(in edicola l'8 marzo 2008)
Mai dire Grande Fratello, su Italia Uno, prosegue la sua lotta annuale contro la nostra capacità di assistere a uno degli sfaceli della nostra coscienza di telespettatori (il Grande Fratello, anche 8) in silenzio o dormendo. Più didattica di un programma di cucina o di pennarelli colorati, Mai dire GF agisce esattamente come uno di quegli insegnamenti catechistici che, da piccoli, ci allertavano su quanto sarebbe stato meglio dotare un popolo africano di una lenza invece che di molti pesci già pescati, magari Findus – perché così poi i popoli avrebbero pescato da soli. Proponendosi non solo come una buona parodia (sebbene, chiaramente, di tipo troppo “autorizzato” per risultare mai scomoda o meno che ulteriore pubblicità), ma come una vera e propria visione ragionata, guidata dalle tre voci fuori campo degli autori, basata sulle stesse immagini che tutti possiamo vedere, ma non commentare così intelligentemente, fino al loro avvento.
La Gialappa’s ha dalla sua tutto un patrimonio in battute che vorremmo fare anche noi, per esorcizzare quel senso di colpa nei confronti della televisione di qualità di cui ci hanno reso schiavi una fidanzata bella fuori, senza troppe pretese coi film d’autore, dentro; una famiglia intera troppo stanca per guardare anche solo Vespa; una stagione intera di fiction in fin dei conti sopravvalutate e poco aderenti alle rispettive fonti letterarie. E ci fornisce gli strumenti per farne altre, per essere Gialappa’s noi stessi. Noi condividiamo con gli autori del programma lo stesso materiale video che mandano in onda Sky o Mediaset, loro condividono con noi il loro meraviglioso senso dell’umorismo, così aggiornato di stagione in stagione e così superiore linguisticamente ai discorsi del concorrenti. Come ad esempio affettare accenti settentrionali anche se siamo napoletani, nel porgere certe battute ai nostri compagni di merende (è davvero una mania non trascurabile, queste dell’umorismo lombardo Gialappa’s applicato a tutti i campi del sapere video, che ha introdotto dalla Lucania al Salento espressioni come “zebedei” e “pantegana”, facendo ogni volta ridere come se fosse la prima volta).
Insomma, il rischio non è tanto che quest’anno il concorrente-cummenda Roberto possa fare, in diretta, a sua volta una controparodia della Gialappa’s stessa, in quanto milanese e spiritoso, ma che i nostri vicini di divano possano cominciare ad esibirsi da par loro come ulteriore sottofondo alle vicende della casa. L’unico campo in cui non possiamo nulla contro il talento dei testi dei tre è invece quello delle imitazioni. Quella del concorrente brasiliano che ha una moglie intera dentro la casa, ma la tratta come un’altra partecipante al gioco, di cui temere gli occhi dolci ed evitare le gelosia, è una delle migliori di questa tornata aurorale. Probabilmente non mancava un programma del genere, ma perché lasciarci col dubbio?
venerdì 14 marzo 2008
Mai dire GF, ma non bastava il GF?
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mercoledì 5 marzo 2008
Amici, la televisione che si autopeggiora
(in edicola il 1° marzo 2008)
Anche per raccontare lo stato attuale di Uomini e donne, uno dei programmi simbolo più evidente della decadenza della televisione italiana, scegliamo l’approccio, per così dire, impressionistico (come facemmo col Grande Fratello), rifiutando, per questa volta, il corteggiare questa o quella teoria – che sia dell’eterno rimando, post Marta Flavi, o del solito addormentamento pre-pomeriggio. In un collegamento esterno, un corteggiatore palestrato del tipo con pettorali molto alti (esofagei) incontra la sua bella corteggiata in una sorta di sacro speco, una grotta, di memoria sanfrascescana ma con incensini. Lui, non ricordando il numero di fratelli e sorelle di lei, non ottiene, al termine di una discussione interminabile, che un bacio su una guancia, ma recupera ampiamente consegnandole un cuscino molto piccolo e quasi certamente scomodo e una coperta di pile dell’Ikea con il suo profumo. Ci si strofina. Due corteggiatori rivali, che normalmente si abbracciano in camerino, si accusano di essere l’uno un puffo bello (o bello che non balla) e l’altro pupazzo di neve o maleducato.
