(in edicola il 9 marzo 2008)
Da quando abbiamo scoperto - grazie a un semplice consulto su Internet Movie Database - che dai libri di P.G. Wodehouse fu realizzata una serie televisiva capolavoro, non c’è “Sherlock Holmes” della BBC o “Orgoglio e pregiudizio” del ‘95 che tengano: la serie inglese che dobbiamo invidiare con più convinzione e costanza è “Jeeves and Wooster”, diretta da Ferdinand Fairfax.
Questa è una serie di tale qualità nella tempistica comica, ma soprattutto nelle ambientazioni e nei costumi, che parrebbe molto, molto più antica di quello che è in realtà. Non diciamo vittoriana, ma perlomeno non la si farebbe risalire facilmente così inizio degli anni ’90. Una delle scene più divertenti della prima stagione è anche decisamente premonitrice di quello che sarebbe stato il ruolo della vita per il grande protagonista. Per quanto riguarda, dal canto suo, Stephen Fry, stavolta comprimario, per quanto immenso, ancora niente avrebbe potuto farci premonire la sua statura futura anche di scrittore e sceneggiatore (oltre che di geek di telefonio mobile nel suo blog, seguitissimo).
Bertie Wooster è un giovin signore alcolico e londinese, che vive in simbiosi col suo valletto Jeeves (tanto acuto, sapiente, tanto rapido nell’ideazione quanto nell’esecuzione dei suoi progetti, che diede il nome a un motore di ricerca degli albori del web: “Ask Jeeves”). Uno dei suoi giorni di massimo sforzo si trova a dover fare un’ambasciata per conto della sua zia tradizionalista e verbalmente violenta Agatha, presso una camerierina che il fratello della zia, un autentico Lord inglese, si trova a desiderare ardentemente di sposare. Lo scopo della visita è quella di offrire cento sterline alla giovane perché rinunci a sposare il gentiluomo, dato il dolore che quell’unione provocherebbe nella sorella di lui. Bertie viene però accolto dalla madre della camerierina, che lo scambia per un medico e gli propone di esaminare un suo ginocchio dolorante, nonché gli propone di dare un’occhiata anche al suo didietro stagionato. E’ troppo per Wooster, che con una scusa più o meno galante delle sue, riesce a fare sapere nel modo più comico ed elegante possibile che è molto, molto lontano dall’essere un nuovo medico in servizio.
Perché tutto questo ci ha fatto morire dal ridere, più ancora che per il solo fatto di essere estremamente esilarante di per sé? Perché nient’altri che Hugh Laurie, il Doctor House in persona, interpreta il giovane Wooster, ed effettua sul ginocchio della signora la sua prima diagnosi molto creativa della carriera da attore. Stracult è dire poco. Tutto questo solo per dire che è un peccato mortale che questa serie non sia stata mai trasmessa in Italia, per quanto eccentrica sia, e che un eventuale ritardo nel proporla oggi sarebbe certo una colpa meno veniale di non proporla mai.
venerdì 14 marzo 2008
Doctor House, la prima strana visita
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Etichette: serial
Californication da oggi su Jimmy
L’interessantissima Showtime, già produttrice di Dexter (lo show con l’ematologo violento e killer gentiluomo) sbarca in Italia con Californication, la serie umoristico-letteraria che ha affrancato David Duchovny dal ruolo di Fox Mulder in X-Files – cosa che a lui non era riuscito di fare neanche con una trafila di filmetti orrendi, e certo non la comparsata in Sex & The City, del resto. Questa volta l’attore, laureato a Princeton e a Yale, interpreta in ruolo di uno scrittore piuttosto in crisi di ispirazione, ma fortunatissimo in amore. Troppi romanzi non gli vanno come dovrebbero, di uno si decide di farne un film e decide di trasferirsi da New York in California, intraprendendo una nuova carriera parallela di sciupafemmine avvinazzato e spesso fumato. Da qui il titolo della serie, tratto a sua volta dall’album celeberrimo e omonimo dei Red Hot Chili Peppers, verosimile portmanteau fra lo stato della West Coast e la parola inglese che identifica l’atto preferito di un numero cospicuo delle sue abitanti, a quanto pare. A Los Angeles Hank Moody (il cognome letteralmente significa “umorale”) comincia a tenere un blog per una rivista alla moda (indimenticabile il momento in cui gli si propone il lavoro, atteggiando la bocca a conato di vomito mentre si pronuncia la parola “blog”) e a cercare di risolvere il suo rapporto altamente conflittuale con la moglie e la figlia andando di fiore in fiore, probabilmente con l’idea di rendersi conto a un certo punto della faccenda che non c’è niente di meglio del proprio alveare, ma con una certa maggiore cognizione di causa.
