(in edicola il 23 febbraio 2008)
Domenica scorsa su La7 è andata in onda la prima puntata di The italian job, con Paolo Calabresi, un programma innovativo, coraggioso e meschino al tempo stesso. Un titolo e un concetto geniali al servizio di un bravissimo attore, per fortuna ancora poco noto al momento della realizzazione dei filmati e della candid, portate avanti con una straordinaria proprietà di linguaggio e con un grado di realismo elevatissimo. Cose che forse finiranno con questa prima edizione, non solo per la delicatezza dei temi trattati - e la probabile indelicatezza, a posteriori, delle sue vittime, ma anche per la stessa visibilità del loro protagonista che in questi giorni è aumentata, per forza di cose, a dismisura. Il titolo, naturalmente, prende le mosse da quello del film con Micheal Caine e del suo fortunato remake del 2003, omonimo: vuole rappresentare, una volta di più, una delle cose che ai nostri compatrioti riesce meglio, ossia inventare nuove realtà (lo abbiamo fatto per secoli con la pittura e l’architettura, solo per fare due esempi), e saperle sfruttare a nostro vantaggio (lo facciamo tutt’ora attraverso la politica e la televisione, sempre, solo per fare due esempi).
Il concetto è presto detto: un bravo attore, che ne sa molto della vita, oltre che della recitazione (complici anche i bravi autori che lo sostengono), fingendosi un altro (in questo caso un ricco russo con desideri di investimento su sale da gioco solo apparentemente irrealizzabili) svela magagne, imbrogli, raggiri e soprattutto corruzione nel nostro paese. Calabresi, che è stato l’ottimo Benedetto Giulente degli ultimi Vicerè cinematografici (quelli di Roberto Faenza) ha da tempo la perversione di impersonare, nella vita reale, dei personaggi dello spettacolo che, spesso, non riesce a rendere imbarazzanti in occasioni pubbliche più di quanto non sarebbero del resto in grado di fare essi stessi, nei loro panni. Lo fece con lo staff del Milan quando, travestito da Nicholas Cage, ottenne ben otto biglietti per una partita del Milan, e conversò amabilmente con Adriano Galliani in tribuna d’onore, riverito come una star, con tanto di amici d’infanzia nel ruolo di sue guardie del corpo.
Il Sergei di Calabresi - il nome del suo indimenticabile russo baffuto e dalla battuta pronta - è spesso divertente come un Borat, non privo dei suoi eccessi e dei suoi tic, di cui lo dota l’interprete, con cui il pubblico, di scena in scena (che sono numerose, in diverse location e tempi) stabilisce quasi un rapporto affettivo, ed è dura alla fine vederlo “morire” in nome dello smascheramento necessario, quando però, del resto, è già avvenuto quello, ben più triste, delle sue vittime prescelte. The Italian Job è come uno Scherzi a parte in cui si scherzi sul serio, con le stesse persone che, però, scherzano un po’ troppo con le loro posizioni e con il resto dei cittadini. È chiaramente crudele, estremo, a tratti vigliacco, ma mai come lo sono i personaggi che ha preso e prenderà di mira, ancora, per tre puntate. Domenica alle ore 21 e 30 la prossima.
mercoledì 5 marzo 2008
L’innovativo The italian job
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martedì 19 febbraio 2008
Isoardi, la post-velina di successo
(in edicola il 19 febbraio 2008)
Elisa Isoardi. Il vero motivo italiano per non uscire del tutto di sabato pomeriggio ha un nome e un cognome che non ti sanno subito di televisione, ma di qualcosa di più elevato: da violinista, da grande ricamatrice o intagliatrice, quantomeno da poetessa dilettante che non si aspetta di pubblicare troppo, ma di decantarsi nel privato. Ha dei modi di essere, di volta in volta, la spalla di Galeazzi, l’intervistatrice bon ton, la mattacchiona sexy, alla sua età, che la collocano in sola una stagione alle vette della conduzione femminile sui nostri palinsesti, dopo una gavetta del resto sopra le righe, per conto del superiore Guido Bartolozzetti, presso Italia che vai. Non c’è bella conduttrice di Uno Mattina Estate, pure epurata per eccesso di qualità nella conversazione, che possa reggere il passo di Elisa. Forse, per trovare una venticinquenne tanto mens sana in corpore sano dobbiamo risalire ai momenti in cui Caterina Balivo rinnega meno la sua napoletanità, ma probabilmente sarebbe una ricerca vana.