Al nuovo insulto di “esternista” – riferito dal pupazzo di neve al puffo, per via della sua migliore riuscita in testa a testa con la loro amata, rispetto alla dialettica col pubblico e gli altri rivali in studio, Maria De Filippi interviene e chiede all’amata se non avrebbe preferito dai due una classica scena di gelosia. Lei risponde di sì. In tutto questo Gianni Sperti, il famoso ex-marito di Paola Barale, continua ad esserci, seduto mollemente, ogni tanto un sorriso di circostanza, ma fuori, Ormai ha quasi preso l’atteggiamento con cui uno studente di liceo né particolarmente bravo a scuola, né particolarmente dialettico o “contro”, siede ad un’assemblea d’Istituto che sì, gli offre su un piattino di plastica la possibilità di non fare lezione, ma a conti fatti in questo momento gli impedisce comunque di dormirsela della grossa o di giocare a poker elettronico. La pubblicità, coi suoi toni e ritmi innaturali, i suoi colori perfetti, paradossalmente ha il compito di restituirci alla realtà, fra una di queste scene e un’altra.
Non c’è un solo altro show italiano che sia così presente nella nostra mente quando pensiamo all’eterno dilemma se sia nata prima Maria De Filippi o la studentessa fuori sede che la guarda. Vale a dire: se la televisione peggiora tanto, è colpa della richiesta di peggioramento da parte del pubblico, o dell’offerta peggiorata per moti suoi interni e/o infernali. Noi non avremmo troppi dubbi, e anche l’anagrafe, del resto, sarebbe dalla nostra parte. Il dilemma è stato rispolverato da Pippo e Luzzato Fegiz nella conferenza stampa sanremese di mercoledì. Quando, entrambi con una grossa parte di ragione, probabilmente, ma certo non tutta, si chiesero se l’insuccesso di Sanremo sia dovuto, quest’anno, più all’innalzamento della qualità della conduzione o al cambiamento quanto mani epocale dei gusti del pubblico da casa (quello in teatro, si sa, è lo stesso da 30 anni almeno).
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domenica 10 febbraio 2008
GF: un successo continuo, perché?
(in edicola l'8 febbraio 2008)
Per questa parte dell’anno, Sky Vivo propone una doppia programmazione. Sintonizzatici sul canale 109 della piattaforma, l’ambita schermata da cui scegliere liberamente di che morte morire, in modalità interattiva, se Amici di Maria De Filippi o Grande Fratello. Per questa volta scegliamo il Grande Fratello e ci troviamo di fronte agli split screen che hanno contribuito a rendere famoso il reality-show di Canale 5 almeno quanto i rutti o le innovazioni nel corteggiamento. Fingiamo per un articolo di non saperne e non volerne sapere di più, dei personaggi che agiscono all’interno della nota casa, più o meno alle 13 di ieri. La massima concentrazione di persone, è evidente, è nel primo riquadro sulla sinistra, quello che rappresenta quello che accade in giardino. Nel secondo, un ometto attualmente grande come un Oompa Loompa da fabbrica di cioccolato, ma particolarmente inoperoso, passa e ripassa il pavimento con uno scopettone, con grande svogliatezza e superficialità, forte del fatto di non poter essere visto da nessuno se non da diverse centinaia di migliaia di persone che non possono raggiungerlo con una secchiata in testa, per la sua inoperosità.