(in edicola il 6 marzo 2008)
Curatissima la sigla di apertura, un elemento che sta diventando sempre più un terreno di scontro fra i potenziali degli scrittori di serie americane, che agisce come manifesto poetico dei temi presenti e futuri. Il nostro uomo si muove per i quartieri di Los Inglese in macchina o a piedi, e continuamente il montaggio stacca in favore di vari oggetti volanti, più o meno identificati: un gabbiano, un aereo, l’immaginazione a corto di idee del nostro protagonista. Ma una ruota da Luna Park lo restituisce all’ambito relativismo con cui, non se lo dimentica, risolverà i problemi di moglie. Delicatissimo il finale della sigla in cui ai vari velivoli si aggiungono i fogli di un manoscritto mescolati dal vento, e sparsi per una via di quelle in cui Hank sparge tanta parte del suo talento. Lo stile irriverente e ironicamente scollacciato del prodotto, permettono a chi ne sta curando il lancio italiano di giocare coi nuovi strumenti del marketing in modo molto originale. Ad esempio, è notizia di questi giorni l’avvio della campagna pubblicitaria (del tipo “guerrilla”) nelle linee metropolitane di Roma e di Milano a base di reggiseni rosa fintamente abbandonati sui sedili, recanti l’etichetta “Californication”. Da noi la prima stagione della serie parte sul canale Jimmy del bouquet Sky da oggi, proprio mentre fervono i preparativi per le riprese della seconda stagione, prevista negli Stati Uniti per l’autunno.
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lunedì 28 gennaio 2008
The Agency, per pochi (dis)intenditori
(in edicola il 26 gennaio 2008)
A notte fonda su La7, perché nessuno o quasi possa sapere quanto è fatto male - e quanto meravigliosi e rari siano alcuni filmati girati direttamente dentro alcune vere sedi della CIA - il serial di spionaggio The Agency vive la sua vita italiana, fatta di doppiaggio più che indecente e i soliti pochissimi appassionati costretti a scaricarsela illegalmente, piuttosto che registrarla. Con il solito vantaggio-svantaggio (come si direbbe a ragione di serial inoltrati alla sesta edizione, e già triti alla terza) di non capire che un 10 per cento in più dei dialoghi ad ogni visione. Che nel caso di The Agency, credete, è un rapporto molto più sbilanciato sul vantaggio, per quanto di stagioni ce ne siano state solo due, troncate di netto non da agenti segreti cui si fossero pestate le scarpe con coltellino svizzero integrato, ma quantomeno dal pubblico insoddisfatto.
Il seriale americano prodotto dalla CBS, come anche chi non faccia necessariamente la spia può intuire dal suo titolo, parla di vicende di agenti della Cia, l’agenzia di intelligence americana. A vederlo una prima volta, o anche solo una prima scena, The Agency è soltanto un prodotto male o pessimamente confezionato. La seconda volta è tutto più chiaro: basta intenderlo un prodotto di parodia del genere spionistico, e non sono il risultato è apprezzabile, ma è anche molto comico e godibile. Non siamo ai livelli di Una pallottola spuntata, ma poco ci manca. Quello che stilisticamente funziona meglio, in quest’ottica, è proprio l’importanza esagerata di elementi come fotografia e interpreti, a fronte di una sceneggiatura del tutto demenziale. Il doppiaggio italiano, come spesso accade, estremamente magniloquente e fine dicitore anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, fa il resto, e vi assicuriamo che è possibile passare almeno un quarto d’ora di insonnia grave in compagnia di finti agenti della Cia e non pentirsene affatto.