Elisa è al tempo stesso la più telegiornalistica delle strappone (come amano definire le donne di grande fascino le columnist dei femminili alla moda italiani, e quelle di Amica, da non confondere mai con l’oggetto di questo tipo di riflessioni) e la più vivace e multiforme delle intrattenitrici. Parla di Afghanistan e di campionato con le stesse modulabilissime voci e posizioni della riga di lato: e dunque sempre differenti ma coerenti con un’idea del mondo che vorremmo abbracciare anche noi. Non è uno sfottò: è un grande merito, almeno ai nostri occhi, saper parlare anche con una riga. Si può lavorare con impegno e classe anche quando capita il piccolo miracolo di farlo in televisione, e speriamo per molti altri anni. Si può non solo essere belle e intelligenti, come sospettiamo non possano, tutto sommato, non essere la maggiore parte delle post-veline che restano a galla negli anni. E con post-veline intendiamo tutte le femmine da tv che hanno già archiviato la relativa fase, unitamente a quelle che non lo sarebbero mai state, veline.
Ma il bello, e grazie a Isoardi lo sappiamo meglio, è che ci possono essere anche delle post-veline meno furbe o anche solo meno ingenerose, che riescono ancora a dare a una telecamera qualcosa che non si può né contrattualizzare né tantomeno chiedere, qualcosa di prezioso e al tempo stesso impagabile: una piccola parte di se stesse. Non rifarti mai, Elisa, e intervista sempre Franco Di Mare con la stessa espressione poco ammirata per l’ennesimo brutto che piace, ma che a te no; e che magari sa anche parlare, ma tu sai parlare ancora meglio, come hai fatto questo sabato. Non essere vittima di quel sistema. Non intervistare troppi attoroni hollywoodiani, però. Questo non perché tu non ne saresti in grado, ma perché innanzitutto sapere che magari hai anche un’ottima pronuncia dell’inglese sarebbe troppo, coi tempi che corrono. E qualcuno potrebbe portarti via da Rai Uno, o da noialtri. Se non ti può avere presto Sanremo o un tuo programma di infotainment del pomeriggio, è meglio che non ti abbia nessuno.
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mercoledì 30 gennaio 2008
Johnny Palomba, il colombiano
(in edicola il 30 gennaio 2008)
E’ un notevolissimo Antonello Piroso quello che ci guida nei meandri della psiche del duca Leopoldo Mastelloni, attore e concorrente di reality, lunedì, in Niente di personale. Ma Mastelloni che inveisce contro i tre o quattro “sistemi” che non lo capiscono più come un tempo è solo un dettaglio, tanto è irripetibile lo sfondo su cui la sua ospitata si staglia, e il resto delle ospitate stesse, a dire il vero. Per un attimo non ci pare di essere nel pieno corso una rubrica di approfondimento del tg di la7, ma a casa di una persona estremamente intelligente, che abbia la fortuna di potersi far truccare prima di ricevere i suoi ospiti e di saper porre loro domande molto interessanti. Certo, avevamo visto anche in altre occasioni il giornalista di punta del settimo canale nazionale un po’ fuori dalla solita parte, e indulgere in battute relativamente piccanti e quasi in romanaccio, senza mai però perdere di un briciolo di credibilità e autorevolezza. Un Mentana misurato e mai fuori luogo, per intenderci, con qualche grossa percentuale di savoir faire in più.
