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mercoledì 5 marzo 2008

L’ultima domenica in molto particolare

(in edicola il 4 marzo 2008)

La prima Domenica In dopo la fine del Festival di Sanremo – anche se questo è stato poco visto o, peggio, qualitativamente superiore alla norma, come sostiene Baudo per questa edizione – viene dedicata, per tradizione, a quella sorta di dopo-dopofestival che un tempo era una buona occasione di spettacolo televisivo, e negli ultimi anni aveva cominciato a somigliare all’ennesima puntata dell’Italia sul Due o di Cocuzza dedicata ai postumi di un reality qualunque, e neanche troppo musicarello. Quelle puntate erano delle buone occasioni perché i cantanti si esponevano più che in un dopofestival in senso stretto, con maggiore rilassatezza (in altri tempi si lottava seriamente per vincere e l’ultima sera, dopo le ultime emozioni, il dopo-festival non c’era e non c’è). E perché davvero si lanciavano o si archiviavano gli artisti destinati o no a restare sul mercato musicale. Molti veri talenti, che fossero solo musicali o pure televisivi o, in generale, comunicativi, sono stai lanciati infatti da quella prima puntata di Domenica In cui parteciparono, e non dal loro primo Festival di Sanremo in quanto tale. Quest’anno, invece, visto tutto quanto si è potuto dire, non solo sulla stampa, ma anche sul palco stesso dell’Ariston, i toni della trasmissione domenicale che, per una volta, conduce Baudo, sono insolitamente signorili, retrò.

Come sospesi in un tempo in cui Amedeo Minchi poteva davvero esprimere un parere sul significato della sua canzone, e tutti gli altri (giornalisti, altri cantanti, perfino una blogger di Blogosfere: Alessandra Carnevali) a commentare, e il tutto con una tale intensità di contenuti e di forme, che quando arriva la pubblicità non si ha la frenesia di cambiare canale per veder il prima possibile com’è è vestita Simona Ventura, ma ci si riposa quasi la testa, e si pensa a un testo o a una melodia come non era capitato neanche sabato. Pippo sfruculia un diciassettenne che era in gara, sulle trentenni e sui sentimenti che esse possono provare per lui, con la timidezza e il garbo di una trasmissione di quando le trentenni avevano l’età del giovane Ganimede in questione. Non si riesce a stabilire con certezza assoluta a cosa sia dovuta tanta qualità.

Pare quasi di trovarsi davanti a uno di quei colpi di scena da romanzo più o meno epico in cui un cattivo della prima ora (uno, d’accordo, non proprio cattivissimo, ma comunque uno che ci teneva e eccome ai suoi piccoli privilegi, alle profferte che qualche popolo gli corrispondeva in termini di attenzione e ascolto), improvvisamente annuncia, con il proprio cambio di direzione, con la propria nuova bontà, anche la fine del romanzo. Forse Pippo sa di dover in qualche modo pagare per il crollo degli ascolti sanremesi, senza che nessuno - e non solo lui - abbia fatto qualcosa di molto innovativo, magari anche last-minute, per rinnovare la formula dello show. E forse pure, relativamente anziano com’è (anche se Bongiorno dimostra che non lo è), relativamente straricco com’è, avrà pensato in cuor suo di darsi alla novità per lo spazio di un’ultima domenica molto particolare, e finalmente “in”, che pure segue a una settimana molto particolare per la storia della sua conduzione, essendo forse la prima grande occasione in cui ha potuto fare lo spiritoso senza apparire troppo giovanilista o troppo vecchio.

I dubbi di Guaccero e Osvart

(in edicola il 28 febbraio 2008)

Le altre due protagoniste di questa edizione 2008 del festival di Sanremo, dopo il fantasma della musica leggera e Toto Cutugno in carne ed ossa, sono le due vallette Bianca Guaccero (1981, bitontina, che balla, canta, parla in inglese) e Andrea Osvart (1979, ungherese, che stona, litiga e ha studiato). Si è scelto, per le prime mandate, di non farle comparire insieme, ma di dedicare una puntata a ciascuna delle due, per evitare in fondo l’effetto veline, bruna e bionda come sono anche questa volta. Come il giorno e la notte, che non si incontrano mai, anche loro due simboleggiano due aspetti fondamentali della vita, anche se in particolare del vallettismo e della co-conduzione in generale: una, l’essere bella e brava, pur non volendo altro che essere solo bella, e risparmiarsi tutti possibili i conflitti con le solo brave (spesso anche solo quarantenni); l’altra, l’essere solo bella, e fare di tutto per sembrare anche brava.

Bianca canta infinitamente meglio in playback, mentre danza, piuttosto che dal vivo al piano di Sergio Cammariere. Andrea invece stecca felice, coraggiosa, quasi impertinente nel suo modo di volerlo fare diretta da Peppe Vessicchio, eppure senza seguire con la sguardo neanche per un instante in famoso ciuffo bianco che gli fa da bacchetta. Anche alla luce delle loro rispettive performance coi tre giornalisti-vecchioni del dopofestival (che, alla seconda puntata, si rivelano ormai presenza fissa), Bianca è infinitamente più trattabile e conversativa di una Osvart che, appena può, si risente e ammutolisce, come se non sapesse che questo è il livello cui una mezza dozzina di anni di dopo-reality hanno ridotto, non diciamo la televisione italiana, ma addirittura le menti di giornalisti anziani della carta stampata.

Osvart rifiuta il salame che la Agosti le offre, non si sa se perché ha studiato e dunque conosce la possibilità di metafore sconvenienti; Guaccero invece non si pone il problema neanche per il tempo di un sorriso in più (anche se in sfavore di camera) e fa il verso di mangiare, con tanto di pane di accompagnamento, il detto insaccato. Non si capisce perché Lucilla le dica che non avrebbe potuto rifiutare in quanto pugliese, come se fosse una tipica espressione della pugliesità non rifiutare i salami offerti nei dopofestival o comunque nei dopolavoro. Successivamente, Guaccero finge molto meglio dell’altra di mangiare ed è per questo che le perdoniamo la pizzica tarantata ballata durante la trasmissione: perlopiù fingendo di essere un ragno, e muovendo per il palco a quattro zampette e la schiena inarcata (a dorso di ragno, dobbiamo supporre).

Nella seconda puntata, come si sarà forse notato, uno dei vecchioni è una donna, eppure si complimenta con ancora più fervore dei colleghi del tutto uomini con Bianca. Non avevamo bisogno di molto altro per decretare il suo trionfo sull’algida Andrea. Eppure, il modo in cui la pugliese ammette di aver fatto solo uno Zecchino d’Oro regionale, da bimba, e non nazionale come buttà lì la Agosti; le sue risposte alle domande più insidiose dei vecchioni su quanti anni abbia; e, soprattutto, la versione con fisico aggiornato della stessa canzone che davvero portò allo Zecchino (Cane e Gatto, simbolo del rapporto coi vecchioni, involontariamente), ci tolgono ogni ultimo barlume di possibile dubbio.

Dopofestival, il vero Festival

(in edicola il 27 febbraio 2008)

Questo Sanremo 2008 è stato talmente (e a ragione) trasformato in un dopofestival nel festival, grazie a Piero Chiambretti, ai suoi gruppi d’ascolto, alla stessa inverosimiglianza di una giuria giovani presieduta da Federico Moccia, che il dopofestival in sé, quello condotto da Lucilla Agosti, è divenuto il vero festival, e con un discreto successo. Dopofestival nel festival perché tutto si ripete da troppo e troppo spesso, perché non lo si debba considerare, tout-court un post-festival, nel senso da categorizzazione storico-artistica, come quando si smette di credere alla modernità o a un credo religioso. Solo un’autoironia decadente, terminale, appunto quasi da Satyricon, permette a Pippo Baudo e a Sanremo di esistere ancora, attaccati come sono alla stessa spina dei pochi spettatori anziani e non dormienti che possano ridere davanti a Lenny Kravitz che canta Donna Rosa, dacché sono abbastanza svegli da sapere quanto è famoso Kravitz, e abbastanza avanti con gli anni da conoscere l’origine di quel motivetto tormentante.
Un solo merito, doppio: Chiambretti e Baudo agiscono evidentemente l’uno come il Sancho Panza dell’altro, avendo l’accortezza, di volta in volta, di riportare a terra il sogno, la visione che l’altro sta avendo in continuazione, che sarebbe un festival di vent’anni fa per Baudo, e una puntatona di Chiambretti c’è per Piero.