Indimenticabili certe aperture di puntata. Un mega proiettore della Cia proietta su un muro segretissimo di sede immagini di falangi, falangine e falangette afgane mozzate. Ognuna con un cartellino ordinatamente legato (al dito, sic). Due su sei dei cartellini appaiono bianchi, quindi o sono capovolti per sbaglio o qualcuno si è dimenticato di scrivere battutacce sui colleghi sceneggiatori, perché comunque sarebbero risultate illeggibili da casa. Un voce da Quark – non ce ne voglia l’ottimo Claudio Capone, che non ha niente a che vedere con la faccenda – espone agli altri agenti in ammirazione: “Dita mutilate. Non siamo in grado di identificare i corpi così. Per questo abbiamo tratto dei campioni di Dna dai parenti viventi di Bin Laden”. Il resto della congrega si guarda dubbioso per qualche secondo utile, affinché il più sveglio di tutti si alzi e pronunci, con voce calda e sexy: “Abbiamo identificato qualcuno?”. “Sfortunatamente no”, risponde il capo. E l’altro: “Allora, perché guardiamo tutte queste dita mutilate?” The Agency è un’enorme interminabile barzelletta sui carabinieri, solo che invece che essere sui carabinieri è sulla Cia. Chapeau!
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mercoledì 16 gennaio 2008
Little Britain, un programma consigliato ai giovani
(in edicola il 15 gennaio 2008)
Little Britain (MTV, ogni domenica, ore 23), col doppio vantaggio di essere una serie molto interessante e non doppiata in italiano (ma solo ben sottotitolata, cosa che farà bene a più di una dizione, visto che, fra l’altro, l’inglese che parlano i suoi personaggi è quello britannico), è un programma che consigliamo a tutti i giovani fuori e dentro che siano stanchi di avere come primo referente per la rappresentazione della tarda adolescenza Maria De Filippi, e Maurizio Costanzo per la tardissima. È uno dei programmi televisivi trasmessi in Italia meno corretti politicamente dai tempi, forse, di Cinico Tv di Ciprì e Maresco, che riposino in pace nel loro semi oblio, cui di tanto in tanto li tira fuori un qualche omaggio meritevolissimo. Su alcuni temi, come l’accettazione delle possibili diversità anche nelle società apparentemente più evolute, ha toni da South Park, ma tutt’altra profondità, creata forse dal fatto che chi, in fondo, dice tutte queste parolacce, stavolta è una persona in carne ed ossa, che somiglia tanto di più di un cartone animato a chi, quelle parolacce, è costretto dalla realtà a dirle davvero.
L’obbiettivo di Skins è dunque raccontare la vita di un gruppo di giovani inglesi (e dunque di qualcosa di molto, molto simile a un gruppo di giovani globali), alle prese con il loro più grande problema: avere il diritto di fare quanti più errori riescano in una puntata e, beninteso, senza per questo avere per un solo sottofinale il tempo di correre troppo ai ripari. Ogni puntata è costituita da una serie di sketch, con personaggi ricorrenti, ognuno dalla forte personalità e col suo corredo di battute tipiche e cavalli di battaglia. Dire che a volte gli sketch si avvicinino a un ricordo, sebbene attualizzato, dei Monty Python, lo sentiamo a fior di labbra per una buona parte della loro durata. Come tutti gli show televisivi che deriva più o meno del tutto da uno show radiofonico, Little Britain è scritto con l’attenzione per i dettagli e le ambientazioni con cui, ormai, si realizzano palinsesti interi sui canali generalisti italiani, e anche per qualche anno. Dove più eccelle il grande lavoro di squadra dietro Little Britain è nella rappresentazione dell’omosessualità. Gli sceneggiatori sono in grado di andare così di fino e di complesso, che sanno metter su un finto matrimonio lesbico in una casa di matti, in cui una delle due spose chiede a un gay dichiaratissimo (di tipo Village People) di aiutarle ad adottare un bambino, fingendosi il compagno di una di esse.