Ma nemmeno le più ghiotte occasioni per Antonello - come l’intervista musicata a Lucio Dalla - possono nulla contro il vero evento della puntata di questo lunedì: la presenza di Johnny Palomba in studio. Johnny Palomba, non tutti lo sanno, è il più grande critico cinematografico umoristico italiano. Molti si chiederanno: quale critico cinematografico non è umoristico, di questi tempi. Ma evidentemente non avranno letto le sue micro-recensioni in una battuta fulminante, come quella, immortale, che dedicò a Ray, il film biografico su Ray Charles: “Tutta la vità a creà soni su e giù pe’ storganetto a tastoni”. E’ un uomo misterioso, che compare solo più bardato di un subcomandante, anche nei siparietti con Nanni Moretti che ci stanno togliendo parte del sonno, su Youtube e live. Per lungo tempo le sue opere - tecnicamente: le sue recinzioni - sono state recitate da Valerio Mastrandrea presso la Dandini.
Ora, Palomba, che già pubblicava con Fandango Libri, è stato nominato direttore di Radiofandango e di Fandango Tv, sempre creature dell’instancato Domenico Procacci.
E ha deciso dunque di comparire in televisione e di dimostrare di essere il più possibile realmente colombiano, grazie all’accento, come più volte si è trovato a sostenere nelle varie biografie non autorizzate che ha scritto egli stesso. Quello che qui conta di più non è però la presenza di spirito e l’ironia, doti che già gli tributavamo abbondantemente, e neanche il rapporto dialettico che riesce in breve a intrattenere con Mastelloni, quanto il piccolo cadeau che presenta a Piroso e al suo pubblico: un’autentica “recinzione” del programma stesso di Piroso. Capirete che dopo eventi del genere anche la presentazione del nuovo tour di Eugenio Finardi con Eugenio presente può poco. Suona la sua canzone che fa “dolce Italia, la gente più sincera”, attuale come What a wonderful world mentre Hitler invade la Polonia, e poi non se ne sa più nulla, per quanto risponda numerose domande di Piroso. La parte impegnata del programma è affidata a Mario Giordano contro Bianca Berlinguer.
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giovedì 24 gennaio 2008
Bene Strabioli facendo colazione
(in edicola il 24 gennaio 2008)
Se c’è una cosa che non si può non adorare di Pino Strabioli, oltre al fatto che conduce uno dei piccoli eccezionali programmi meno visti della nostra televisione, è il rapporto che manda avanti col pianista di studio, Leo Sanfelice. Sono uno straordinario duo comico, che forse non potrebbe essere valorizzato maggiormente da una trasmissione anche solo leggermente più mainstream, perché vive di un mondo di tempi e ritmi tutto suo, creato nel tempo, e mantenuto con la grazia di chi si diverte lavorando e non si dimentica mai né che si sta divertendo né che sa lavorando. Cominciamo bene Prima (la prima parte, appunto, dei Cominciamo bene che ogni mattino Rai Tre ci trasmette) è così: o lo si ama o si fa finta di non guardarlo, mentre si fa colazione tardi o si è uno studente di ogni ordine e grado a casa malato.
Certo, forse non è il caso che sia realmente Pino a recitare le opere poetiche che ci pone spesso come esergo per le sue puntate.
Non veste estremamente sobrio, e per giunta lo vediamo spesso appena svegli, se abbiamo naturalmente la fortuna di fare o non fare un lavoro che ci permette di vederlo effettivamente. Dice un po’ troppo spesso “per la regia di” perché possiamo credere in toto al suo senso dell’umorismo quando parla col suddetto pianista. Ma Pino è un conduttore sincero, che tratta nella sua trasmissione di qualcosa che non solo conosce, ma che perfino ama: il buon teatro di prosa di una volta, quando viene proposto anche oggi, e non è anacronistico né con Michelle Hunziker o Manuela Arcuri. Senza dimenticare rievocazioni semi-spiritiche di grandi interpreti di sceneggiati televisivi Rai del passato, e di brani che hanno fatto il passato remoto della grande tradizione della canzone italiana.
E’ il Paolo Limiti dei più piccini, anche se tratta delle stesse epoche, con quella particolare forma di nostalgia che si prova solo per le cose per cui, per motivi cronologici, non si può tecnicamente chiamare nostalgia, ma più che altro perversione per Nilla Pizzi.