Eppure, per quanto a un orario smisurato, un certo punto, il festival finisce, e Lucilla parte con la sua idea di programma musicale fatto finalmente con grandi mezzi, grande pubblico e ancora più entusiasmo dei tempi di All Music, e balza subito all’occhio che non è necessariamente più entusiasta solo per i nuovi mezzi e il nuovo pubblico, ma perché finalmente si realizza come conduttrice di nicchia anche fuori dalla nicchia. Se non bastasse il suo modo di dare il giusto nome alle persone e ai concetti (anche, ovviamente, musicali) - oltre a un certo innegabile fascino di ragazza acqua e sapone che non studia troppo, ma osserva moltissimo – le verrebbe comunque in soccorso il co-conduttore Elio delle storie tese, che è l’altro vero motivo per cui guardare la programmazione di Rai Uno, almeno questa settimana, fino a orari più che marzulliani. Vero e proprio show indipendente, e non o conferenza stampa a telecamere accese, né il meglio di, a puntata finita da dieci minuti (come del resto si è spesso usato) la formula di Lucilla, Elio e Lucia Ocone è di mini-varietà con tanto di imitatori (grandissima Lucia Ocone nel ruolo di Mina) e di propria musica e ospiti.

I tromboni di critici, non solo musicali, del resto, non possono mancare in studio, come per un riflesso condizionato, per quanto dribblati più o meno agilmente dalla stessa Andrea Osvart, che deve purtroppo rispondere ad accuse di uomini sopra i sessanta sul fatto che sia troppo visibile il fatto che, rispetto alle vallette del passato, abbia studiato. Tutto ciò, sempre unito alla competenza musicale di tutti, appena appena malcelata, per gli sfottò ai cantanti in gara con più cognizione di causa della storia dei dopofestival, renderebbe il programma imbattibile per qualunque concorrenza, se solo se ce fosse una, a quell’ora. Ma i conduttori e i comprimari sono impegnati come se fosse l’occasione della loro vita, cosa che certo non è per Elio, ma forse per la Agosti sì, con tutti i nostri auguri.

giovedì 21 febbraio 2008

Una fiction da esportazione: Caravaggio

(in edicola il 21 febbraio 2008)

Finalmente, con quella su Caravaggio, le fiction Rai possono vincere, di lunedì, non solo contro il Grande Fratello di Canale 5, ma anche contro il nostro pregiudizio, ben rifocillato e rinvigorito dagli ultimi saggi del loro genere, che i nostri pregiudizi su di esse siano fondati. Alessio Boni è in parte come non lo era dai tempi della Meglio Gioventù, soprattutto dopo la parte in cui si toglie la vita. Quei tempi ci avevano per un attimo fatto dimenticare che, tutto sommato, non è che stessimo parlando di un pluripremiato oltreoceanino che non rinnegava le sue origini bergamasche, ma di un attore ex-Incantesimo, per quanto di buone letture e addetto ai lavori di surriscaldamento delle signore da casa. Eppure, con questa prova, Alessio davvero si inserisce nel meglio degli interpreti di sceneggiati moderni italiani, con una certa grazie e un chiaro sforzo di consultazione di fonti dalla produzione del maestro (del resto, bergamasco come lui) e soprattutto dalla tanta e controversa letteratura artistica su Merisi.

Boni sa guardarsi le ferite, quasi gioire di quanto siano terrene, al termine di un lungo viaggio in barca; e poi farci toccare con mano una Santa Martire, mentre la dipinge, e lei tende al cielo con la stessa intensità con cui il pittore, una scena prima, tendeva alla malaria o almeno a una notevole febbre. E questo significa aver colto almeno una grossa parte del senso dell’esistenzialismo ante-litteram nella produzione di quel maestro, così ispirato dalla sua realtà da riuscire a rappresentare un’altra, e invisibile, rendendola però come tangibile anche a noi, per via di una serie di miracoli che ripeteva in un certo numero all’anno, che si chiamano tele, pale, e pochissimi affreschi di dubbia attribuzione ma di immenso fascino. Nella fiction diretta da Angelo Longoni (che non si è avvalso, come capitò al film del 1948, addirittura della co-regia di Roberto Longhi, il grande critico d’arte, ma che comunque dimostra di avere grande gusto e grandi collaboratori alla sceneggiatura) ci sono scene che avremmo voluto vedere con tutto il cuore.

Sono quelle in cui Caravaggio è stordito da uno dei viaggi rocamboleschi vicini alla sua fine, e dunque nel periodo più tragico, colmo di sensi di colpa, e di quegli autobiografismi macabri che renderanno capolavori di un nuovo corso gli ultimi dipinti, dopo le pur coltissime nature morte, apparentemente solo perfette, ma anche esse gravide di simbolismi (come ha mostrato, fra i primi, Maurizio Calvesi, fra gli storici illuminanti su questi temi). Ma nonostante questo, come accade nella fiction, ad esempio, all’approdo a Siracusa, in fuga per salvarsi la vita, il maestro non riesce a non avvedersi della bellezza di un tavolo di giocatori, e di quello che avrebbero rappresentato per lui dieci anni addietro, al colmo dell’ispirazione per la parte “bassa” del suo lungo bilancio fra terra e cielo, spunto e ispirazione, come tutti i grandi del suo tempo e non solo nel suo campo d’azione. E di scene così ce ne sono diverse nel corso delle due puntate di domenica e lunedì. E il fatto che ne siano state concepite e realizzate anche alcune di tipo “invertito”, cioè prefigurazione del dramma psicologico terminale, anche alla corte del cardinal del Monte o dei Giustiniani, è il merito più grande di un’ottima fiction da esportazione.

martedì 19 febbraio 2008

Isoardi, la post-velina di successo

(in edicola il 19 febbraio 2008)

Elisa Isoardi. Il vero motivo italiano per non uscire del tutto di sabato pomeriggio ha un nome e un cognome che non ti sanno subito di televisione, ma di qualcosa di più elevato: da violinista, da grande ricamatrice o intagliatrice, quantomeno da poetessa dilettante che non si aspetta di pubblicare troppo, ma di decantarsi nel privato. Ha dei modi di essere, di volta in volta, la spalla di Galeazzi, l’intervistatrice bon ton, la mattacchiona sexy, alla sua età, che la collocano in sola una stagione alle vette della conduzione femminile sui nostri palinsesti, dopo una gavetta del resto sopra le righe, per conto del superiore Guido Bartolozzetti, presso Italia che vai. Non c’è bella conduttrice di Uno Mattina Estate, pure epurata per eccesso di qualità nella conversazione, che possa reggere il passo di Elisa. Forse, per trovare una venticinquenne tanto mens sana in corpore sano dobbiamo risalire ai momenti in cui Caterina Balivo rinnega meno la sua napoletanità, ma probabilmente sarebbe una ricerca vana.

Elisa è al tempo stesso la più telegiornalistica delle strappone (come amano definire le donne di grande fascino le columnist dei femminili alla moda italiani, e quelle di Amica, da non confondere mai con l’oggetto di questo tipo di riflessioni) e la più vivace e multiforme delle intrattenitrici. Parla di Afghanistan e di campionato con le stesse modulabilissime voci e posizioni della riga di lato: e dunque sempre differenti ma coerenti con un’idea del mondo che vorremmo abbracciare anche noi. Non è uno sfottò: è un grande merito, almeno ai nostri occhi, saper parlare anche con una riga. Si può lavorare con impegno e classe anche quando capita il piccolo miracolo di farlo in televisione, e speriamo per molti altri anni. Si può non solo essere belle e intelligenti, come sospettiamo non possano, tutto sommato, non essere la maggiore parte delle post-veline che restano a galla negli anni. E con post-veline intendiamo tutte le femmine da tv che hanno già archiviato la relativa fase, unitamente a quelle che non lo sarebbero mai state, veline.

Ma il bello, e grazie a Isoardi lo sappiamo meglio, è che ci possono essere anche delle post-veline meno furbe o anche solo meno ingenerose, che riescono ancora a dare a una telecamera qualcosa che non si può né contrattualizzare né tantomeno chiedere, qualcosa di prezioso e al tempo stesso impagabile: una piccola parte di se stesse. Non rifarti mai, Elisa, e intervista sempre Franco Di Mare con la stessa espressione poco ammirata per l’ennesimo brutto che piace, ma che a te no; e che magari sa anche parlare, ma tu sai parlare ancora meglio, come hai fatto questo sabato. Non essere vittima di quel sistema. Non intervistare troppi attoroni hollywoodiani, però. Questo non perché tu non ne saresti in grado, ma perché innanzitutto sapere che magari hai anche un’ottima pronuncia dell’inglese sarebbe troppo, coi tempi che corrono. E qualcuno potrebbe portarti via da Rai Uno, o da noialtri. Se non ti può avere presto Sanremo o un tuo programma di infotainment del pomeriggio, è meglio che non ti abbia nessuno.

giovedì 14 febbraio 2008

La chiesa del cardinal Vespa

(in edicola il 13 febbraio 2008)

Se c’è stata una puntata di Vespa, fra le ultime, che non ci si sarebbe potuti perdere per niente al mondo (e nemmeno per la bella puntata de La storia siamo noi dedicata a Fiorello, su Rai Due nel frattempo), questa era lunedì, dedicata alla Madonna di Lourdes e al misticismo di Alessandra Borghese. Naturalmente, in osservanza del tema, un parterre di ospiti esponenti del mondo dei miracolati non poteva mancare, come del resto avviene ogni sera infrasettimanale. Non mancano medici con molte frontiere (a sostenere l’impossibilità che eventi miracolosi possano pregiudicare l’andamento di una cura in clinica), la suddetta vaticanista bella, il nostro amatissimo Massimo Giletti (che non delude neanche questa volta le nostre attese). Il salotto di Vespa, all’occorrenza, riesce a farsi da modellino in scala del nostro vituperato Parlamento (o di luoghi di delitti irrisolti), a modellino della Chiesa Cattolica. Bruno regge il modello quasi fisicamente, come accade a tanti santi della tradizione iconografica che, per secoli, sono stati rappresentati proprio accanto a una Madonna con un piccolo edificio religioso in mano, che era un ricordo della basilica o del monastero che avevano personalmente fondato.

