forzata.

Lisa, l’ispettore protagonista, è una specie di Dexter rovesciato. Dexter è l’eroe/antieroe del serial americano omonimo, in cui questo personaggio (fra i massimi della categoria) passa metà del metraggio di ogni episodio, a sembrare un collaboratore della polizia normale, con amori, famiglia etc. E, per il resto, squarta persone come un qualunque serial killer d’alto livello, senza lasciare tracce, ma con il solo scopo di ripulire il mondo dalla spazzatura che lo stesso suo dipartimento non riesce a eliminare con metodi convenzionali. Il personaggio di Lucrezia, invece, trascorre tutto il tempo a disposizione a convincerci di essere una poliziotta del tutto fuori dal comune, e poi è una delle mamme di famiglia più credibili e “normali” dai tempi di Giulio Scarpati nel Medico in famiglia prima maniera. Scene clou i tragitti in macchina con i figli, quasi da “Caterina va in città” mutante in “L’ispettore torna in campagna”, chiudendo il cerchio, quotidiano, del trapasso da show-pistolettate a backstage-mangiate tutto. Ci si chiede, insomma, se sia più la paciosa vita rurale sulla tiburtina ad essere la fonte materiale di quello che accade, conseguentemente, in una sfera più metropolitana e rischiosa; oppure, viceversa, la città non sia una fonte di emozioni e di spettacolo per i bambini-pubblico tornati da scuola, che credono alla vita della mamma - che ha inseguito un furfante, prima di aprire loro lo sportello - come a una puntata nella puntata, e particolarmente avvincente, di un altro dei serial che non vedranno, perché messo all’indice da una genitrice del ramo.

Grande affiatamento coi bambini attori, soprattutto in quelle canzoncine (la vera novità) che sembreranno solo dettagli, a chi è avvezzo a chiedere “sostanza”, a una fiction, e poi spesso si ritrova in mano nient’altro che la solita comodissima cocciutaggine degli scrittori, che proprio non se la sentono di credere che il pubblico possa desiderare qualcosa di diverso. E invece, anche quelle scene, sono solo segno di cura e rispetto per ogni scena e ogni categoria di spettatore, in un prodotto italiano che davvero, per una volta, non mente sapendo di mentire quando, nel sito ufficiale, dichiara di essere esportabile e universale come “un serial americano”.

mercoledì 14 novembre 2007

La fiction degli errori e dello spreco di talento



(in edicola il 13 novembre 2007)

Nella fiction su Rino Gaetano lo spreco di talento degli interpreti avviene in un ordine di grandezza molto importante. Certo, non sarà evidente come nell’ultimo Guerra e pace (stiamo pur sempre parlando di Chiatti e Santamaria, per quanto cantino spesso), ma basta perché i fan più hardcore del cantautore calabrese possano cominciare ad aggiungere, alle celebri litanie laiche dell’immortale brano Ma il cielo è sempre più blu: “C’è chi si gira nella tomba”, canticchiandolo in cuor loro, forse con leggero cattivo gusto, ma non del tutto a torto. I grossi errori della mini-serie, in verità, paiono facili da schematizzare. Il primo è lo stesso che si commette puntualmente ogni volta che un critico, uno storico o uno sceneggiatore mediocre compie un approccio insincero e, appunto, mediocre alla biografia di una persona eccezionale, che non comprende ma che deve fingere di comprendere per lavoro. E vale a dire il tipico effetto Caravaggio, che per secoli fu ritenuto, prima ancora che un pittore sublime – per quanto profondamente immerso nella realtà – da sostenitori e detrattori, rispettivamente un genio o un folle per lo stesso, identico motivo: perché il ragazzo beve troppo, è strano, il prezzo della creazione è stata una vita insalubre, consideriamolo maledetto.

Fatte le dovute proporzioni, questa è una semplificazione che, naturalmente, non vale neanche per Gaetano, come in genere non valgono mai le semplificazioni dettate non dalla sintesi o dalla riflessione, ma dalla voglia di celare alla meno peggio l’equivoco, la mistificazione o, misfatto ancora meno depenalizzabile, nel 2007: il didascalismo. Nemmeno il popolo televisivo, per quanto in basso possa cadere, può credere alla scena di apertura della fiction, in cui la recitazione di Claudio Santamaria (una delle poche promesse non ancora mancate del nostro cinema, da quando si è deciso di smettere di sopravvalutare, senza che questo sentimento fosse particolarmente ricambiato, l’attore Stefano Accorsi) lotta invano contro la scrittura dei suoi sceneggiatori. Lunghe sequenze lo portano nientemeno che a ubriacarsi in casa sua negli anni ottanta, mentre tutto ci sembra talmente normale che solo la tipica colonna sonora strumentale da fiction italiana, interrompendo il brano di Rino dei titoli, Mio fratello è figlio unico, riesce nel compito, tristissimo ma necessario, di ricordarci che stiamo guardando proprio una fiction italiana.