Negli ultimi tempi, spesso puntate intere sono dedicate alla riscoperta di uno sceneggiato girato e interpretato benissimo, di quelli che ci fanno domandare, ed era il caso di farlo davvero, come sia possibile non solo che la gente veda certe fiction recenti (prima fra tutte, non dimentichiamo mai Guerra e Pace con Alessio Boni), ma anche come sia possibile che vengano girate e sponsorizzate. Poi, ci ricordiamo quanto ascolto fa Strabioli anche al mattino - così di nicchia, se vogliamo, eppure così contaminato dal prime time – e tutto torna a non sorridere.
Scena per scena, poniamo il caso, “Cime tempestose” del ’56 viene prima raccontato e poi analizzato. Il conduttore si accompagna a due giovani attori che ne discutono con la giusta dose di ammirazione e rottura di scatole. Perché un giovane, beninteso, deve rompersi le scatole davanti a un Cime tempestose ’56. Ma poi dovrebbe avere i mezzi interpretativi, e soprattutto logistici e produttivi in senso lato, per fare di meglio nel 2008. E invece no. Suonala ancora, grande Leo Sanfelice.
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lunedì 14 gennaio 2008
Blob Pao & Lino, il clou del trash nelle dis/cariche
(in edicola sabato 12 gennaio 2008)
Le puntate di Blob firmate dalla coppia Pao & Lino hanno un sapore tutto loro. Innanzitutto perché sono leggermente eretiche rispetto ai comandamenti del classico montaggio da Blob. La critica, le idee espresse nel taglio di una sequenza, non si basano solo sull’accostamento di scene di film o spezzoni di tv, che pesino sulla nostra immaginazione come macigni da spostare con l’analogia o il contrasto, come del resto si formano tutte le bellezze e le bruttezze che si possano concepire. Insomma, di solito Blob, in soldoni, propone Kapò e poi Berlusconi (oppure Berlusconi che prova a co-produrre Kapò, al parlamento europeo, ma questa è un’altra storia). O ancora Prodi che va in bicicletta, e una fiction su Bartali. C’è da dire che spesso le similitudini sono più divertenti o profond di quelle che abbiamo esemplificato, ma questo deve essere uno dei motivi per cui non siamo ancora autori di Blob anche noi.
Pao & Lino, rispettando quel piccolo manifesto poetico che è nel loro nome de plume dualistico e serrato, invece, amano riempire di significati anche pochi secondi di tre, quattro, cinque eventi mediatici, e giocare con loro nelle infinite direzioni che possono prendere i nostri volti nel tentare di seguirle, staccando ogni pochi secondi una realtà dal suo capovolgimento, o viceversa, senza esclusione di colpi. E’ una sparatoria in difesa della televisione – o contro di essa – talmente forte che non si può ripetere tutti i giorni, e neanche per tutta la puntata ma, quando arriva, la attendevamo. Quella di questo mercoledì si intitola Dis/cariche (e, certo, giunge presto il momento in cui potreste cominciare a pensare che Pao & Lino giochino molto con la tabelle dei simboli di word, ma del resto è coerente, perché nel suo corso il pattume si alterna alla polizia che affronta la folla, che affronta la spazzatura).
I momenti clou di Dis/cariche sono senza dubbio quello meraviglioso in cui, dopo una scena del Monnezza-Milian e una della vera immondizia campana, gli autori mostrano Raffaella Carrà ospite a Bombay di Boncompagni, che urla davanti a un grosso topo finto che il suo pigmalione agita davanti al caschetto di lei, ancora biondo e tanto, tanto impaurito. Forse, la seconda parte della puntata, è poi un po’ scontata. Ma forse possiamo perdonare, tanto sono cruente le immagini di rivolta che provengono da Quarto Flegreo, e tanto fa sempre sensazione temere un attacco epilettico davanti al contrasto fra i capelli di Michela Vittoria Brambilla sullo schermo blu col logo di Porta a Porta, e poi dimenticare tutto. In sostanza, Pao & Lino concludono il loro compito mostrandoci brani del trash, della spazzatura televisiva proveniente dai primi giorni di questa settimana. E quindi la Brambilla con autoreggenti da Vespa, appunto.