La televisione, fatta così, è sempre più Chiesa, nel senso propriamente barocco, sebbene spesso, a parità di illusioni, con molto meno gusto: un strumento per convogliare sguardi ed emozioni verso una verità che attende al centro di tutto. Al termine del percorso che un fedele compie quando entra nella navata, e la attraversa fra le pitture; e uno spettatore, ugualmente, quando accende il televisore, e lo guarda fisso, fra le iatture. Questa volta, la verità non è soltanto credere di far credere che i miracoli esistano, come ognuno di noi ha tutto il diritto di fare, anche in televisione, perché in fondo i miracoli potrebbero avvenire davvero, se tutto questo può davvero succedere nel febbraio 2008. Anzi, se non lo credessimo almeno in televisione saremmo dei senza cuore, come si dice di quelli che non riescono ad essere almeno socialisti a vent’anni. Il punto è mostrarsi ammirati di una donna come le Borghese, credere al suo fervore mistico non come alla genialata comunicativa di una falsa magra e fintissima tonta, ma a una verità da settimanale “Gente” in seconda serata, quando i lettori di Gente o Oggi o sono a nanna, oppure hanno almeno qualche altra freccia al loro arco di fruitori di media, e non possono stare con le mani in mano.

L’unico che resiste all’effetto Marcellino pane e vino è proprio Giletti. Scettico come un San Tommaso, invece di mettere il dito nelle evidenti piaghe di tanti discorsi che fanno acqua da tutte le parti, cede alla tentazione, di tanto in tanto, di accavallare le gambe e ridersela sotto i ciuffetti, mentre si propongono degli spezzoni della Bernadette del 1943 e nessun ospite sano di mente può fare a meno di notare la somiglianza straordinaria della sua interprete con la stessa Alessandra Borghese. Vespa non era mai stato, recentemente, così tanto corrispondente all’imitazione che di lui ci ha donato Tullio Solenghi, quella cardinalizia: unico momento di ritorno alla qualità di un attore altrimenti completamente decaduto, e ce ne dispiace.

martedì 29 gennaio 2008

Cinematografo, il Marzullo ok è quello della domenica

(in edicola il 29 gennaio 2008)

Per molti appassionati, il Marzullo vedibile resta quello della domenica. Non solo perché Cinematografo è lungi dall’essere insignificante, sebbene sarà difficile crederlo per chi non frequenta assiduamente la fascia notturna dei palinsesti, o non la frequenta con scopi talk, ed è dunque afflitto da decennali pregiudizi sui mancati cambi di cravatta del giornalista avellinese.
Ma soprattutto perché questo programma, se visto con coscienza e magari con quel briciolo di attenzione in più rispetto a uno spot di Sanremo, può dirci molto anche del resto della nostra televisione, più o meno come scrivono certi autori col gusto del macabro o della malattia di certi stati alterati della salute umana, che mettono in una luce più chiara del resto del corpo, anche se era apparentemente in salute.

Cinematografo, in verità, svolge due ruoli fondamentali. Uno è quello di cesura fra il week-end e la il lunedì mattina. Quello che può notare ogni giorno - fra il giorno e la sua notte - chi guardi Marzullo in Sottovoce, succede su larga scala la domenica, fra una settimana e l’altra. Ogni notte Gigi ci accompagna in territori dalla difficilissima percorribilità, con mano ferma e salda, se non altro perché le sue puntate sono ovviamente registrate. Ai confini labilissimi fra il dovere e il piacere, fra la fine del fine settimana e l’inizio della vita reale, si pone una dimensione da realismo magico tedesco, in cui tutto quanto di più irreale avviene come per leggi ferree, come per un’altra fisica o una nuovo biologia niente affatto approssimativa, ma solo mostruosa. Il secondo è far parlare Selma Dell’Olio in televisione, non importa a che ora avvenga, e chi la guardi.

Un mondo in cui si passano minuti a porle domande su un dubbio di pronuncia inglese, se il resto del parterre tace perché, forse, troppo immedesimato nella parte dell’essere in onda alle 2 di notte. Nascono nuove lingue, dai suoni fintoesotici, come solo Hollywood sa emettere, e fra cui è proprio Selma la stele di Rosetta, il perno su cui il possibile tutto gira, possibilmente fermandosi quando Gianluigi Rondi, il grande vecchio della critica cinematografica italiana, non ne può più davvero. E’ per questo che la moglie di Giuliano Ferrara è sempre più conduttrice morale del talk sul cinema, con Marzullo ospite fisso, e non già viceversa. Forte del suo essere stata allevata almeno per una certa parte della tarda adolescenza in USA, Selma è del tutto convinta di poter dire ciò che pensa di qualunque cosa, e ciò include anche fare gaffe su traduzioni anche solo di titoli di blockbuster notissimi (esempio: quella di Be Cool con Uma Thurman, che sarebbe anche celebre, oltre che memorabile, se qualcuno avesse visto quella puntata).

E’ una di quelle amiche che hanno più o meno tutti nella vita, di quelle che sentendoti parlare di Harry Potter con poca convinzione, sono capaci di interromperti scandalizzate dicendo: “Ma come, tu Albus Dumbledore lo chiami ancora Silente, come hanno scritto nell’edizione italiana?”, con lo stesso sdegno francesistico di Carla Bruni in un’imitazione di Fiorello.
Amiamo Selma Dell’Olio perché ci ricorda ogni settimana da dove veniamo e dove non andremo mai.

venerdì 25 gennaio 2008

Fiorello e il mini-show, due possibilità per durare

(in edicola il 25 gennaio 2008)

Il nuovo show di Fiorello, alle prime due puntate, suonava – a ragione – talmente geniale che se ne scriveva solo contando di quanti minuti avesse superato la durata prevista, come ancora timorosi di valutarlo o recensirlo come se fosse un programma televisivo realmente valutabile o recensibile. Appena ha cominciato a dare segni di cedimento, mercoledì, ecco che tutti, finalmente, gridano al genio; fanno i Vincenzo Mollica sui giornali - pur spesso senza averne la stazza o il tornaconto – lo vogliono sindaco di una ritrovata televisione di qualità. Innanzitutto, questi segni, se pure fossero di cedimento, crediamo siano dovuti semplicemente alla dimensione televisiva quotidiana che Fiorello e i suoi autori non avevano usato mai a questi livelli qualitativi. Seppur sottoforma di quelle cosiddette pillole - che sono spesso solo un modo per evitare all’ultimo di usare l’altra metafora di “supposte”, cosa che pure si avrebbe in pectore per tante trasmissioni del genere – insomma, Fiorello, starebbe accusando il colpo della brevità e della continuità da rispettare, pena uno “sforare” che si è potuto concedere con una certa nonchalance solo per i primi giorni di messa in onda.

Ora, Rosario ha davanti due possibilità. Da una parte, la scelta di premere per stanziarsi ulteriormente in questo nuovo tipo di varietà, adattandosi o stilisticamente o socio-rai-diplomaticamente. Vale a dire: facendo uso di tutto il suo talento per riuscire a dire quello che vorrebbe dire in massimo 10 minuti effettivi (complice il riuscitissimo cronometro, che si ferma quando non si ritiene “varietà” quello che va in onda). O di tutto il peso presso Fabrizio Del Noce o chi per lui per ottenere una ventina di minuti effettivi, orologio da bianconiglio, ma digitale, in sovrimpressione o no. Dall’altra, la possibilità, più remota, di fare come ha fatto lentamente Fabio Fazio col suo “Che tempo che fa” (nato previsioni del tempo, che sta studiando come talk): cioè far mutare proprio geneticamente, puntata dopo puntata, lo scopo e il format del suo show senza che quasi nessuno se ne accorga, facendolo diventare un sublime sostituto dei tremendi quiz del dopo TG1. Gli autori ci sarebbero, quanto la capacità di improvvisazione, per gestire un programma del genere per una mezz’ora al giorno, dal lunedì al venerdì, almeno.