Raccontare con questo stile l’opera e la poetica di un uomo che ha saputo tramandarci, ad esempio, il più delicato elogio di un tema delicatissimo di per sé, e raramente trattato, come la masturbazione femminile (Sei ottavi), attraverso quella perfetta serie di metafore concentriche dell’atto in sé (che riescono, in fine, quasi a visualizzarne graficamente l’atto, e i desideri che genera e da cui è alimentato al tempo stesso), non è solo impreciso e insicuro, è un atto vandalico contro la bravura e gli sforzi per esercitarla. Altri punti: non si può rappresentare Rino Gaetano che pronunci “Gianna è commerciale”, con lo spirito involontario di una di quelle parodie dei “ggiovani” di dieci anni dopo, alla Corrado Guzzanti. Non si può rappresentare Rino Gaetano che si faccia inseguire da Laura Chiatti, facendole promettere tanti baci quanto sono le strofe che canteranno insieme di una sua canzone, con lo spirito, stavolta volontario, di una di quelle parodie della letteratura di un giovane di dieci anni prima: Federico Moccia. Punto.

giovedì 25 ottobre 2007

Improbabile gente di mare. Flirt e spari di rudi costieri

(in edicola il 24 ottobre 2007)

Gente di mare è ricominciata, e con essa la voglia del pubblico di osservare da vicino esemplari di Guardia costiera nella stagione degli amori e delle sparatorie, che sono entrambe aperte tutto l’anno. Certo, dobbiamo ammettere quanto sia grande la perizia tecnica con cui è realizzata la maggior parte degli inseguimenti, in navigazione, ogni volta che i nostri eroi scoprono dei trasgressori a minacciare le loro acque. O gli altrettanto temerari approcci alle colleghe che quegli uomini sanno eseguire, spesso, sempre in navigazione. Anzi, è molto affascinante vedere come queste due componenti tematiche della fiction dialoghino serratamente fra di loro, e più è stata realistica e spettacolare l’una, tanto più ci si concederà poi, nelle ore di licenza poetica. Però, resta il dubbio che la televisione stia un po’ esagerando con le serie sulle forze dell’ordine. Almeno nel caso dei carabinieri, c’erano decenni di barzellette pesanti da espiare, per l’opinione pubblica. La polizia, allora, non poteva essere da meno, ed eccola, da Nebbie e delitti a Distretto. Ma quando si arriverà a realizzare una fiction sul corteggiamento nei forestali, o sulla vita segreta della protezione civile, sarà il caso di cominciare a preoccuparsi.

Per fortuna, nel caso del martedì sera di Rai Uno, un intreccio saldissimo dal punto di vista strettamente drammatico (vedi rapimenti al Circomare) riesce a bilanciarsi sempre cogli amorazzi, i tradimenti, le gravidanze simulate e i conseguenti parti acquatici evitati. È così che anche gli spettatori meno esigenti o più legati ai primi anni ottanta, vinceranno la tentazione di reintitolare, in cuor loro, questa seconda stagione: “Gente di mare 2 - un anno dopo” (alla Vanzina; contaminandola, di conseguenza, con un genere cinematografico più caro ad essi che a dei rudi costieri). Una tentazione, del resto, forte quanto eroici sono gli sforzi sul set dei due (o uno) attori più bravi di appassionarci anche ai lati meno sentimentali del loro mestiere quotidiano. E di ricordarci di puntata in puntata che per quanto possano operare sulla costa alla moda della loro regione (fino a prova contraria, diranno i filo-jonici) sono pur sempre un gruppo di guardacoste calabresi.