Suscitando così l’indignazione del gay (omosessuale conservatore), che le accusa di essere “due lesbiche”, aggiungendo che “non è giusto che alleviate bambini”. La sua conversione verso la latente normalità, che è il vero capolavoro comico della puntata di domenica (quella di cui stiamo parlando) è quando sostiene che una delle ragazze a fare da damigelle alle due sia troppo carina per essere lesbica, da cui viene insultato, per finire poi per uscire di casa sbattendo la porta, affermando che la casa di matti in questione sia un posto troppo omofobico per lui. Da domenica prossima, al termine della puntata di Little Britain, prenderà ad andare in onda anche l’attesa serie Skins, sempre dal Regno Unito, con molta volontà di essere una versione adolescenziale, e più “seriale in senso stretto”, del successo del programma di Matt Lucas e David Williams.
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venerdì 7 dicembre 2007
Come invecchiano bene le Desperate Housewives
(in edicola il 6 dicembre 2007, video e commenti qui)
Solo il fatto che la sigla di testa – che forse, è il capolavoro del suo genere - non sia cambiata di un fotogramma, è un motivo già di per sé abbastanza valido per guardare anche la terza stagione di Desperate Housewives, che è ripresa da martedì, in seconda serata, su Rai Due. Per tacere del fatto che le casalinghe in questione sono sì disperate, ma nel loro accasciamento morale riescono pur sempre ad essere uno dei seriali televisivi che invecchia meglio al mondo, dopo che anche Heroes, in seconda battuta, ci ha abbandonato qualitativamente (ma speriamo nella sua, di terza stagione). Ogni serie come si deve ha nella sua “opening sequence” un manifesto che contiene spesso in nuce la maggior parte dei temi che tratterà. Come un prologo letterario, solo che, invece di essere scorto solo una volta, all’inizio dell’esperienza della lettura, nei serial viene ripetuto ad ogni visione. Fino a che, nella sua apparentemente immobile ripetizione all’inizio di ogni puntata, in realtà quel minuto e mezzo si modula e modifica di volta in volta secondo quello che dalla puntata appena cominciata ci aspettiamo, e quello che di tutte le altre ricordiamo - o nel caso di serial crudi come Dexter, vorremmo dimenticare.
Proprio Dexter (in onda il giovedì sera su Fox Crime) ha uno dei pochi opening paragonabili per qualità e intensità a quello delle casalinghe. Dexter Morgan, il protagonista, passa metà della sua vita a cacciare assassini per vie legali, essendo perito ematologo per la squadra omicidi della Polizia di Miami. L’altra metà, a cacciare quelli che la stessa polizia non può o non vuole cacciare, con metodi del tutto illegali e spirito d’iniziativa da perfetto serial killer, a sua volta. Ferma restando la sua innata passione per il sangue. Allora, i primi, geniali fotogrammi della sigla, a spiegarlo quasi in tutto: è a letto, dorme ancora, e una zanzara si posa sul suo braccio. Si sveglia, e ha qualche istante per fissare, come ammirato, come un collega che riconosca del talento naturale in qualcuno che, inizialmente aveva sottovalutato, per poi schiacciarla inesorabilmente con la mano. Il fatto che il nostro antieroe si gusti poi una bistecca semicruda di prima mattina, godendone come un Hannibal Lecter di bovini, è forse un’allusione meno sottile alla sua essenza, ma rende comunque perfettamente l’idea.