Certo anche in questo caso servirebbero talento e peso presso dirigenze, ma non crediamo che manchino, almeno a Fiorello, in questo momento della carriera. Detto questo, lo diciamo anche noi: autori e Fiorello sono geniali questa prima settimana. La gag della Orsomando che imita se stessa che imita Fiorello che imita la Orsomando è superiore perfino alla comicità di Laura Pausini, nello stesso ruolo, che non finge altro che di essere abbastanza international da non sapere più pronunciare bene l’italiano, e dunque neanche imitare se stessa. Le battute sul plastico dell’Udeur che Bruno Vespa avrebbe avuto in serbo per Mastella, una volta commesso il “fattaccio” è la sola punta d’iceberg che possiamo nominare in questo articolo. Teniamo a nominare sempre anche gli autori, se non altro perché, in queste fasi di assestamento, poco può essere lasciato all’improvvisazione, la vera arma letale di Fiorello e Baldini, se non altro per motivi di tempo. L’unico motivo dei segni di cedimento, speriamo. E speriamo anche che il tempo non sia spietato con lo show quanto lo show è stato tiranno con il povero attuale governo.

lunedì 21 gennaio 2008

Don Matteo, ritorno (in)aspettato

(in edicola il 19 gennaio 2008)

Puntuale come pochi dolori alla cervicale o molti incubi ricorrenti, ogni anno don Matteo ritorna su Rai Uno, manifestandosi sempre alla domanda: “Si aveva bisogno di un’altra fiction su una forza dell’ordine a scelta”? Sono sei anni che la risposta è “sì, se si tratta di una fiction con una forza dell’ordine a scelta e un prete piacente, con un passato da picchiatore cinematografico con effetti speciali audio raffazzonati”. L’abbandono da parte di Flavio Insinna del ruolo del capitano Anceschi non ha nuociuto quanto speravano i suoi agenti allo sviluppo delle trame della sesta stagione, che è sempre saldamente costituita da placide ingerenze del potere spirituale su quelli esecutivo e giudiziario, e problemi deontologici di agenti donne sotto tono, rispetto alla concorrenza delle carabiniere inarrivabili di Canale 5. Ma il cast femminile, come da tradizione, si rifà prontamente con le suore, in molti casi al livello di un remake di Emmannuelle nera in convento, o su di lì.

Gli intrecci delle puntate non saranno certo mozzafiato, però i validissimi caratteristi e soprattutto i bambini fanno un grande lavoro per i dettagli. L’ouverture della prima puntata - con un gruppo di preadolescenti che, invece di giocare a guardie e ladri, simulando sparatorie, rubano le talari del parroco Matteo e cominciano a inseguirsi per la casa - non ha prezzo in questo momento di difficoltà nei rapporti fra laicità e Chiesa. La diatriba che ne scaturisce, presto risolta fra una suor Maria in stato di grazia e la perpetua Natalina, è una bella pagina di neo-trash. Di quello sincero, e non affettato, come ormai succede sempre più spesso al cinema, con i seguiti di tante commedie amatissime negli anni ’80. Qui il trash non deriva dalla volontà esterna di un produttore, ma dalla reale insicurezza degli sceneggiatori, a gestire un litigio fra una suora-modella indignata e una romanaccia riflessiva, e non gli biasimiamo, per via della certa difficoltà che una simile ambientazione comporta. Per giunta in Umbria!

Spetta al grande Nino Frassica il compito di compensare. Il suo personaggio è uno dei migliori scritti per le fiction poliziesche italiane. E’ l’anello che non tiene fra tanta pompa e circostanza, per dirla alla Edward Elgar. Non c’è un solo momento in cui creda di essere un carabiniere – abbiamo in continuazione paura che possa richiamare a sé il mago Forrest e fargli onorare una bandiera – eppure è sempre il più credibile di tutti, per via di un’umanità che non gli deriva affatto dal non sapere realmente recitare (come succede invece a tanti casi umani nelle produzioni di film per la tv italiana), ma dal saper capire che si trova in una fiction in cui Terence Hill interpreta il parroco di Gubbio. Ancora culto la scena in cui la perpetua Natalina si ritrova nel confessionale un don Matteo che non le scriveva da quindici giorni, di cui pensava di aver perso le tracce.

Lui non fa in tempo ad assolverla, che lei fuoriesce dal confessionale in preda alla gioia e viene sollevata da terra dal religioso, e fatta vorticare per alcuni secondi. L’arrivo di Pippo il sagrestano sulla scena, interpretato come sempre dallo straordinario, sempre felliniano Francesco Scali, restituisce alla terra la moglie rapita dal misticismo, prima che anche solo qualche nuova assoluzione alle intenzioni debba essere pronunciata.

Il sacro e il profano di Vespa con la Bruni in seconda serata

(in edicola il 18 gennaio 2008)

La puntata di Porta a porta dedicata, martedì, all’unione fra Carla Bruni e Sarkozy è probabilmente la migliore della stagione. Ed è oltremodo significativo come si riesca ad ottenere questo risultato su un tema che è la migliore sintesi fra il sacro e il profano di Bruno: stile gossip con la politica e grande giornalismo col pettegolezzo. Ognuno degli ospiti si rende conto subito della situazione, e dà il meglio di sé con uno slancio e con una facilità mai vista prima. Lina Sotis lancia battute come in estasi, posseduta da uno spirito che le segna le cose da dire su un gobbo immateriale, che fissa davanti a sé, leggermente a destra dell’obbiettivo della sua camera in esterna, e non ne sbaglia neanche una. E’ di una crudeltà e di una pacatezza da sibilli che inventa vaticini, alla Dürrenmatt. Sublime il momento in cui le deve essere venuta in mente una perfida definizione della nuova coppia di cui si parla, ma non la pronuncia: la affida a qualche redattore che, prontissimo, la scrive su un foglio di carta e la fa inquadrare da un operatore: “Lo squalotto e la caimana”.

E’ una serata di quelle che non tornano, o che preannunciano una nuova epoca. Commovente, ad esempio. il modo in cui l’autore del servizio sull’infanzia musicale di Carla Bruni riesca ad evitare la facile battuta, parlando del rapporto fra la madre Marisa e il vero padre della modella, quando a un certo punto dice: “Lei suona il piano”. Non soltando riesce ad evitare di concludere il periodo con l’ovvio: “E lui la tromba” (per tacere del fatto che non erano affatto a fiato gli strumenti che sapeva suonare meglio), ma riesce a farla pronunciare a tutti noi. Del resto siamo in seconda serata su Rai Uno, e l’autore è uno dei migliori della squadra di Vespa. Ma naturalmente la vera stella è il più grande giornalista radiotelevisivo italiano vivente: Antonio Caprarica. Del resto, è sempre così quando viene invitato e, dobbiamo presumere, accetta di andare in onda con Vespa. E non ce ne voglia neanche l’immenso Mario D’Urso, purtroppo, troppo signore per intervenire spesso, ma anche talmente indispettito dalla grammatica della moglie del figlio di Jean Pal Belmondo, per farlo anche di rado.

Caprarica è l’emblema del mood della serata, da sempre il giusto equilibrio fra un parlare alla grande delle piccole cose, e il laissez-faire, solo apparentemente, sulle enormi incongruenze e sconvenienze del mondo e della società. Senza mai trascurare di nascondere la sua conoscenza dei fatti, finché è possibile, attraverso battute o – ancor meglio – vere opinioni. Salvo poi ogni volta che gli viene richiesto, mostrare che anche in fatto di sociologia dell’adulterio (altrui, naturalmente) ne sa una più di Alba Parietti.
Anche Vespa, dal canto suo, partecipa di questo clima. Il suo “se dietro questa porta ci fosse Carla”, all’ultimo scampanellio della porta, davvero raggela tutti (perfino la Spaak, che l’aveva difesa a spada tratta, ma sempre col sorriso sulle labbra da testimonial del botulino ragionato, e quasi moderato). E resta uno dei picchi di qualità assoluti di un programma che forse promette una svolta, o quantomeno dichiara, finalmente, e apertamente come non mai, quanto spesso debba sforzarsi di trattenersi, nelle puntate medio-basse cui ci ha abituato, dall’essere quel pizzico più intelligente – o solo spiritoso – che renderebbe davvero tutta la faccenda di fare un talk-show di massa estremamente più facile per tutti: ospiti, pubblico e conduttore.
Non c’è neppure l’ombra di Renato Mannheimer.

venerdì 21 dicembre 2007

Se dal Vespa delle Feste Babbo Natale è Rutelli



(in edicola il 20 dicembre 2007)