Ad esempio, Angelo Sammarco, (lo stesso Lorenzo Crespi di Carabinieri, ma anche quello dei Buchi Neri di Pappi Corsicato), è il Mitch Buchannon della situazione: un Baywatch formato scafo: bello, muscoloso, carismatico, innamoratissimo di una bellona con cui dividere ufficio e branda, ma con un’intera navetta da gestire, al posto del mitico salvagente californiano del collega, quello a forma di supposta arancione. E questo mescolare il dovere con il piacere trova la sua consacrazione nei casi in cui un buono si innamora di un cattivo, o viceversa, mentre gli ottimi continuano a combattere senza tregua almeno i pessimi. Succede così al comandante protempore Terrasini di invaghirsi della figlia del capo ‘ndrangheta Amitrano, e al fratello di lei, Toni, l’erede designato, di non poter più fare a meno della naivetè di quella specie di piccola Flo interpretata dall’ex miss Italia Francesca Chillemi. Alla naturalezza con cui l’una riesce a sembrare il più possibile selvatica, corrispondono le tremende difficoltà con cui Toni il malavitoso rappresenta la civiltà, giungendo sull’isola da cui la Chillemi non si separa mai nientemeno che griffatissimo e da Tropea. Anche nell’ultima puntata trasmessa, notevolissima come al solito l’interpretazione del grande caratterista Frank Crudele, nel ruolo della tipica guardia costiera italoamericana di stanza sul Tirreno.

martedì 23 ottobre 2007

Brutto, insipido e codardo Guerra e pace de noantri

(in edicola il 23 ottobre 2007)

Come ama dire Ettore Bernabei di tutte le fiction Rai brutte che richiedono più di un paio di mesi per essere realizzate, Guerra e pace non è una fiction, è un film per la tv. Un film per la tv insipido e codardo come pochissimi altri, ma che gode di un respiro tanto internazionale e di una profondità di ambientazione che – sebbene realmente sia stato girato a San Pietroburgo – la sensazione è che potrebbe essere stato collocato più o meno ovunque, da qualche sceneggiatore (ancora) postmoderno: dalla provincia di Terni, un giorno in cui le acciaierie fossero chiuse per miracolo, a uno qualunque degli Stati Uniti, tranne la California, perché lì ci sono molte più russe. L’ultima cosa che vogliamo accada a questo ultimo ritrovato del bignami televisivo (su Rai Uno in quattro puntate, a partire da domenica scorsa) è che diventi presto un altro di quei vestiti nuovi dell’imperatore. Una di quelle cose sì palesemente inconsistenti, quando non del tutto inesistenti, ma di cui non si può parlare male in pubblico, in primo luogo perché si è speso troppo per realizzarle, e in secondo luogo perché l’abbiamo speso in parte pure noi, proprio come i sudditi di quel sovrano nella fiaba.

Per questo ne parliamo male subito (fin troppo male, forse: un po’ per compensare l’insania di poi), finché certe ferite sono ancora aperte, nella speranza che qualcuno possa credere alle nostre parole almeno oggi, prima di aver visto, ad esempio, le scenografie o i costumi della terza puntata, o essersi persuaso di quanto possa stare bene Alessio Boni morente sul campo di Austerlitz.
Dopo la Baronessa di Carini, un’altra tremenda fiction, dunque, ci fa riflettere su quanto realmente i nostri produttori televisivi debbano sottovalutare non solo gli attori e i registi che tengono in vita, ma anche quel pubblico che – nonostante tutto – sostenta loro. Anche Laa-Laa, la femmina dei Teletubbies, in particolare quando smette i panni di maschiaccia, è una Natasha più conflittuale della pur brava e falsa androgina Clémence Poésy, che la interpreta in questo classico “for dummies”. È evidente che il consiglio ultimo di chi ha voluto – certo: fortemente, come si dice in questi casi – questo lavoro, al regista Robert Dornhelm (quello della grande mini serie su Anne Frank), deve essere stato qualcosa di non lontano da: “devo capirlo anche io”.

A palazzo Bezukhov perfino l’ottimo Toni Bertorelli, pur imparruccato e vestito alla perfezione, sembra perfettamente a casa sua, e cioè a molti chilometri dalla Russia. Disastroso più o meno ovunque Alessio Boni (Andrej), ma in particolar modo nella scena della morte per parto di sua moglie Lisa, quando, dopo un’ora e più di dialoghi facilitati al punto dall’esprimersi a gesti, e minimalismo anche delle espressioni, si lancia in un urlo spaventoso da coniuge mucciniano in difficoltà, soffocato a stento dal sempre perfido Malcolm McDowell, che tanto quella morte si era augurato. Risulta in parte praticamente solo l’interprete tedesco di Pierre Bezukhov: sarà un piacere vedere la sua evoluzione da macchietta goffissima, sempre nascosto da troppi strati di capi d’abbigliamento, al personaggio multilivello che ne verrà fuori.

