mercoledì 28 novembre 2007

Lucrezia Donna Detective, una fiction “differente”



(in edicola il 27 novembre 2007)

Le fiction poliziesche all’italiana, sulla falsissima riga di quelle all’americana, hanno da sempre, come per vocazione, il compito di mostrarci dialettiche superficiali e retoriche fra le parti d’azione e quelle, dietro le quinte, di umanità o mancata umanità delle forze dell’ordine in ballo. Gente che, nonostante nel lavoro sappia come inseguire più e più spacciatori, incastrare malavitosi e saltare le cene, poi, nella vita, si concede sorrisi e amori non corrisposti; è pasticciona nell’economia domestica; può divorziare nel primo episodio e poi starci male per stagioni. Donna detective (altre cinque domeniche, 21.30, Rai Uno) è differente. Ma non come la banca della pubblicità tormentone: è sul serio un’altra cosa. Sarà che Lucrezia Lante della Rovere è perfettamente in parte, come non succedeva da La carbonara; sarà che Flavio Montrucchio, pur presente nel cast, non ne è affatto il protagonista maschile (lo è il giovane vecchio Kaspar Capparoni); sarà semplicemente che il soggetto e la sceneggiatura sono stati composti da gente relativamente sopra la media cui ci ha abituato Rai Uno, negli ultimi tempi: di fatto questa la prima puntata di questa fiction è stata piuttosto originale, ma non forzata.

Lisa, l’ispettore protagonista, è una specie di Dexter rovesciato. Dexter è l’eroe/antieroe del serial americano omonimo, in cui questo personaggio (fra i massimi della categoria) passa metà del metraggio di ogni episodio, a sembrare un collaboratore della polizia normale, con amori, famiglia etc. E, per il resto, squarta persone come un qualunque serial killer d’alto livello, senza lasciare tracce, ma con il solo scopo di ripulire il mondo dalla spazzatura che lo stesso suo dipartimento non riesce a eliminare con metodi convenzionali. Il personaggio di Lucrezia, invece, trascorre tutto il tempo a disposizione a convincerci di essere una poliziotta del tutto fuori dal comune, e poi è una delle mamme di famiglia più credibili e “normali” dai tempi di Giulio Scarpati nel Medico in famiglia prima maniera. Scene clou i tragitti in macchina con i figli, quasi da “Caterina va in città” mutante in “L’ispettore torna in campagna”, chiudendo il cerchio, quotidiano, del trapasso da show-pistolettate a backstage-mangiate tutto. Ci si chiede, insomma, se sia più la paciosa vita rurale sulla tiburtina ad essere la fonte materiale di quello che accade, conseguentemente, in una sfera più metropolitana e rischiosa; oppure, viceversa, la città non sia una fonte di emozioni e di spettacolo per i bambini-pubblico tornati da scuola, che credono alla vita della mamma - che ha inseguito un furfante, prima di aprire loro lo sportello - come a una puntata nella puntata, e particolarmente avvincente, di un altro dei serial che non vedranno, perché messo all’indice da una genitrice del ramo.

Grande affiatamento coi bambini attori, soprattutto in quelle canzoncine (la vera novità) che sembreranno solo dettagli, a chi è avvezzo a chiedere “sostanza”, a una fiction, e poi spesso si ritrova in mano nient’altro che la solita comodissima cocciutaggine degli scrittori, che proprio non se la sentono di credere che il pubblico possa desiderare qualcosa di diverso. E invece, anche quelle scene, sono solo segno di cura e rispetto per ogni scena e ogni categoria di spettatore, in un prodotto italiano che davvero, per una volta, non mente sapendo di mentire quando, nel sito ufficiale, dichiara di essere esportabile e universale come “un serial americano”.