Il più recente appuntamento “impegnato” con Porta a Porta nasce, non cresce e muore con il solito quesito, l’altro ieri: “perché il maggiordomo Paolo Baroni non si ribella e non prende il potere, distribuendo al pubblico in studio i manicaretti e le leccornie residuati dell’ultima puntata sull’alimentazione?”.
Il tema è il punto sul governo. Francesco Rutelli gode della posizione più privilegiata all’interno del salotto, quella che sarebbe spettata di diritto a Babbo Natale, se non fosse stato già impegnato a intrattenere parte delle casalinghe disperate, su Rai Due e non, da Los Angeles a Voghera: subito sotto l’albero di Natale (che Paolo Baroni deve aver allestito con odiatissima sobrietà, se non altro per via di conflitti vari con le luci di scena).
Non c’è dunque una sola inquadratura del ministro delle Attività culturali che non lo ritragga perfettamente corredato di palle e lustrini, con tutta l’invidia di Pierferdinando Casini, cui non è spettato altro decoro che l’altro ospite in collegamento, dal maxischermo alle sue spalle: Maurizio Belpietro. Che, ugualmente brizzolato, ma infinitamente più concreto e pungente, pare di Casini uno di quei “doppi” cattivi che tanto spesso nei b-movies tedeschi su Rete 4 si tengono nascosti, per una vita, anche al fratello gemello “buono”, salvo poi uscire allo scoperto all’improvviso e fare piazza pulita di lui e del resto della famiglia.
Tutto procede tranquillamente, fino a quando Rutelli e Casini cominciano ad alzare la voce sulle norme sulla sicurezza e, la parte dello staff tecnico che non ricorre alle uscite di emergenza, è tutto un bisbigliarsi la parola d’ordine, venuta dall’alto: “mentre Rutelli grida, solo primo piano, non inquadrare albero”.

Ma, in fin dei conti, si tratta pur sempre di una puntata natalizia di Vespa, e anche quello che farebbe sperare in un po’ di sana ultraviolenza verbale, è destinato a ripiombare, se non nei soliti tarallucci e vino - di cui di norma il Cavalier Bruni ha il compito di testare la qualità organolettica - almeno in Renato Mannheimer e nei suoi sondaggi antistress.
Prima, giusto per mettere in disaccordo tutti, servizio di Roberto Arditti, con erre moscia di ordinanza, sull’Alitalia. Ed ecco che l’albero, dietro Rutelli, può ritornare, mentre ci dimostra, con argomentazioni inconfutabili, che dobbiamo dimostrare ai nostri figli che non è possibile abbandonare Malpensa e che soprattutto possiamo ancora dire la nostra sulla composizione del consiglio d’amministrazione della compagnia aerea più amata dai titoloni.

Il ruolo della concretezza sobria e cortese spetta, come sempre più spesso accade, a Mario Orfeo, direttore del Mattino di Napoli.
Ma sono perlopiù sforzi inutili. Più il tempo passa e più ci accorgiamo che Porta è porta è una delle più perfette, complesse e realistiche macchine sceniche atte a rappresentare i difetti del nostro paese. Spesso, è una parodia della vita che investe i campi più vari, lavorativi e sociali: più o meno, tutti quelli dai quali proveniente ciascuno degli ospiti che si alterna alle poltrone. Altre volte – nei casi di puntata dal tenore di contenuti più elevato, come questa - pare che Porta a porta voglia essere solo una versione della televisione, come non dovrebbe essere, ma è sempre stata: al massimo della sintesi, la tv nella quale accadono veramente solo le cose che si dicono o si fanno immaginare, e tutto il resto sfumi nel mondo delle idee, di quell’iperuranio fittizio che invece sono i fatti, sottosopra com’è, ormai, la concezione del mondo e della politica nel mondo.

giovedì 20 dicembre 2007

Il destino di un principe, una fiction di fascino



(in edicola il 19 dicembre 2007)

Il destino di un principe è un film per la tv di raro fascino e share, almeno in Austria (50%, vi compare Sissi, del resto), l’altra terra coproduttrice di questa fiction diversa, meno addentro lo spirito facilone, melenso o provinciale imposto dai massimi successi del genere (uno su tutti: l’ultimo Guerra e Pace), e più vicina alle piccole invenzioni inattese, ai dettagli di classe registica di una produzione come i recenti Vicerè di Roberto Faenza, pur naturalmente senza avvicinarvisi troppo. Data anche la ferma mano austriaca dietro il tutto, naturalmente. Come molti avranno finto di ricordare perfettamente, dando uno sguardo alla trama sui giornali, la storia è di quelle che cambiano il corso di quella d’Europa, e dunque in parte del mondo: la nascita dell’amore – e il suo tragico epilogo suicida – fra il principe ereditario al trono d’Austria Rodolfo d’Asburgo (figlio di Francesco Giuseppe e di Elisabetta detta Sissi) e la sua amante baronessa Mary Vétsera.

Rudolf è interpretato dalla star della televisione tedesca Max von Thun, il vero Alessandro Preziosi morale d’oltralpe; la giovane Mary da Vittoria Puccini, l’unica attrice così amata dal pubblico che ormai anche i blogger più cruenti amano definire “bella e brava”, nei post che un tempo avrebbero dedicato ai difetti di una nuova versione di Windows Vista. Se ci sono al mondo dei cinefili spinti di generi come il film storico di ambientazione asburgica, questa produzione farà leccare loro i baffi impomatati alla Franz Josef. Un solo motivo cultuale su tutti: non è nient’altri che Omar Sharif – che interpretò Rudolf in persona nell’amatissimo Mayerling di Terence Young (con Catherine Deneuve nella parte della Vétsera, e in quella di oggetto del desiderio di più di un soldato-comparsa) – a recitare nel ruolo del pittore Hans Canon. Sono cose che, per un pubblico attento, che magari participa ogni anno alle parate dei sosia degli imperatori austro-ungarici a Bad Ischl (Austria), può fare la differenza, e rendere plebiscitario un risultato d’ascolto molto più di un semplice bel moto di cinepresa o, rarità ancora più preziosa, di sceneggiatura.

Per noialtri, invece, contano soprattutto scene come quella d’apertura (subito dopo l’antefatto che introduce un lungo flash-back). In cui il pittore Hans, nel ritrarre Rudolf e nell’impersonare una delicata metafora del regista e dell’operazione intera di fiction biografica cui partecipa, raccomanda, in un gioco di rappresentazioni concentriche che sarebbe la gioia di una tesina di semiologia a Scienze delle Comunicazioni, al modello di “non muoversi”, perché devono essere entrambi concentrati. E’ chiaro che ne La figlia di Elisa tutto questo non potrebbe avvenire. Il modo in cui una dissolvenza ben piazzata passa dalla mano di Sharif che dipinge a quella di Max che palpeggia un compagna di stanza, fingendo id tracciare una mappa geografica sulla sua schiena, lascia intendere che anche le donne che amiamo, in fin dei conti, un po’ le idealizziamo, le modifichiamo ai nostri occhi, come se in parte le dipingessimo con infiniti pentimenti e correzioni. Neanche questo troverebbe posto nella fiction media italiana. Andiamo bene, se abbiamo bisogno di un apporto dalla tv popolare austriaca per ricordarci dove sta di casa la sensualità di un pellicola.

mercoledì 19 dicembre 2007

Un karaoke senza gobbo E ora chi fermerà Pupo?



(in edicola il 18 dicembre 2007)

“Chi fermerà la musica?”, condotto da Pupo nell’edizione italiana, è un game-show basato su un format americano di largo successo (The singing bee – L’ape canterina, di cui è pronta perfino una versione islandese) e su un’idea che pure solo dieci anni fa sarebbe stata allontanata con fare sdegnoso anche dal più becero dei capistruttura, ed invece oggi pare che si possa gridare al miracolo per quanto pare ingegnosa e originale. Tali sono i mali tempi che corrono. Si tratta di un karaoke senza gobbo (il testo che di norma scorre su un monitor o su carta per comunicare ai conduttori i nomi di battesimo dei loro migliori amici ospiti in studio, quando stare zitti che senza dire: “stare zitti”, e altre astuzie). Più che umiliare i concorrenti per la scarsezza delle performance canore in sé, dunque, lo scopo principale di “Chi fermerà la musica” è umiliarli per la scarsezza di memoria, nel tentativo ricordare i testi di canzoni anche notissime o bruttissime, mentre le cantano il peggio possibile, con la scusa della buona memoria. Il tutto, condotto da Pupo e animato da una serie infinita di occasioni in cui Pupo stesso, come in una mastodontica excusatio non petita, ripete e se stesso e al suo pubblico che il gioco è rivoluzionario e si basa sulla memoria dei concorrenti, come se avesse paura di dimenticarlo.