Solo degli italiani dei nostri tempi – con in mano tanto materiale umano, tecnico (regista di prim’ordine, musiche di candidato all’Oscar, e la semidivina Brenda Blethyn nel ruolo dell’Achrosímowa) e, nel caso di Violante Placido e Ana Caterina Morariu, ci verrebbe da dire quasi: spirituale – avrebbero potuto tirare fuori una noia e una pochezza così feroci da uno dei massimi soggetti pronti per il cinema di tutti i tempi. Sarebbe il caso di spiegare a qualche dirigente televisivo che realmente popolare non significa quasi mai banale, e che la semplicità è d’oro solo se fa rima con una certa sincerità.

venerdì 19 ottobre 2007

Quella Squadra così vera senza veline né Big Jim

(in edicola il 19 ottobre 2007)

Giunta all’ottava serie – cifra che fa una certa impressione, e che probabilmente sarà raggiunta solo da Elisa di Rivombrosa, ma a che prezzo in termini di generazioni di figlie, nipoti e pronipoti della contessa originale, e soprattutto di loro corteggiatori capelloni o poco romantici – La squadra (su Rai Tre, il mercoledì in prima serata) si attesta ancora come una delle migliori produzioni nel panorama dei serial italiani. La storia è talmente lunga, verosimile eppure sempre ricca di interesse che un suo semplice riassunto delle puntate precedenti è già di per sé una fiction più credibile e meglio montata dei suoi antipodi storici: Distretto di Polizia o, peggio ancora, Carabinieri di Canale 5. In questa serie, nessuna poliziotta, che sia in ufficio o in prima linea, neanche nei suoi sogni meglio rimossi – che invece parlano di inseguimenti impossibili in alfetta, questori tutti d’un pezzo, camion di mitragliette fuori produzione da confiscare – è Martina Colombari o Alessia Marcuzzi.

Perfino le mogli dei protagonisti sono decisamente nella media, se si considera che una delle più appetibili è la ex-zingara di Rai Uno Cloris Brosca, alcuni anni dopo l’ultima occasione in cui poté vestire solo di un foulard senza il minimo sospetto di poter sembrare fuori posto, e continuare a mescolare delle carte da tarocco e conversare con Pippo Baudo, come se fossero ancora le due cose più naturali del mondo per una grande attrice di teatro napoletana.

Ad esempio, a differenza di Carabinieri, che è girato a Città della Pieve - comune umbro che, fra degli autentici marescialli che vi venissero trasferiti, molti considererebbero alla stregua di un villaggio turistico, e non solo provenendo dalla Sicilia per via della Salerno-Reggio - il set della squadra è nientemeno che a Piscinola, vicino Secondigliano, Napoli. Ma due sono le caratteristiche che rendono la Squadra un prodotto unico, in Italia. Da una parte, i rapidissimi tempi di produzione, che pure lasciano poco spazio all’improvvisazione, permettono spesso di legare gli episodi a casi di cronaca ancora attuali nei giorni della messa in onda, elemento che in Carabinieri era al massimo offerto da qualche sorriso o slancio di affetto in più del personaggio Manuela Arcuri, nei primi giorni in cui si relazionava con uno schermidore di professione.

Dall’altra, le analisi a tutto tondo dei protagonisti come dei comprimari, cui spesso, fra le righe del caso in questione, di puntata in puntata, si dedica la maggior parte del lato “personale” di un episodio, e il notevole dialogo fra la scena del crimine (per dirla alla C.S.I.) e il possibile dietro lo quinte biografico e morale che la rende non più cinematografica o televisiva, ma più concreta e umana. Un senso del realismo che, fra l’altro, rese possibile alla produzione una collaborazione con la vera Polizia di Stato per uno spot anti-botti di capodanno. Il fatto che tale spot fosse fra l’altro tristissimo, non è altro che un indice proprio del livello verosimiglianza raggiunto.