Il “manifesto” di Desperate Housewives è invece del tutto poetico. Colto, ma spesso comicamente, è una sequenza di parodie di fondamentali opere della storia dell’arte, che rappresentano la donna in momenti particolarmente convenzionali e codificati: Eva, Nefertari, una casalinga da manuale che maneggia la lattina di zuppa Campbell’s di Andy Warhol. Tutte sanno stupire, stravolgendo quelle convenzioni (proprio come del resto fanno le protagoniste del serial), e mostrarci tanto ciò che di violento ci può essere in qualcosa di apparentemente fragile, quanto di dolce e materno in qualcosa che pensavamo mascolinizzato per sempre. Così, Eva ha un bel porgere il frutto sbagliato ad Adamo: un pomo OGM di proporzioni colossali sta per cadere in testa al suo coniuge: spada di Damocle che ci invita tutti a toglierci le travi dagli occhi, senza cercare pagliuzze dietro le lenti a contatto di tante mogli immeritate. Oppure, una delle tante donne-fumetto piangenti e sofferenti di Roy Liechtenstein, qualche fotogramma più avanti, si prende la vendetta che in moltissime aspettavano: ci mostra che nela vignetta successiva, che Roy non dipinse, c’è un cazzotto molto ben assestato, e da lei verso di lui.
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giovedì 6 dicembre 2007
Lost in caduta libera, la terza serie è la peggiore
(in edicola il 5 dicembre 2007, anticipazioni e commenti qui)
Lost è ripreso anche su Rai Due (dopo che Fox Italia, sul satellite, ne trasmette la terza stagione dal 1° di ottobre), e si è avverato tutto quello che ce ne era stato maldestramente anticipato – da siti, amici, giornalisti, o da gente che, pur essendo tutte e tre le cose contemporaneamente, trova comunque il tempo di “spoilerare” (tremendo anglismo per dire “rovinare sorprese riguardo a sviluppi di trame di cui si sa già quasi tutto comunque”) – privandoci dunque del piacere di scoprire da soli quanto questa edizione sia ancora peggiore della seconda. La pigra autoreferenzialità e il cieco manierismo, ormai, dominano un intreccio che, nella prima serie, aveva promesso tanto agli spettatori, anche in termini di un certo realismo. E aveva avuto un tale successo di ascolti che era stato visto e riconosciuto “esempio di perfetto realismo” perfino da spettatori sintonizzati sulle isole deserte più vicine a quella utilizzata per il set.
Oggi, tutto si ripete, pur complicandosi all’infinito, e il motivo per cui speriamo che lo stesso tutto finisca il prima possibile è diametralmente opposto a quello di qualche anno fa: non perché siamo curiosi, ma perché insofferenti. Dove nella prima gloriosa stagione ogni cosa era rigore e precisione, anche i misteri e il non-detto, oggi è solo incertezza tangibile non solo del pubblico, ma evidentemente anche degli sceneggiatori. Anche quello che avremmo dovuto indovinare o supporre era creato con la stessa accuratezza della storia, mentre si sviluppava, come se una contro-trama, fatta di reticenze e allusioni, potesse correre insieme a quella visibile (almeno, nell’immaginazione degli spettatori abbastanza medio-alti da non aspettare la puntata in cui Kate sarebbe misteriosamente apparsa con il seno rifatto, cosa che non è poi avvenuta concretamente).
La vecchia allegoria dell’umanità che si deve guardare tanto dagli apparentemente cattivi, quando dai chiaramente buoni (vecchia e affascinante almeno quanto le leggende popolari che ispirarono il librettista del Flauto Magico di Mozart) - perché gli ultimi saranno i primi, i buoni possono incattivirsi, e soprattutto non c’è più religione - forse non funziona più per Lost che, certo, avrà infranto molti schemi nel comporre una trama di serial (multi-narrazione, multi-livello), ma anche le pazienze di un pubblico che la venerava. Con l’esclusione, naturalmente, dei fan più hard-core: almeno tutti quelli che si fanno chiamare Losties nei vari forum web, in cui confutano il peggioramento della serie con argomentazioni fantasy, citando il riscaldamento globale o la fuga di cervelli dall’Italia. Sempre sexy i due maggiori beneficiari della serie, Matthew Fox ed Evangeline Lilly (Jake e Kate), gli unici del cast che siano riusciti a replicare con questa serie quello che normalmente si verifica per il concorrente medio delle varie edizioni dell’Isola dei Famosi: diventare una celebrità, venendo pagati per vivere su un’isola deserta fra colleghi che urlano e cameramen che li inseguono dappertutto.