Questo programma è insomma un Furore (il vecchio capostipite dei game-show musicali italiani, condotto dal dimenticato Alessandro Greco) degli anni 2000: con molto più reality, e solo uno dei tanti giochini di un tempo, ma elevato a unica ragion d’essere ludica, drammatica e scenica di tutto l’impianto del programma. Insomma, qualcosa di volto al minimo dispendio di idee e di tempi realizzativi (soprattutto perché sotto format).

Nonostante questo, le ballerine sono in forma almeno quanto quelle di Artù, il nuovo programma di Gene Gnocchi, la vera rivelazione di questa stagione in fatto di talent scouting di fanciulle. Altra nota positiva, nello sconcerto generale, il ritorno di un personaggio sempre sopra le righe, fuori e dentro il sistema televisivo: il vecchio direttore delle orchestrine di Maurizio Costanzo, Demo Morselli. Colui che non ebbe paura di dotare il suo vecchio impresario di un sassofono finto da suonare facendo ondeggiare il corpo, qui è sempre un cipiglio, una smorfia, un sorriso più avanti di tutto il resto. Perfino delle sezioni più frondiste e indisciplinate del pubblico, le stesse che fingono di sapere tutti i testi proposti ai concorrenti nel tipico, primo playback che si impara coi canti al catechismo: “Uno, due, tre; uno, due, tre”. Sappiamo che Demo non crede a una parola di quello che si dice al di là dello spazio dell’orchestra (e forse neanche del tutto all’orchestra stessa che gli è stata consegnata), ma continua imperterrito il suo ruolo di capellone addomesticato, di buon musicista con pelo anche sullo stomaco, che non ha neanche il tempo di dirsi “che si deve fare per campare”, perché una nuova base in scaletta incalza, e non è necessariamente un male dimenticarsene una volta ancora.

martedì 18 dicembre 2007

Sottovoce, quell’evergreen che non potrà mai peggiorare



(in edicola il 16 dicembre 2007, anticipazione e commenti qui)

Forse il programma feriale di Gigi Marzullo - Sottovoce, Rai Uno, una di notte - non potrà mai peggiorare (quello della domenica, sempre notturno, Cinematografo, è purtroppo inchiodato a una qualità medio-alta dal livello di almeno uno degli ospiti fissi: Gianluigi Rondi). Forse, “vista l’ora” (come direbbe lui), le nostre capacità di restare insensibili o addirittura soddisfatti davanti a qualsiasi manifestazione dell’ingegno umano aumentano il livello di pelo sul loro piccolo stomaco mentale. Forse, infine, Marzullo è veramente un poco migliorato. In ogni caso, sarà per uno di questi motivi – o al massimo per una combinazione più o meno letale di essi – che da qualche tempo ogni possibile accenno a una sorta di interesse o anche solo di lieve intrattenimento da parte di una delle sue domande o di una delle risposte che gli si danno, ci stupisce e ci felicita come se si trattasse di una quelle scoperte che, fatte di giorno, ci lasciano del tutto indifferenti. Ma, di notte, possono fare la differenza: un editoriale interessante sull’Unità; un richiamo di animale notturno particolarmente elegante; l’avvisaglia di un nuovo brufolo.

Principe delle tenebre televisive, più ancora del sempre inguardabile Gabriele La Porta, Marzullo ha però la caratteristica di non trascorrere il giorno in una cassa scura nascosta chissà dove, come tutti gli altri vampiri dei palinsesti (non esclusi forse neanche i docenti del progetto Net-tuno): forte di una grossa differita della messa in onda, Gigi vive il resto della sua esistenza presso il bar Ciampini di piazza in Lucina a Roma, circondato da fanciulle e affettati tutt’altro che trascurabili. Puntata memorabile e del tutto stracultuale (nonostante la delicatezza dell’argomento, certo) quella dedicata, giovedì, all’urologo Vincenzo Mirone e all’urologia in senso lato. Basti pensare che tutto comincia con il seguente botta e risposta, fra il sempre fintissimo tonto Marzullo e l’ospite in studio, che non si fa scappare un’occasione. La domanda, insomma, è una di quelle che avrebbe potuto scrivere il migliore autore di Maurizio Crozza per una sessione di imitazione delle grandi occasioni. La risposta, invece, l’avrebbe potuta dare solo un grande medico napoletano.

“Lei cosa si sente di dire a un paziente che in un certo senso soffre un po’ di prostata, a quest’ora?”. E l’altro, senza pensarci un istante: “Sinceramente, di alzarsi”. Gigi sa incassare, e incalza. Ma Mirone non è da meno, e continua asserendo, professionalissimo ma non accademico o noioso, che proprio il fatto di stare svegli all’ora della trasmissione di Marzullo è purtroppo un segno che qualche problema di prostata potrebbe esserci. Visto che Marzullo non ride né fa alcun cenno di essere stato così abilmente touché, Mirone snocciola qualche parolone che mette un po’ a tacere qualche dubbio che il suo acume possa aver in qualche modo offeso l’avellinese che, del resto, è pur sempre il conduttore del programma in cui ci si trova.
Niente di più lontano dalla realtà. Gigi sta solo pensando alla prossima, perfida questione. E alla sua prossima cravatta a tinta unita.

venerdì 14 dicembre 2007

Carlo Conti: il quizzaro non onnisciente



(in edicola il 13 dicembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Finalmente, dopo i duri colpi d’accetta che pure un conduttore del calibro di Amadeus gli aveva inferto, il quiz televisivo conosce il culmine dell’inversione a U della sua estetica originaria, in direzione di un suo probabile smantellamento, con Carlo Conti e la sua versione de L’eredità (Rai Uno, tardo pomeriggio, dal lunedì al venerdì). Si sa che da sempre il telequiz è stato il regno di una convinzione del pubblico, senza la quale il successo e l’essenza stessa del genere, forse verrebbero meno: quella secondo cui la persona che presenta (che si tratti di Marco Mazzocchi o di Enrico Papi, poco importa) è un pozzo di scienza; quasi non avrebbe bisogno di leggere le risposte alle domande del copione; può prendersi gioco dei dubbi dei concorrenti o suggerire le risposte, tramite gli interventi divini noti come “aiutini”. Neanche a Gerry Scotti si nega il primato di questa onniscienza, ed è un merito tutto suo, guadagnato e mantenuto con abilità (quella che il grande Robert De Niro, pirata gay, ma all’apparenza tutto d’un pezzo, nel film Stardust, chiamerebbe: reputazione), quello di sapersi vendere come il vero e solo nuovo Mike, che passa dall’astrofisica all’indie rock con la stesa nonchalance con cui si passerebbe da una mano all’altra una tre quarti doppio malto.

Carlo Conti è il primo conduttore di quiz evidentemente talmente impreparato e insicuro di nozioni anche sul solo senso dell’umorismo in lingua italiana, che è forse il primo cui non riesca di fingere neanche per un po’ quella fondamentale onniscienza, che pure ad Amadeus, come sta confermando, ora su Canale 5, non sfugge di mano. Eppure, questo non significa necessariamente uno svantaggio: forse siamo semplicemente di fronte a una di quelle accelerazioni, nei cambiamenti che invece avvengono lentamente, di solito, giorno per giorno, che in caso di sopravvivenza della specie contribuiscono ancora più rapidamente all’evoluzione di essa. Carlo Conti non solo non fa mai ridere, ma viene anche spesso ripreso dai concorrenti quando sbaglia i tempi o proprio le parole di una battuta. Non sappiamo se tutto questo avvenga pure per copione ma, disgraziatamente, neanche tutto questo fa ridere.

Il punto è che qui davvero non si tratta della sottogenere della gaffe ben posta, che ha reso inimitabile il quiz di Mike Buongiorno. Sbagliare un cognome o un comune di provenienza, si sa, se la nuova versione è abbastanza sessualmente riferibile, può significare indovinare una puntata intera. Lo ha insegnato Mike, e da lui lo hanno imparato una serie interminabile di conduttori, anche non necessariamente spesi nel quiz (perfino in molti telegiornali di basso o bassissimo livello, avviene quotidianamente almeno un omaggio a questa antica tecnica della retorica tv).