I trenta secondi mostravano un capannone apparentemente in preda a esplosioni incontrollate di bengala e bombe carta, che si rivela, all’ispezione da parte di agenti tratti dalla fiction, occupato da loro colleghi, alcuni reali, perché attori, e altri ideali, perché veri poliziotti, e nemmeno in borghese, intenti a suonare trombe e batterie in maniera coscientemente criminosa, ma tanto felici di quel dopolavoro inaspettato.

mercoledì 17 ottobre 2007

A Carini va in scena lo Stanislavskij invertito

(in edicola il 17 ottobre 2007)

Alla seconda e ultima visione della Baronessa di Carini – mini-serie terminata lunedì su Rai Uno – è evidente fin da subito che la povertà senza tempo dell’interpretazione del protagonista maschile (Argentero) è pari solo alla bellezza di quella femminile (Puccini), e che se non fosse stato per le presenze del genio tardivo di Lando Buzzanca e del talento sempreverde di Enrico Lo Verso, questa fiction non sarebbe stata ricordata neanche come una nuova edizione di Elisa di Rivombrosa senza siparietti lesbo-chic, ed Enrico Beruschi nei panni di un aristocratico.

Del resto, due sono gli elementi notevoli di questo lavoro di cui il regista Umberto Marino non ha potuto fare a meno: uno del tutto stra-cultuale (per usare un’espressione alla Marco Giusti) e meta-televisiva, e uno un poco glottologico.
Il primo punto è interamente portato a spalla da Buzzanca. Per chi non l’avesse visto in azione, basterebbe dire che a un certo punto l’Homo eroticus ipnotizza Vittoria Puccini. E’ un momento che dovrebbe essere catartico non solo per l’economia dell’intreccio della Baronessa, ma anche un po’ per tutto quello che sta accadendo – pure per colpa di gente come Argentero, e pure a scapito di Buzzanca e di possibili, nuovi Buzzanca – nel cinema e nella televisione italiana. Da medico nella scena, come da grande attore nella realtà, in sostanza Lando azzittisce Vittoria per un attimo e le rivela chi è veramente, dentro e fuor di metafora: da una parte, la reincarnazione dell’originale baronessa di Carini, vissuta nel 1500; e, dall’altra, un’attrice che non ha davvero niente a che spartire con Janet Agren, che fece il suo stesso personaggio nel ’75, nella prima versione televisiva di questa storia.

Il secondo punto riguarda un particolare aspetto della recitazione di oggi: una specie di metodo Stanislavskij invertito di senso. La finzione non sarebbe più sentita e fatta propria dagli attori al punto da diventare, fosse anche per il solo spazio di una scena, parte della loro vita; ma, viceversa, è decisamente sempre più una parte della loro esistenza che traspare nel personaggio che interpretano. Nella fiction, così, spesso con c’è miglior cattivo di chi un po’ bastardo, in verità, lo è veramente. Allo stesso modo, Luca Argentero non poteva chiedere una parte più minuziosamente ritagliata su di sé, al direttore del casting che lo ha voluto interprete di un pessimo attore: Luca Corbara, un giovane cartografo che per la maggior parte del metraggio a sua disposizione deve fingere di non sapere dove si trova – oltreché a far finta di non sapere certe cose sotto tortura.

La Baronessa di Carini, inoltre, inverte un’altra tendenza nei nostri sceneggiati contemporanei, ormai vecchia come i corsi di dizione: quella secondo cui i buoni hanno il diritto di mantenere, in parte o in tutto, la loro parlata regionale di origine, mentre, i cattivi, no; e sono costretti a separarsi ancor più dallo spettatore sfoggiando spesso un perfetto italiano, ritenuto evidentemente crudele o iniquo dalle produzioni. Una tendenza, peraltro, incalzata dalle mitiche televendite di macchine per cucire in umbro moderno o fianese ferillesco (parlate giudicate forse dai marketer al di sopra di ogni sospetto d’inganno o disonestà) e solo più recentemente caduta in disgrazia, in tempi del tutto sospetti, con alcune conduzioni televisive di Antonio Socci, fra i toscanacci meno riusciti che il centro-Italia abbia saputo crescersi in seno.

Qui avviene invece che siano i buoni ad essere portatori di una parlata non diciamo italiana, ma quantomeno all’italiana; mentre ai cattivi che di volta in volta appaiono sullo schermo è concesso di parlare in un siciliano anche relativamente stretto, mentre picchiano di santa ragione un ragazzotto pallido di Torino, che forse, anche agli occhi dei suoi vari aguzzini, rispettabilissimi signori che si guadagnano il pane e le birre facendo le comparse, fra le sue colpe doveva contare anche quelle di essersi ridoppiato estremamente fuori sincrono e soprattutto di essere stato preso al Grande Fratello.