Nel giardino, alcuni giovanotti e fanciulle prendono il sole, in modalità da solarium montano, su divanetti e pouf tipici da locale per aperitivi con poca qualità e pochissima quantità nel buffet. Altri, dopo aver preso il sole, saltano una sorta di cavallina di gommapiuma, con capriola, in una prefigurazione delle tipiche prove di Buona Domenica che ha il valore rappresentativo di visione, come da santo in estasi. Solo, collettiva e niente affatto beneaugurale. Alcune donne hanno degli addominali micidiali. Certi uomini pronunciano delle frasi dal senso incompiuto o errato. Una voce dall’oltretomba annuncia: “Cambio batteria a tutti”, e per questi pesciolini è come una zaffata di nuovo, sebbene ciclico, nella routine. Vale a dire qualcosa che per noi è pura puzza di mangime o senso del dovere verso quelle creatura minuscola, che pure ci decorano la stanza, e in grande difficoltà senza di noi, per loro la vita stessa, se non le guardassimo e nutrissimo all’occorrenza.
Una giovanissima donna dai capelli ricci è bellissima, come quelle belle che uno spero abbiano da qualche parte qualche tara, anche solo mentale, per potercele avvicinare. E invece, a sentirla parlare, siamo così instupiditi noi stessi dalla grazia con cui dice - agli amici lì presenti, beninteso, niente affatto a noi - “Feci il primo bacio a 13 anni e mezzo con un fidanzato di due anni”, che ci sembra anche intelligente e riflessiva quanto basta per essere per sempre irraggiungibile. Dentro l’abitazione, un uomo espone le sue ascelle pelose a una ragazza vestita di tutto punto, che sembra non fare troppo caso al fatto che lui sia convinto di trovarsi in televisione. Gli racconta cosa le piace davvero fare, che gente vedere, e la maggior parte dei punti dell’elenco lui non capisce o fa finta malissimo di capire. Se torniamo fuori, anche se nel quarto riquadro, il primo sulla destra, stavolta, si gioca a calcio usando come pali di una porta le suddette poltroncine da aperitivo. Nella versione del lunedì sera, questo show è uno dei programmi di maggior successo nel nostro paese dopo otto edizioni, e un motivo ci sarà. Basta solo che nessuno ci venga a dire, ora, con precisione quale.
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mercoledì 23 gennaio 2008
Il Gf cambia corso: anche il reality si è trasformato
(in edicola il 23 gennaio 2008)
Il Grande Fratello di quest’anno, iniziato lunedì sera in prime time, perdendo nientemeno che contro “Un Caso di coscienza 3” la sfida Auditel che tanto lo confortava le scorse stagioni, ha alcune marce in più rispetto alla tradizione di reality che esso stesso ha inaugurato. Un tempo, il reality-show era il programma innovativo e relativamente incontrollabile che gli altri elementi del palinsesto temevano (fossero questi elementi dei quiz, delle sedute di infotainment, delle classifiche musicali o le varie orribili personificazioni di essi che li conducono). Questo avveniva principalmente perché il reality non aveva copione e le donne in esso sembravano belle e giovani anche senza troppo trucco. Uomini e donne della televisione, abituati da decenni a chiedere il permesso ad autori a volte diciottenni il permesso anche di schiarirsi la gola alle prove di un intervento sul divorzio di Pippo Baudo durante un talk – e nondimeno avvezzi anche ad ore ed ore di make-up – hanno visto da subito una terra promessa mancata, in quella formula apparentemente geniale, e poi solo noiosa, di uno show in cui erano i protagonisti a dire alla telecamera dove guardare, muovendo dalla stanza da letto verso il gabinetto sociale.
Dal momento che, nonostante le apparenze, la maggior parte delle persone che lavorano e contano davvero in televisione non hanno ancora partecipato né parteciperanno a un reality show, la tendenza sopra sintetizzata ha avuto presto la peggio, e il reality si è trasformato in altro degli strumenti delle politiche e delle economie editoriali dei canali e dei palinsesti. La sincerità paga pochissime volte in fatto di spettacoli, soprattutto quando sono molto visti; e quando paga, non paga come si vorrebbe.
Questa ottava stagione di Grande Fratello, in particolare, sembra segnare un punto di svolta. Mai era stato così recitato, così eterodiretto, così editoriale. La scena fintissima della separazione del brasiliano dalla moglie che rinuncia a entrare nella casa, pur gelosissima, per lui, è proprio l’anello che non tiene, con cui si è esagerato, ma che si propone come annuncio del nuovo corso.