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sabato 17 novembre 2007
Heroes, la storia magnifica di un insuccesso solo italiano
(in edicola il 16 novembre 2007 - anticipazione e commenti qui)
Heroes è giunto all’ultima puntata della prima stagione doppiata male, ed è ormai tempo di considerarlo, probabilmente, il serial più interessante dai tempi delle primissime puntate di Lost. L’insuccesso di ascolti di questa altissima serie fantascientifica è stato un fenomeno tutto italiano che, d’altro canto, ha avuto due risvolti positivi, uno solo sociologico e uno socioculturale. Da una parte, costringendo i capi spirituali di Italia Uno prima a interromperne, e poi cambiarne drasticamente l’orario di programmazione, di modo che passasse da domenica in prime time al mercoledì in seconda serata, ha reso possibile l’uscita pre-lunedì dei molti appassionatissimi che avevano smesso di andare in sala giochi, pur di non perdere una puntata delle avventure di Niki Sanders e Peter Petrelli. Dall’altra, ha costretto i suddetti appassionatissimi, una volta minacciata e poi attuata la sospensione della messa in onda, a sfoderare tutto l’inglese scolastico che avevano nel cassetto, turarsi la coscienza e scaricare da Pirate Bay le puntate rimanenti. Fino alla fine della prima stagione e oltre, verso nuovi confini: le prime sette della seconda già trasmesse negli Usa.
Dire che questo sia avvenuto in parte per venire incontro alla facoltà mentali degli spettatori medi italiani, non è solo riduttivo (rispetto ai meriti della serie, che sono notevolissimi, e valicano con facilità anche i limiti poetici e tematici che di solito sono posti ad una serie fantascientifica), ma è anche impreciso: è avvenuto esclusivamente per venire incontro a quelle stesse facoltà mentali, che consentono all’Isola dei Famosi di non essere abbandonata dalle telecamere, e lasciata divorare da creature marine mostruose e insorte, con tutti i suoi abitanti, inclusi quelli eliminati. Dal punto di vista del significato (le bellissime immagini cui ci ha abituato parlano relativamente da sole), Heroes è eccezionale perché umanizza e razionalizza una lunga tradizione di fumetti di basso livello – e di pellicole tratte da fumetti di infimo livello – in cui i cosiddetti superpoteri erano solo armi straordinarie a disposizione di qualcuno di sfortunato nella vita, in attesa di rifarsi nella fiction. Un clichè ripetuto centinaia di volte, in una sorta di revanscismo para-cristiano dei deboli e secchioni sui fashion e normo-dotati (giacché, in quell’ottica, i secchioni sono solo o sottosviluppati o volano).
Heroes, invece, parla di gente straordinaria, sì: supereroi, persone che leggono nel pensiero, rigenerano loro arti e saltano la staccionata senza l’olio Cuore. Ma il punto, la novità, è che ci si chiede – e ci si dà una risposta, nel corso delle puntate – da dove quei poteri provengano. E questa risposta solo a un livello – dantescamente parlando – letterale che viene comunicata dai fatti: vale a dire, un esperimento di ingegneria genetica che ha modificato le facoltà fisiche e mentali dei nostri eroi. In realtà, basta salire di un livello di lettura, e ci rendiamo conto che niente è dato per caso ad essi. Come un destino metaforico ha fatto sì che, ad esempio, Claire Bennet fosse una studentessa apparentemente fragile, che può guarire da ogni ferita fisica. Hiro Nakamura è il classico colletto bianco che indosserà il kimono d’oro, ma con che psicologismo il suo dono è quello di andare avanti e indietro a piacimento nello spazio e nel tempo, quando ha passato la prima parte della sua “carriera” fra i divisori di un ufficio grigissimo. È un ricco gioco di rimandi e significati, che rende Heroes è una delle più belle parabole contemporanee sul talento e la gestione di esso; sull’importanza dei singoli nel destino di un gruppo; sulla verità che non sempre sta dalla parte con cui crediamo di stare noi (e questo lo scriviamo perché anche noi, dal canto nostro, abbiamo scaricato un po’ troppe puntate).