martedì 27 novembre 2007

Con Celebrity Death Match trionfa la parodia grossolana



(in edicola il 24 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Celebrity Death Match è uno show animato di Mtv che, dalla sua prima edizione ad oggi - che si è alla quinta stagione, e al decimo anno dalla prima messa in onda - non smette di peggiorare e di stupire per il fatto che un programma così povero di idee possa avere successo. Ogni puntata rappresenta degli incontri di wrestling mortale fra due o più pupazzetti che parodizzano delle star sopravvalutate nordamericane. Di norma, quando qualcosa di scritto tanto male ha tanto seguito, in televisione, si tratta quantomeno di donne concretamente in forma, e quasi mai fatte di plastilina. E meraviglia anche il fatto che si riesca a sfruttare tanto male un tema, come quello dell’iperviolenza animata grossolanamente a scopo di comicità, che altrove, e basti guardare una puntata dell’ottimo cartoon Happy Tree Friends (che abbiamo scoperto recentemente con un articolo su TvBlog di Francesca Camerino), riesce ancora a fare riflettere sulla vita o morire dalle risate, secondo i giorni e i metabolismi.

Ciò che si nota nell’edizione italiana è la buona qualità del doppiaggio, in particolare della voce del telecronista non pasticcione realizzata dall’immancabile Pietro Ubaldi, che riesce puntualmente nel difficile compito di non perdere la pazienza e mandare tutto a monte facendo la voce del pupazzo Uan di Bim Bum Bam. Le gag di quello pasticcione, detto Nick Diamond, invece, sono sempre talmente povere e infelici che una delle migliori è quella dell’ultima puntata, in cui perde il computer portatile e dichiara più e più volte di non averci niente di compromettente, dentro, arrossendo e tremando per l’imbarazzo, al punto che arriviamo a sperare che l’incontro successivo inizi presto. Uno dei personaggi più riusciti è invece il pubblico, che spesso interviene negli scontri sul ring perché innamorato di qualcuna delle concorrenti, cui richiede favori sessuali in cambio di aiuto concreto. E che spesso strappa un sorriso, soprattutto nella gestione della sua emotività, come quando gli spruzzi più alti e intensi di sangue, che scaturiscono dalle più oscure cavità di un duellante, non provocano lo stesso disgusto, nella facce tutte molto caratterizzate delle prime file, che invece suscita l’ascolto di una qualche dichiarazione d’amore o ammissione di essere incinta, da parte di Mischa Barton o equivalenti.

Qualche altra volta, sono armi non convenzionali a farci superare la soglia di un certa noia. Come i plafond di carte di credito che sono annunciati come risorsa segreta, talmente potente che immobilizzano l’avversario, e poi materialmente lo decapitano, se usate come stella ninja versione oro o platinum. Il punto è che questa serie vuole metaforizzare il tipico scontro fittizio dei talk-show di mezzo mondo, di quelli che contrappongono due politici, attori o opinionisti dal vago curriculum che magari nella vita si adorano – o, comunque, non si picchiano – e che poi sulla scena devono litigare per copione. Solo, farlo per dieci anni, sinceramente, è qualcosa che non ci sogneremmo di chiedere neanche a metafore di gran lunga migliori di questa, e non ci stiamo riferendo a roba sessuale e a Bruno Vespa.

sabato 24 novembre 2007

Evviva “Occhio alla spesa”, il best dell’infotainment



(in edicola il  23 novembre 2007)

Occhio alla spesa (Rai Uno alle ore 11, dal lunedì al venerdì) è molto più di un semplice modo di chiedere scusa ai telespettatori, da parte della televisione di Stato, per una colpa durata lunghi anni che, del resto, non ha commesso: “Ok, il prezzo è giusto”.
Che, per inciso, era infatti trasmesso dalla vecchia Fininvest, e trattava il tema del bellissimo programma di Alessandro Di Pietro (gli aspetti commerciali della merceologia) da una prospettiva completamente opposta: era un gioco a premi in cui non poteva capitare di meglio che vincere la merce che costasse di più, fra i brand sponsor che acconsentissero a esporle in quella vetrina, innovativa ma deformante. Occhio alla spesa, invece, è probabilmente il miglior programma del cosiddetto infotainment italiano (informazione unita ad intrattenimento), e riesce nella sua missione di attivare le coscienze in fatto di spese quotidiane – soprattutto alimentari – anche perché non c’è un siparietto comico (spesso figuranti d’alto bordo promossi per un giorno) o musicale (affidati a nientemeno che Tony Santagata) che poi non insegni qualcosa. E, viceversa, non c’è una scheda di approfondimento che non faccia prima il suo dovere, e subito dopo il piacere delle telespettatrici, quando il conduttore snocciola i valori percentuali della crescita o della diminuzione del prezzo di una certa qualità di lattuga o fungo raro: i momenti di massima perversione per i fan del programma.