Il Grande Fratello è talmente ben scritto ormai, che è scritto meglio della maggior parte delle altre trasmissioni, che si sono come rilassate dal punto di vista della cura dei testi, soprattutto proprio per l’avvento dei reality-show stessi.
Siamo quasi davanti alla nuova Alda D’Eusanio: una trasmissione che dovrebbe essere improvvisata, ma che è invece talmente ben orchestrata e recitata che la minoranza degli spettatori (che capisce la solfa) la guarda fra il divertito e l’ammirato. Il resto, la maggioranza, la guarda lo stesso. I mostri che la tendenza reality ha creato sono sotto gli occhi di tutti: L’italia sul due, Buona Domenica, Amadeus. È abbastanza evidente, ormai, che quando Canale 5 o chi per esso ha voglia di far finta di far sapere al suo pubblico come la pensa su un certo tema, vuoi la transessulità, vuoi le coppie multietniche, vuoi la situazione post-divorzio di Katia Ricciarelli, non è più al Tg5 o a Verissimo (la sua appendice meno trash e vitale) che si affida, ma al Grande Fratello.
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lunedì 7 gennaio 2008
“Bam’s Unholy Union”: skateboard, rap e sextape
(in edicola il 21 dicembre 2007)
Ennesimo reality show sottotitolato malissimo su MTV Italia (il mercoledì, a mezzanotte), con una marcia in più dal punto di vista del piglio e dell’originalità generale, però. Si chiama “Bam’s Unholy Union” e racconta delle disavventure che conducono al matrimonio dello skateboarder professionista Bam Margera, ambientate in Pennsylvania e tutte realmente accadute mentre si girava. Il che naturalmente non vuol dire anche che si girasse mentre accadevano. La differenza fra i due concetti non è neppure troppo sottile, ed è la chiave di volta della maggior parte dei reality imparentati con questo. Basti pensare che si attende a momenti l’annuncio di una gravidanza da parte di Melissa – la donna che Bam sposerà in una delle ultime puntate – perché si possa annunciare anche l’avvio della preproduzione per una seconda stagione dello show. Bam’s Unholy Union (“Il non-sacro vincolo di Bam”, in italiano letterale) è chiaramente un mix fra tutti i rappresentanti del sottogenere cui fa capo che l’hanno preceduto – soprattutto citazioni a piene mani da “The Fabulous Life of..”, la rubrica che fa i conti in tasca alle star, e dagli Osbournes, il diario della vita del musicista leader dei Black Sabbath.
Solo che quanto avviene nelle stanze di Bam, molto spesso, è tutt’altro che favoloso (la contaminazione col genere del “sextape”, il tipico filmino porno amatoriale rubato ai vip, è fortissima, e sarebbe totale se non ci si limitasse a una sorta di backstage di preparazione a molte scene clou). E soprattutto è così poco favoloso, anche prima di dire il fatidico sì che, preso nel suo insieme, questo reality è uno degli spot antimatrimoniali più riusciti dai tempi di Ricordati di me di Gabriele Muccino. Come in una sorta di “Promessi sposi” postmoderno, in cui don Rodrigo è lo stesso Renzo, crudele con la sua Melissa neanche fosse un buono e un cattivo al prezzo di uno (salvo poi effondersi in dolcezze da video rap, all’occorrenza); e la peste è la stessa voglia di apparire, di mostrarsi al peggio di come si possa mai immaginare di essere, anche quando in materia di “peggio” si parte molto avvantaggiati, come la biografia di Mab sul sito di MTV lascia intendere. Interessantissima la sigla, in cui i due anelli nuziali, in linea con la filosofia del programma, è presentato decorato di una pietra preziosa a forma di teschio, presagio quantomeno di forte riduzione della libertà personale da parte dei coniugi.