Ma ciò che più conta, come dicevamo, è che Carlo Conti non dà per un solo instante l’impressione di sapere cosa ci sia sul copione. Non cerca di fingere di non ricordarlo (come alcuni conduttori del tipo onnisciente, ma già un po’ geneticamente modificati, hanno cominciato a fare da tempi). No, Carlo Conti davvero non sa o non ricorda, e ogni volta è una sorpresa anche per lui scoprire di che colore era il toupé biondo della Carrà (ci sia permesso questo simbolismo). Insomma, grazie a lui, scopriamo che le riflessioni di Umberto Eco sull’everyman, l’uomo comune al potere televisivo, si riferivano a Mike solo in via come metaforica, segnalando più che altro la profezia paracristiana che vede solo in Carlo Conti la sua più completa e totale incarnazione. Non ci aspettiamo che sia crudelmente crocifisso, ma almeno seriamente ridimensionato.

martedì 11 dicembre 2007

Benigni e l’ardua impresa di “microfonare Dante”



(in edicola l'8 dicembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Rai Uno prosegue nel suo entusiasmo per il rapporto fra Dante e Benigni. Dopo l’Inferno in diretta della settimana scorsa, si riparte dal Paradiso registrato (e per altre undici puntate). Il fatto che sotto Natale 2007 si proponga uno spettacolo di piazza che risale all’estate 2006, e con lo spolvero di pubblicità e comunicati delle grandi occasioni, è naturalmente solo un simbolo di quanto eterno possa essere il messaggio di Dante, anche se attualizzato in differita. Del resto, la regia di Stefano Vicario è molto ricca di interesse, lo si deve ammettere; e chiunque anche abbia preso parte allo show originale di piazza Santa Croce a Firenze, non potrà dire di non essere di fronte a un prodotto in parte nuovo, rivedendolo in televisione. “Microfonare Dante” è la parola d’ordine. Solo l’ouverture di dissolvenze fra la statua di Dante davanti alla chiesa, immobile, e il microfono ancora silenzioso, mentre Benigni si prepara dietro le quinte, è una riflessione sulla regia televisiva di evento live svolta egregiamente, di cui, senza il primo canale della Rai, avremmo goduto magari solo fra qualche mese ancora, in qualche freddo cofanetto dvd (e forse addirittura senza interruzioni pubblicitarie fra sigla e controsigla).

Ma il pubblico, che è almeno coprotagonista dell’evento, e affolla il centro della piazza e degli spalti ai lati, di tutto questo non sa, e aspetta solo che Benigni possa benigneggiare al più presto e nella maniera più intensa e indolore possibile per le sue articolazioni.
Appena l’attore fuoriesce dalle quinte in un impeto di zompi e sguardi furtivi con la coda dell’occhio, allo stesso pubblico, lo show si può dire iniziato. Ma ecco un altro dei motivi per cui è degno di essere visto anche in televisione, tutto questo: Benigni, dopo aver inizialmente benigneggiato, si rintana dietro un pezzo di quinta, che all’esterno è rossa, e dietro, come noi grazie a Vicario solo possiamo vedere, è nera. Così come vivace e benigno pare fuori, ma dentro è solo un professionista al lavoro, mentre attende gli applausi che lo ritireranno presto sulla scena, è come se lo vedessimo per come è davvero: un attore che fa il suo mestiere, che non zompetta anche nella vita; che non vede l’ora di tornarsene a casa e rimettere al suo posto per qualche giorno la sua irrefrenabile vivacità, Dante e soprattutto il suo zompare.

Resta comunque memorabile la parabola di Vergaio e del suo filosofo Marione, che Benigni racconta meglio che in ogni altra occasione pubblica proprio qui, non senza il ricordo di banconi di bar di casa del Popolo che a Beningi ricorderanno sì, soprattutto, la sua gioventù toscana, ma a noi il primo fiorire del suo cinema con “Berlinguer ti voglio bene”. La faccenda linguistica dell’alternarsi della “c” aspirata o no, secondo il numero di caffè da ordinare a quel bancone, vale la pena di assistere al one-man-show dantista, altrimenti così “già visto” che deve essere sembrato registrato anche a chi lo vedeva live in piazza. E tutto ciò resta anche uno dei pochissimi modi - non obbligati da alcuna scuola - di pensare al Paradiso di Dante Alighieri, all’amore immateriale e al timore per la troppa bellezza.

martedì 4 dicembre 2007

Miracolo a Rai Uno: per una sera è tornato il Roberto di un tempo



(in edicola l'1 dicembre 2007, anticipazione e note qui)

Quando Roberto Benigni è in televisione, ed è particolarmente in serata (come è stato giovedì sera su Rai Uno, nonostante l’avvio comodissimo contro Calderoli: come sparare su una crocerossina morta), può riuscirgli perfino di non farci rimpiangere ancora una volta il primo Benigni, cui, purtroppo o per fortuna, non ci ha mai abituato. A tratti, può essere capace persino di farci dimenticare i suoi ultimi due film, o di ricordarci com’era un tempo, senza cercare di essere come era, come parlava, come stava sulla scena, alle prime apparizioni televisive; e godere delle differenze e delle maturazioni, rispetto ad allora, come si dovrebbe fare con ogni artista ancora in vita che non sia incappato in due degli errori principali che fanno anche i peggiori geni o i massimi guitti: imborghesirsi, o ripetersi all’infinito. Cosa che a Benigni è successa troppe volte perché non la smettesse, a un certo punto.

Effettivamente, la differenza con le comparsate a Sanremo o da Fabio Fazio, la fanno dei piccoli dettagli, ma fondamentali. Ad esempio, dedicarsi al pubblico senza un conduttore di cui palpeggiare o comunque minacciare le parti basse - cosa che poteva avere una ragione stilistica vent’anni fa – e non perché quegli anni fossero particolarmente illuminati dal punto di vista della possibilità di maneggiare parti basse, ma perché Benigni ne aveva una trentina, di anni, allora. Oppure stupirci di come un comico nato possa essere in una sola sera e in una sola persona l’incarnazione di almeno due dei più celebri epurati Rai degli ultimi tempi: per non scomodare Enzo Biagi, almeno di Santoro e Luttazzi. Vale a dire farci ridere dell’attualità più flagrante, prendendola con filosofia, senza smettere di farci riflettere sulla comicità che è nell’attualità stessa, anche se la guardiamo con serietà. È dunque un opinionista e un satiro in uno, come forse riesce solo a pochi vignettisti italiani: Vincino, Vauro, Altan.

Giovedì Benigni non ha fatto ridere, insomma, perché parla un bel toscano pieno di parolacce, o perché sta sulla scena come una marionetta deformata dagli anni di utilizzo. Quando ha fatto ridere con la faccia, lo ha fatto perché lo doveva all’unione fra un testo ben scritto e pensato e un’espressione di esso misurata nel suo essere, comunque, fuori misura. Come un attore che non deve necessariamente farci sapere tutto quello che sa fare in una sola serata ma, concentrandosi su due o tre elementi (politica, politica, Dante) ci comunica tanto anche di quello che non sa, ma che riesce a farci immaginare. Quando ha fatto ridere con la testa, invece, lo ha fatto grazie alla stessa gravissima situazione in cui ci troviamo, socialmente e politicamente, come può fare solo un satiro riuscito: non piangendosi o piangendoci addosso (alla Beppe Grillo, per fare solo un nome e un cognome) ma deformando la realtà sotto il peso dell’opinione che se ne è fatta e del suo espressionismo recitativo, rendendo irresistibile anche un accento romanaccio imitato malissimo, dando vita sulla scena alle tante intercettazioni di questi ultimi mesi e giorni, in pochi minuti, come intere saghe di Porta a porta non erano riuscite a fare (forse anche perché le ultimissime raccontano qualcosa anche di Bruno Vespa). Eppure, abbiamo tanto sofferto per quel Pinocchio tremendo, al cinema, che per le prossime puntate, a dicembre, ci aspettiamo da Benigni ancora di più.

giovedì 29 novembre 2007

L’onesto marchettone del Molleggiato nostro



(in edicola il 28 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Fra le cose che deve farsi perdonare il presente show di Adriano Celentano, dite pure che c’è, innanzitutto, la sigla-strip, in cui i vestiti della ragazza che vanno via si incendiano al contatto col suolo. Dite anche che Fabio Fazio, per quanto sia bravo, non è che poi sia David Letterman apparso sulla scena in persona, e che quindi la sorpresa di vederlo interloquire con Celentano non è che sia poi così stupefacente, come il suo modo di guardarsi attorno in cerca di “ohhhhh” vorrebbe far credere. Aggiungete che è tutto troppo lungo, e avrete forse elencato alcuni difetti, ma solo formali, di messa in opera, di un progetto altrimenti corretto nella sostanza e nella formula, che delegittimare gridando alla marchetta, come molto fanno, col 2008 alle porte, ci sembra francamente disonesto. Insomma siamo convinti che si possa parlare di questioni di gusto o di decoro, ma non certo di etica professionale (quale professione? L’interprete di canzoni, così soggetto a un mercato – quello musicale – in crisi di vendite e di ispirazione?).

Non dite dunque che la pratica dello spot monumentale all’ultimo disco in distribuzione – esteso alla durata di un intero programma in più puntate - sia codarda o, peggio, superata; soprattutto in tempi come questi, in cui la pubblicità è in soprattutto se è occulta, se è chiacchiera orchestrata in modo che sembri spontanea o, ancora, se è il classico redazionale di tg (che, del resto, c’è da dire che non mancherà mai ad Adriano, ma non è questo il punto). Nulla contro il marketing del passaparola, beninteso, se fatto a regola d’arte, ma neanche qualcosa contro quello più diretto e “spettacolare” del solenne marchettone, se intrattiene e non mente.
Di spontaneo, nella trasmissione di Rai Uno, dunque, c’è ben poco, ma non è affatto richiesto che ci sia qualcosa di naturale in uno show del genere. A parte la fiducia di una casa discografica nei confronti di un prodotto che ha realizzato, e il suo desiderio di investire anche in televisione, perché quel prodotto venga comprato dal maggior numero possibile di spettatori di Celentano.