Includendo anche dei piccoli giochi a premi in un’ora in video che, per altri versi, è giornalismo televisivo, e anche di ottimo livello, Di Pietro è riuscito a confezionare un format che, da cinque anni a questa parte è un piccolo culto, non solo di massaie di tutte le età ma, dato l’orario di messa in onda, anche di studenti dell’obbligo bloccati a casa da malanni, quanto di universitari in perfetta salute. Certo, almeno la prima parte del target di cui abbiamo parlato, le massaie, deve rasentare l’adorazione per un uomo così, in azione fra i banchi del mercato, con le mani in mezzo alla pasta ancora da stendere, eppure sempre perfettamente virile e telegenico. Uno che, del resto, non ha mai fatto compromessi nel nascondere o mostrare quanto gli piaccia accompagnare le donne a fare la spesa, e anche le due cose prese singolarmente. Ma anche il resto del pubblico non può fare a meno di trarre vantaggio dai suoi consigli, che toccano il loro culmine formale e contenutistico, nella rubrica dell’intervista “al prodotto”.

Il momento in cui la merce cui è dedicata la puntata (ieri la lattuga), posta su uno sgabello e sotto i riflettori, risponde alle domande di Alessandro doppiata dall’accento regionale della sua provenienza, ma solo nel caso che si tratta di un esemplare doc.
Altra forma del tutto innovativa di rapporto con le cose che compriamo, di solito a prezzo troppo alto, sono le corrispondenze via videofonino da vari mercati sparsi per la penisola. Affidate spesso a quegli studenti universitari che non riescono a restare a casa per l’ora del programma, ma del resto neanche a recarsi concretamente in facoltà, quelle interviste, pur orchestrate alla maniera della parodia del collegamento telegiornalistico classico, mostrano magagne e veri e proprio raggiri che avvengono sotto i nostri occhi ogni giorno. Bravo Di Pietro che non ha mai accettato abbastanza lusinghe, da parte di reality e talk-show, che avrebbero sicuramente molto giovato della sua presenza, ma nuociuto alla sua freschissima autorevolezza.

venerdì 23 novembre 2007

Generalista? No, Joost, una tv da fantascienza



(in edicola il 22 novembre 2007)

Mentre la televisione tradizionale è lasciata ai fasti della sua decadenza, simboleggiati molto efficacemente dalle orge del pomeriggio domenicale, due modi principali di riscoprirla muovono i primi passi, entrambi su internet. Da una parte, la net tv classica, prodotta con strumenti semplici, ma fruibile da tutti, con il solo tramite dello stesso programma che usiamo per visualizzare tutti gli altri siti. Produce programmi molto forti dal punto di vista dei contenuti, per forza di cose; “di parola”, più che d’azione o di effetto speciale. Sono condotti quasi esclusivamente in piccoli studi, da conduttori vicini alla radiofonia, nel bene e nel male (cioè: per la qualità dei testi, e per la relativa povertà delle immagini), e non programmano spot pubblicitari, se non quelli che sono presenti sulle pagine web che li ospitano. Di fatto, soprattutto per via delle basse spese di produzione che vi sono richieste, è stata la prima forma di televisione via internet realizzata anche in Italia. Dall’altra parte, affiorano esperimenti come quello di Joost, che invece hanno ben altre ambizioni, sia dal punto di vista delle sponsorizzazioni, che da quello di rapporti più favorevoli tra fumo e arrosto.