Quando i due fidanzati non sono insieme per tatuarsi marchi di proprietà sentimentale sull’interno del labbro inferiore, l’uno trascorre alcune ore di relax con compagni di merende guerrafondai, scagliando armi da lancio contro fantocci che rappresentano - nella maniera più realistica possibile - immaginari spogliarellisti presenti alla festa di addio al nubilato di Melissa. Al termine del rito, Bam pianta una freccia nel cuore dei pupazzi urlando: “Non provare a farti la mia donna”. La Lucia nordamericana, nel frattempo, sorseggia tè con le amiche del cuore, chiedendosi in quale bordello il futuro sposo ambienterà il suo, di party. E stila una lista delle sue preferenze. Il tutto è da prendere con molto filosofia, ma se è importando show come questo che il nostro paese giungerà all’indipendenza da pregiudizi secolari e tradizioni obsolete, anche sui sentimenti più spontanei che si conoscano, un giorno forse potremo dire che ne è valsa la pena.
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mercoledì 5 dicembre 2007
Chef per un giorno, uno sfottò spontaneo del “reality trash”
(in edicola il 4 dicembre 2007)
Chef per un giorno (La7, domenica 20.30) è una trasmissione sulla cucina talmente spontanea dal punto di vista delle performance di ospiti e cast – per quanto così anacronisticamente corretta da quello linguistico - che ci riporta ad atmosfere televisive di diversi anni fa. Quando, quello che oggi sarà stato definito, agli inserzionisti, un reality su vip che, nonostante il successo, cucinano per scherzo, sarebbe stato semplicemente presentato al pubblico come un nuovo programma televisivo su come se la cavano ai fornelli Giobbe (molto bene), Patrizio Roversi, o Lella Costa. Senza nulla togliere, anzi, addizionando qualcosa, al realismo del tutto.
Una specie di sfottò – per qualità e dimensioni dell’autocompiacimento a riguardo – a quel tremendo reality (che questa definizione se la meritava tutta, invece) che andò in onda sulla Rai di qualche anno fa, che si intitolava “Il Ristorante” e che vide fra i suoi protagonisti Giucas Casella (personaggio televisivo padre neanche troppo naturale del trash magico, rivalutabile solo in parte tramite il nome del vero ristorante che ha poi aperto, dopo l’esperienza televisiva: “Sui carboni ardenti”, in onore ai suoi esperimenti fachiristici).
Anche se Chef per un giorno soffre principalmente di un difetto, che purtroppo spezza ogni volta che è possibile l’armonia e la semplicità che si crea dietro le doppie quinte teatrali e gastronomiche della cucina: i clienti invitati al ristorante in cui si serviranno le ricette preparate dall’ospite sono sempre selvaggiamente, drasticamente finti. Ognuno è tutto compreso nel solo ruolo assegnatogli: lo studente ma esigente; il pensionato d’oro ma illuminato; la minuscolo-borghese con marito con la grandeur facilissima a parole. Siamo lungi dai figuranti Rai (alcuni ereditari, da più generazioni, in uno dei cinque o sei più antichi del mondo che più rigorosamente si tramandano di figlio in figlio di buona donna): i veri pilastri su cui si poggia, ancora oggi, il 70% minimo del succo di ogni programma di successo o no: vivaci, imprevedibili, facce e movenze di diniego o di approvazione cui ci si può affezionare con una certa fiducia, per via della serialità della loro presenza assicurata certo da qualcuno di quei privilegi che tanto ci fanno rosicare quando leggiamo articoli di settimanale patinato sugli stipendi dei commessi parlamentari.
Eppure, con un po’ di sforzo in più dal punto di vista del casting dei figuranti, da questo arditissimo contrasto fra reality-ma-vero (la cucina) e la realtà-ma-fake (la sala) potrebbe generarsi, oltre naturalmente a una conferma della genuinità dei cosiddetti vip, anche un interessante, possibile manifesto della decadenza del genere del reality-show in senso lato. Ma forse i tempi non sono ancora maturi. O forse, ancora peggio, sono troppo decaduti perché si possa manifestare questo tipo di sensibilità. Il vero ingrediente segreto di questo programma resta dunque l’assenza di una reale ricetta, di qualsiasi schematismo o ripetizione (almeno nel rapporto coi vip presenti) che rovini l’appetito di intrattenimento cui il pubblico televisivo italiano deve pure avere lasciato qualche spazio nascosto nel proprio stomaco, straformato dal continuo fagocitare. Tutto il resto sono avanzi di cui ancora non sappiamo che farcene.