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lunedì 29 ottobre 2007
Il realismo di Grey’s Anatomy fa di Dr. House una favoletta
Giovedì sera gran dittico di puntate per Grey’s Anatomy. Il medical-drama, alla sua terza stagione in onda su Italia 1, è ormai da tempo ben oltre il suo più importante merito storico. E non intendiamo con questo merito il fatto che il titolo della serie sia in verità un apprezzamento nei confronti del fisico della sua protagonista. Ma averci fatto comprendere con molti esempi pratici che non importa che mestiere tu faccia e quante vite tu possa salvare o, soprattutto, non salvare in una puntata: avrai sempre tutto il tempo e l’umore necessari per avere una vita sentimentale appagante almeno quanto quella sessuale: cioè, quasi per niente. È questo il punto di realismo che renderà per sempre il Dr. House una favoletta per infermiere, e neanche sotto esame, al confronto con Grey’s. E non le tanto millantate migliori scene chirurgiche, o le diagnosi verosimili di mali realmente esistenti.
Questa terza serie, difatti, è molto incentrata anche sulle storie dei malati, rispetto alle precedenti, con buona pace delle ascoltatrici più affezionate, che una volta scoperto del matrimonio del dottor Shepherd (il capo spirituale dell’ospedale in cui la serie è ambientata, e che nel frattempo, si sa, aveva intrapreso una relazione pure con Meredith, la protagonista), lo hanno subito considerato un segreto di Pulcinella, minimizzando, ma ne vogliono ancora, e non smettono di cercare nuove fedi, al dito di ogni singola comparsa che mostri di non contargliela giusta (mentre, magari, il povero interprete è solo raccomandato o alle prime armi). Il cardiotoracico Burke, dunque, prima di chiedere la mano della dottoressa Cristina davanti a un maratoneta disidratato (perché non si possa poi dire che sia un cardiotoracico senza cuore), potrà ospitare quanti dinner party vorrà nei suoi appartamenti: non ci sarà invito che tenga. In “Great expectations” (meno dickensianamente, in italiano, “Aspettative”), nessuno potrà rubare la scena a una delle più toccanti rappresentazioni della realtà Amish che ci siano date, dai tempi del Testimone con Harrison Ford e Kelly McGillis nel ruolo di una pazza.
Purtroppo, potremo godere della cosa solo una volta superato l’imbarazzo che, ammettiamolo, ha colto una parte del pubblico italiano nel vedere che una ragazza Amish potesse trovarsi in un ospedale (e per giunta nei pressi di un modernissimo monorotaia), perché aveva inizialmente ricordato che Amish che fosse un modo esotico di dire testimoni di Geova, e dunque che non potessero farsi curare normalmente, e tantomeno in televisione. La ragazza in questione finisce per decidere di tornare a casa per i suoi ultimi giorni, rinunciando per sempre al supporto della sua migliore amica, bandita dalla comunità di cui anche lei faceva parte, per il fatto di essere stata battezzata. Naturalmente, è a questo punto che Gorge O’Malley chiede a sua volta la mano di quella che sarebbe la sua collega Callie Torres, se anch’egli avesse passato l’esame. Ancora più drammatico il secondo dei due episodi di giovedì, uno dei più intensi: “Desideri e speranze”. In cui, da una parte, la sfera privata e ormai, assetata di gossip, in una serie che è al terzo anno, arriva a coincidere quanto mai con quella clinica e impegnata, in due punti: con il ricovero della madre di Meredith, purtroppo malata di Alzheimer, e con il contagio di tutti i medici che conosciamo per via di sangue infetto.
Dall’altra, la tensione è stemperata da un padre di famiglia che si presenta in reparto con la figlioletta e un pacco di tampax, chiedendo alla dottoressa Izzie di mostrargli come si usino. E dalla convinzione che ci facciamo, una volta per tutte, del fatto che Gregory House non sarà del tutto malasanità, ma sia puro fantasy rispetto a Meredith Grey.
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