“La situazione di mia sorella non è buona”, come la maggior parte delle fatiche televisive di Celentano, altro non è che questo: pubblicità di una certa qualità. Perché ad esempio, destruttura una canzone nella rappresentazione del suo paroliere (Mogol), dell’autore delle sue musiche e del suo interprete che dialogano prima della sua esecuzione, come nella figura di tre stati della materia (da esperimento scientifico), o tre età dell’uomo (più rinascimentale). Oppure perché Celentano canta bene.
C’è gente che la studia, la pubblicità televisiva, che ci scrive saggi fuorvianti o emozionanti; altri che la sottovalutano, o altri ancora che la venerano più del prodotto che proponga; gente che la guarda e compra, o che non la guarda e compra lo stesso. Celentano ha parlato del suo prodotto, ha più o meno interessato, venderà. Non dite che non ha fatto il suo dovere. Se per tutti gli altri non è stato un piacere, è tutta un’altra questione.

mercoledì 28 novembre 2007

Lucrezia Donna Detective, una fiction “differente”



(in edicola il 27 novembre 2007)

Le fiction poliziesche all’italiana, sulla falsissima riga di quelle all’americana, hanno da sempre, come per vocazione, il compito di mostrarci dialettiche superficiali e retoriche fra le parti d’azione e quelle, dietro le quinte, di umanità o mancata umanità delle forze dell’ordine in ballo. Gente che, nonostante nel lavoro sappia come inseguire più e più spacciatori, incastrare malavitosi e saltare le cene, poi, nella vita, si concede sorrisi e amori non corrisposti; è pasticciona nell’economia domestica; può divorziare nel primo episodio e poi starci male per stagioni. Donna detective (altre cinque domeniche, 21.30, Rai Uno) è differente. Ma non come la banca della pubblicità tormentone: è sul serio un’altra cosa. Sarà che Lucrezia Lante della Rovere è perfettamente in parte, come non succedeva da La carbonara; sarà che Flavio Montrucchio, pur presente nel cast, non ne è affatto il protagonista maschile (lo è il giovane vecchio Kaspar Capparoni); sarà semplicemente che il soggetto e la sceneggiatura sono stati composti da gente relativamente sopra la media cui ci ha abituato Rai Uno, negli ultimi tempi: di fatto questa la prima puntata di questa fiction è stata piuttosto originale, ma non forzata.

Lisa, l’ispettore protagonista, è una specie di Dexter rovesciato. Dexter è l’eroe/antieroe del serial americano omonimo, in cui questo personaggio (fra i massimi della categoria) passa metà del metraggio di ogni episodio, a sembrare un collaboratore della polizia normale, con amori, famiglia etc. E, per il resto, squarta persone come un qualunque serial killer d’alto livello, senza lasciare tracce, ma con il solo scopo di ripulire il mondo dalla spazzatura che lo stesso suo dipartimento non riesce a eliminare con metodi convenzionali. Il personaggio di Lucrezia, invece, trascorre tutto il tempo a disposizione a convincerci di essere una poliziotta del tutto fuori dal comune, e poi è una delle mamme di famiglia più credibili e “normali” dai tempi di Giulio Scarpati nel Medico in famiglia prima maniera. Scene clou i tragitti in macchina con i figli, quasi da “Caterina va in città” mutante in “L’ispettore torna in campagna”, chiudendo il cerchio, quotidiano, del trapasso da show-pistolettate a backstage-mangiate tutto. Ci si chiede, insomma, se sia più la paciosa vita rurale sulla tiburtina ad essere la fonte materiale di quello che accade, conseguentemente, in una sfera più metropolitana e rischiosa; oppure, viceversa, la città non sia una fonte di emozioni e di spettacolo per i bambini-pubblico tornati da scuola, che credono alla vita della mamma - che ha inseguito un furfante, prima di aprire loro lo sportello - come a una puntata nella puntata, e particolarmente avvincente, di un altro dei serial che non vedranno, perché messo all’indice da una genitrice del ramo.

Grande affiatamento coi bambini attori, soprattutto in quelle canzoncine (la vera novità) che sembreranno solo dettagli, a chi è avvezzo a chiedere “sostanza”, a una fiction, e poi spesso si ritrova in mano nient’altro che la solita comodissima cocciutaggine degli scrittori, che proprio non se la sentono di credere che il pubblico possa desiderare qualcosa di diverso. E invece, anche quelle scene, sono solo segno di cura e rispetto per ogni scena e ogni categoria di spettatore, in un prodotto italiano che davvero, per una volta, non mente sapendo di mentire quando, nel sito ufficiale, dichiara di essere esportabile e universale come “un serial americano”.

mercoledì 21 novembre 2007

Una stella in mezzo al trash Giletti andrebbe rivalutato



(in edicola il 20 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Il cuore profondo della Domenica Trash all’italiana è illuminato dal coraggio di una stella, che brilla solo un’oretta: l’Arena di Massimo Giletti (su Rai Uno, nel primo pomeriggio). È un talk-show decisamente sottovalutato, per il garbo con cui è condotto, il contesto voltastomaco in cui è situato, ma soprattutto per le evidenti difficoltà di reagire alle piccole, grandi vessazioni, in termini di scelta degli ospiti, che evidentemente un destino crudele, degli autori in rivolta o egli stesso alzatosi male, impongono al conduttore di fronteggiare. Massimo sa di avere a disposizione un parterre da Leggenda degli uomini straordinari (il film in cui Dorian Gray in persona aiuta Tom Sawyer a tenere a bada Mr. Hyde, con l’aiuto del Capitano Nemo, che è vivo e lotta insieme a loro). Cioè: un nutrito gruppo di persone che dovrebbero essere solo frutto della fantasia, e invece sono lì, e non c’entrano niente fra di loro. Ma mai che si dia per vinto, Giletti, neanche quando è fra un’intervista e una pausa pubblicitaria che si rammenta, guardandosi le spalle, che Klaus Davi ancora non ha parlato.

La puntata di questa domenica, ad esempio, è dedicata al dramma di cronaca sportiva di domenica scorsa, e agli scontri fra tifoserie e poliziotti che ne sono conseguiti. Giampiero Mughini siede al suo posto, torto in una posizione da crampo passivo, perché ne procurerebbe anche a chi solo lo guardasse con attenzione: posizionato allo stesso modo da anni, forte di un qualche voto - che deve aver fatto a chissà quale divinità femminile degli anni sessanta - di non confidare mai a nessuno di quando gli scappi di andare al bagno, e men che meno in diretta televisiva, giustamente. Come tutti gli altri, all’occorrenza di un’inquadratura, esegue il suo tipico gesto: per lui, è un’indecisa smorfia di dolore e di piacere malcelato insieme, levando gli occhi al cielo, e la mente al negozietto vintage che lo rimetterà in contatto con la realtà, lunedì pomeriggio, dopo questo incubo, tuttavia sopportabile, di finire il plafond di pelo sullo stomaco. Si dimena leggermente, e poi torna in posizione d’attesa, come in un palleggiare a tennis fra lui e la coscienza di giornalista e scrittore che non si accontenta.

Alba Parietti è differente. Non può muoversi, e cerca di parlare il meno possibile, perché ha una scollatura fino all’ombelico, quasi cinquant’anni, e nessuna voglia di ricordarci anche questa volta che è una donna “ottimista e di sinistra”, come nell’immortale canzone di Lucio Dalla. Suor Paola ascolta in religioso silenzio. La nostra relativa abitudine a tutto questo, finisce per rendere la ciliegina sulla torta della situazione, non l’enorme pinguino dorato, che chiude il cerchio accanto a una suora tifosa della Lazio, ma il fatto che si definisca Paola Ferrari uno dei volti più importanti del giornalismo sportivo italiano. Paola è collegata in esterna, ed è credibile e preparata come sempre: è proprio questo il punto. Fra tutto questo, solo Massimo è ancora attaccato alla realtà. Solo un superficiale direbbe, a questo punto: “annamo bene”. Perché è nella sua persona il diaframma forse sottile, ma ancora abbastanza efficace, fra rapporto con la terra ed elogio della follia, che permette a tutti di essere trattati con la stessa condiscendenza, come se davvero si fosse in una trasmissione normale, o se tutti potessero esprimere opinioni loro, e non quelle del ruolo da presepe mediatico cui li ha inchiodati per sempre una caratteristica somatica o un cenno biografico.