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lunedì 3 dicembre 2007
Scorie, il dopo-reality più infelice di sempre
(in edicola il 30 novembre 2007)
“Scorie dell’Isola dei Famosi” è un dopo-reality che riesce decisamente male nel suo compito di promuovere la trasmissione della Ventura, di cui vorrebbe essere nient’altro che il programma critico-parassita benigno. Eppure è condotto da Nicola Savino, uno dei personaggi radiofonici (ma anche autore televisivo: fra i primi a firmare Le Iene) più prolifici e in voga, almeno fino a qualche mese fa, quando evidentemente decise di fare un passo più lungo delle gambe del suo collaboratore più stretto: Digei Angelo, e di darsi alla conduzione più concretamente. Dopo essere stato, per diverso tempo, l’Emanuela Folliero di Sky Cinema.
Di programmi-satellite di reality, come finta parodia a basso costo di una trasmissione di grande successo, che però sia fonte di coda di paglia qualitativa presso i dirigenti di rete, ne abbiamo visti e apprezzati parecchi, anche grazie a monumenti apripista di questo sottogenere come Mai dire Grande Fratello o le edizioni successive alla prima di veri, interi reality-show come La talpa e via dicendo.
Un programma così ha prima di tutto il compito di mimetizzarsi efficacemente nel palinsesto di riferimento, magari collocandosi su un canale diverso dello stesso network, e in altri giorni e orari rispetto al programma da mungere. In secondo luogo, il parassita benigno ed efficace trae la sua ragion d’essere nel fatto che deve intrattenere ed educare una categoria di pubblico che non vedrebbe mai il programma-vacca (ma non già perché non gli piacerebbe comunque molto vederlo, ma per motivi di obiezione di coscienza), e di giustificare così la sua successiva, probabile conversione al reality in questione attraverso la convinzione di contribuire, a sua volta, alla rovina dello stesso, attraverso il senso dell’umorismo che si convince di usare da par suo. In ultima analisi, un programma di questo sottogenere deve fare divertire moltissimo tutti gli altri spettatori, che non lo guardino né per crisi ideologiche né perché guardano già la vacca. Scorie di Nicola Savino non riesce in nessuno di questi tre obiettivi.
1) Perché viene trasmesso subito dopo l’Isola, dopo un lancio ufficiale da parte della stessa Ventura (e addirittura, nell’ultima puntata di questa stagione, mercoledì, lanciato anche dai suoi stessi autori e lavoranti vari, che si sono gettati all’inseguimento dell’Ape di DJ Francesco, recando dei cartelli alla Gabriele Paolini, ma più fastidiosi, recanti la scritta: “Dopo l’Isola guardate Scorie”). Quindi, niente mimetismo, niente doppiogiochismo: marchetta pura, e per giunta, cosa imperdonabile, a posteriori e a caldo.
2) Perché è evidente che con una collocazione del genere sarà guardato perlopiù da spettatori dell’Isola stessa, che non hanno alcun bisogno di essere indottrinati sulle qualità, o sulla mancanza di esse, di Simona Ventura o di ciascuno dei suoi opinionisti, dal momento che a stento riconoscono la figlia quattordicenne che torna a casa al termine di tutto ciò, senza aver avvertito, forte del doppio appuntamento della madre.
3) Perché non fa ridere affatto. A parte le risate fuori campo anni ottanta, di un pubblico spesso inquadrato, nonostante sia così evidente il fuori sincrono con quelle voci di chissà dove (e quando), che si sbellicano a spese della loro deontologia di figuranti. Perché divertire, per Digei Angelo, significa fingersi in collegamento via auricolare alla Boncompagni e Ambra, e suggerirle di maltrattare Cecchi Paone, mentre guardiamo un fuori onda forse addirittura non concordato. O al massimo giocare a fare la voce della coscienza di Cristiano Malgioglio, non solo imitandolo malissimo, ma soprattutto come se ne potesse realmente avere una.