Innanzitutto, Joost è un programma per computer a sé stante, che va installato (e ne è disponibile una versione per pc e una per mac). L’aspetto è futuristico, molto accattivante e, per il momento, decisamente vanaglorioso. Si presenta facilmente come la tipica televisione del futuro, immaginata da tanti romanzi di fantascienza: dal punto di vista dei contenuti, un fusione anche abbastanza riuscita fra youtube e la tv on demand; da quello estetico, uno schermo grande come quello del nostro monitor (e cioè, ormai, anche più di quello del vecchio televisore), ma cliccabile, aggiornabile, interattiva a un livello decisamente più alto di quello promesso, e non mantenuto fin dai primordi, dal digitale terrestre. È un possibile palinsesto continuamente modificabile dall’utente, secondo associazioni di idee fra programmi, generi e colori dei loghi che li rappresentano (magari solo la prima volta). Ci si accorge presto, però, che questa non è - come la net tv, invece, già è - una vera alternativa alla televisione: è un nuovo modo di vedere la televisione cui, tutto sommato, siamo abituati. Anche perché i canali, proposti come le tipiche playlist cui ci hanno abituato i software musicali, rispecchiano molto, troppo fedelmente la situazione di un tipico palinsesto da abbonamento a tv satellitare. È solo un nuovo modo di organizzarli, di distribuirli, ma sempre troppi trailer, troppi documentari, troppi videoclip. E anche troppi spot.

Dove Joost eccelle, ed è quasi insostituibile (per via della effettiva qualità video che il sistema riesce a raggiungere) è il caso dei canali dedicati al vecchio cinema. Come “Silent Movie” o “The really terribile film channel”, che arrivano a proporre pellicole i cui diritti d’autore sono o decaduti o insignificanti, ma che non hanno perso affatto il loro merito di essere la gioia di estimatori e gente insana di tutto il mondo. Per quanto Joost non presenti ancora contenuti in italiano, è già abbondantemente dotato di pubblicità, fra un programma e l’altro, nella nostra lingua. Cosa che ci fa sperare che presto potremmo provare la piccola grande gioia non semplicemente di cambiare canale, alla loro vista, ma di gettare materialmente in un bel cestino, seppure virtuale, la faccia o l’icona dei conduttori che davvero non abbiamo mai potuto soffrire. Per il resto, speriamo che le net tv italiane, e soprattutto quelle che producono informazione indipendente, riescano presto ad aprirsi uno spazio nel menu che offre questa piccola, grande novità nel campo della comunicazione visiva.

giovedì 22 novembre 2007

Rino Gaetano, tocca a Minoli riparare i danni della fiction



(in edicola il 21 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

La puntata de La storia siamo noi dedicata a Rino Gaetano è come una ventata d’aria crotonese sulle malefatte poetiche della recente fiction - prodotta dalla Rai, sullo stesso cantautore - che tanto sapeva di corridoio romano e poco ventilato.
Per quanto l’ottimo Giovanni Minoli non possa chiaramente esentarsi non solo dal tessere l’elogio di “quello sforzo produttivo”, ma addirittura dal chiamarne in causa uno dei principali responsabili (dirigente Rai fiction competente) – che ne attesta la qualità come un venditore di cibo avariato, quando l’abbiamo già digerito – la trasmissione ha almeno il merito di togliersi subito il pensiero di fare i conti con la fiction, e prendere il più presto possibile a intervistare gli amici e i parenti eccezionali che ebbe quello strano caso musicale. Su tutto, risaltano i racconti della sorella Anna, una donna talmente riuscita che, certamente, se Gaetano avesse potuto produrre di più, almeno una canzone indimenticabile gliel’avrebbe consegnata, magari in un attimo di particolare prossimità con la realtà. È una sorta di Gabriella Ferri al contrario, il suo Sancho Panza fintobiondo e sereno, un connettore con le cose terrene, eppure abbastanza “personaggio”, anche lei, da ricordargli magari, un tempo, qualcosa che anche della poesia gli era sfuggita.