Lo stesso Prodi che legge un comunicato stampa sull’emergenza rifiuti, ed è come se parlasse, solo un po’ peggio. E infine l’immncabile Claudia Koll che parla della sua fede cattolica (fra l’altro, pare che ora insegni anche in una scuola di spettacolo sulla falsariga di Amici di Maria De Filippi retta dalle Orsoline, e non è una battuta). Aspettiamo sempre un Blob Pao & Lino che mantenga il livello dei primi cinque minuti per tutta la sua durata.
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sabato 24 novembre 2007
Evviva “Occhio alla spesa”, il best dell’infotainment
(in edicola il 23 novembre 2007)
Occhio alla spesa (Rai Uno alle ore 11, dal lunedì al venerdì) è molto più di un semplice modo di chiedere scusa ai telespettatori, da parte della televisione di Stato, per una colpa durata lunghi anni che, del resto, non ha commesso: “Ok, il prezzo è giusto”.
Che, per inciso, era infatti trasmesso dalla vecchia Fininvest, e trattava il tema del bellissimo programma di Alessandro Di Pietro (gli aspetti commerciali della merceologia) da una prospettiva completamente opposta: era un gioco a premi in cui non poteva capitare di meglio che vincere la merce che costasse di più, fra i brand sponsor che acconsentissero a esporle in quella vetrina, innovativa ma deformante. Occhio alla spesa, invece, è probabilmente il miglior programma del cosiddetto infotainment italiano (informazione unita ad intrattenimento), e riesce nella sua missione di attivare le coscienze in fatto di spese quotidiane – soprattutto alimentari – anche perché non c’è un siparietto comico (spesso figuranti d’alto bordo promossi per un giorno) o musicale (affidati a nientemeno che Tony Santagata) che poi non insegni qualcosa. E, viceversa, non c’è una scheda di approfondimento che non faccia prima il suo dovere, e subito dopo il piacere delle telespettatrici, quando il conduttore snocciola i valori percentuali della crescita o della diminuzione del prezzo di una certa qualità di lattuga o fungo raro: i momenti di massima perversione per i fan del programma.
Includendo anche dei piccoli giochi a premi in un’ora in video che, per altri versi, è giornalismo televisivo, e anche di ottimo livello, Di Pietro è riuscito a confezionare un format che, da cinque anni a questa parte è un piccolo culto, non solo di massaie di tutte le età ma, dato l’orario di messa in onda, anche di studenti dell’obbligo bloccati a casa da malanni, quanto di universitari in perfetta salute. Certo, almeno la prima parte del target di cui abbiamo parlato, le massaie, deve rasentare l’adorazione per un uomo così, in azione fra i banchi del mercato, con le mani in mezzo alla pasta ancora da stendere, eppure sempre perfettamente virile e telegenico. Uno che, del resto, non ha mai fatto compromessi nel nascondere o mostrare quanto gli piaccia accompagnare le donne a fare la spesa, e anche le due cose prese singolarmente. Ma anche il resto del pubblico non può fare a meno di trarre vantaggio dai suoi consigli, che toccano il loro culmine formale e contenutistico, nella rubrica dell’intervista “al prodotto”.
Il momento in cui la merce cui è dedicata la puntata (ieri la lattuga), posta su uno sgabello e sotto i riflettori, risponde alle domande di Alessandro doppiata dall’accento regionale della sua provenienza, ma solo nel caso che si tratta di un esemplare doc.
Altra forma del tutto innovativa di rapporto con le cose che compriamo, di solito a prezzo troppo alto, sono le corrispondenze via videofonino da vari mercati sparsi per la penisola. Affidate spesso a quegli studenti universitari che non riescono a restare a casa per l’ora del programma, ma del resto neanche a recarsi concretamente in facoltà, quelle interviste, pur orchestrate alla maniera della parodia del collegamento telegiornalistico classico, mostrano magagne e veri e proprio raggiri che avvengono sotto i nostri occhi ogni giorno. Bravo Di Pietro che non ha mai accettato abbastanza lusinghe, da parte di reality e talk-show, che avrebbero sicuramente molto giovato della sua presenza, ma nuociuto alla sua freschissima autorevolezza.
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