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domenica 14 ottobre 2007
Viaggio low-cost nell'Isola più brutta del mondo
(in edicola il 12 ottobre 2007)
L’Isola dei Famosi è uguale e contraria al reality-show tradizionale, intendendo per tradizionale il Grande Fratello prima maniera, ad esempio. Breve introduzione storica. In origine, il Grande Fratello non era altro che un modo per la gente veramente comune di conoscere certi lussi, e di farsi vedere e invidiare, per questo, da ben due categorie di persone: 1) da gente ugualmente comune, o ancora più comune, per il fatto di godere di piaceri da vip dei nostri tempi; e non parliamo solo del lusso di apparire in televisione, dall’altra parte del tubo (non tutti avevano ancora i cristalli liquidi). Ma, anche, di quello, più realistico - per quanto citazionista di situazioni viste comunque in televisione - rappresentato, per dirne una, dalla storica, meravigliosa piscina a fagiolo da set di serial adolescenziale interpretato da trentenni (cfr. Beverly Hills 90210). 2) dai vip stessi, specie quelli di rango basso o infimo, che avevano trascorso una vita a cercare di far finta di conoscere Maurizio Costanzo e che, una volta conosciutolo per davvero, si ritrovarono a condividere il palco di Buona Domenica con tizi che un giorno prima sarebbero potuti passare per loro cugini di cui vergognarsi, che praticamente a Costanzo saltavano sulla pancia in diretta (e non è detto che non lo fossero davvero, loro cugini; né che non se ne vergognassero, così, doppiamente).
Insomma il primo Grande Fratello ebbe una portata realmente rivoluzionaria per la televisione com’era stata prima, in senso copernicano stretto. Gli ultimi erano i primi, e viceversa. L’Isola dei Famosi – e una decina buona di suoi cloni riusciti male o peggio – venne al mondo per infierire su tutto questo. Perché limitarsi a rendere famosi in un mese degli sconosciuti, per poi affiancarli a dei famosi in trasmissioni domenicali in cui, all’unisono, per quanto diversi potessero essere i loro curricula, potessero applaudire Massimo Lopez che faceva Frank Sinatra? Passare dunque alla fase B: deportare dei famosi veri (!) in un’isola deserta, e dare loro poco da mangiare e niente su cui rivedersi. Due picchi del reality show del tutto gettati al vento se, col tempo, il desiderio da parte del pubblico per la contaminazione, per la fusion, per il manierismo ha portato il Grande Fratello a far concorrere non più solo ignoti, ma anche spogliarelliste già di un certo valore contrattuale, per poi farle dedicare al consumo di sangue animale; e l’Isola dei Famosi, dal canto suo, a maltrattare ugualmente, oltre ai vip stessi, della gente comune, che pur di partecipare alla trasmissione farebbe un patto col diavolo e finisce per farne uno con Simona Ventura.
Toltoci questo dente, c’è da dire che anche l’edizione di quest’anno dell’Isola è spaventosamente brutta: brutta in generale per via di molte piccole e medie bruttezze particolari. E, per quanto avremo ancora modo di soffermarci più in dettaglio sulla sua bruttezza, più avanti, nel corso dell’edizione, non possiamo negare nemmeno oggi che la piccola cosa più brutta di tutte sia, nonostante gli sforzi da parte di chi scrive di essere il meno banale possibile, nient’altri che Cristiano Malgioglio; e la migliore e più grande Manuela Villa. L’uno, perché, come ignaro del suo ciuffo biondo, passa il suo tempo a specchiarsi nell’opinione di lui che pensa abbiano gli altri, ed è uno specchio, questo, più deformante della televisione stessa; l’altra perché, pur sapendo benissimo di essere la più intelligente a bordo, gli parla lo stesso e tira fuori il peggio di lui come neanche Cecchi Paone sa fare. Don Chisciotte sovrappeso lui, Sancho Panza in cura dimagrante lei, sono i due personaggi più interessanti sull’Isola perché i due termini opposti dell’irrealismo più spinto e della massima verosimiglianza.
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