E, oggi, senza di lui, somigliare tanto a una di quelle piccole star degli anni ’70 che si sono dignitosamente ritirate dalle scene, e sono le sagge del loro circolo di persone straordinariamente comuni. È sinceramente dispiaciuta per il trattamento che ha ricevuto suo fratello nella fiction, e si augura che pochi possano ricordarlo così come ne è dipinto: alcolizzato fino allo stordimento quotidiano, nel cliché dell’artista che per essere tale deve essere completamente travisato anche dalla maggior parte dei suoi fan, pur di essere o politicizzato o comunque categorizzato. Saranno anche dettagli, ma per lei sono le cose che contano di più, almeno perché, è chiaro, che di vivere sulla considerazione dei critici di oggi delle canzoni del fratello, non è che ne abbia tutta questa voglia. E, anche per la dolcissima persona di Amelia Conte, la promessa sposa del cantante, è forse un bene che i vari interventi siano solo benissimo montati fra di loro, e non avvengano tutti in studio. Perché alcune parole di Francesco Sardella (il dirigente di cui sopra) su come “tutte le storie sono fatte per essere interpretata e travisate”, forse la sorella di Rino le avrebbe prese con una discreta dose di incazzatura, ma Amelia se ne sarebbe più visibilmente e giustamente solo addolorata.

Momento culminante del breve documentario di Minoli l’intervista a Paolo Rossi che, nell’occasione del Sanremo 2007, cantò un brano inedito di Gaetano. Episodio che è stato fin’ora, insieme all’ormai famoso doppio cd con copertina “warholiana”, culto di teenager e giovani e ringiovaniti di tutte le età, uno dei migliori modi di ricordare questo cantante, così ribelle anche al solo successo che non eseguì mai un solo playback televisivo di sua canzone (e La storia siamo noi ce lo ricorda, proponendoci spezzoni di quasi ogni sua comparsata tv) senza bofonchiare qualcosa fuori sincrono, giocare con un suo vero cane, e deridere già allora anche questo bel documentario, anche e soprattutto perché lo esalta come un maestro del suo tempo e non solo.

mercoledì 21 novembre 2007

Una stella in mezzo al trash Giletti andrebbe rivalutato



(in edicola il 20 novembre 2007, anticipazioni e commenti qui)

Il cuore profondo della Domenica Trash all’italiana è illuminato dal coraggio di una stella, che brilla solo un’oretta: l’Arena di Massimo Giletti (su Rai Uno, nel primo pomeriggio). È un talk-show decisamente sottovalutato, per il garbo con cui è condotto, il contesto voltastomaco in cui è situato, ma soprattutto per le evidenti difficoltà di reagire alle piccole, grandi vessazioni, in termini di scelta degli ospiti, che evidentemente un destino crudele, degli autori in rivolta o egli stesso alzatosi male, impongono al conduttore di fronteggiare. Massimo sa di avere a disposizione un parterre da Leggenda degli uomini straordinari (il film in cui Dorian Gray in persona aiuta Tom Sawyer a tenere a bada Mr. Hyde, con l’aiuto del Capitano Nemo, che è vivo e lotta insieme a loro). Cioè: un nutrito gruppo di persone che dovrebbero essere solo frutto della fantasia, e invece sono lì, e non c’entrano niente fra di loro. Ma mai che si dia per vinto, Giletti, neanche quando è fra un’intervista e una pausa pubblicitaria che si rammenta, guardandosi le spalle, che Klaus Davi ancora non ha parlato.

La puntata di questa domenica, ad esempio, è dedicata al dramma di cronaca sportiva di domenica scorsa, e agli scontri fra tifoserie e poliziotti che ne sono conseguiti. Giampiero Mughini siede al suo posto, torto in una posizione da crampo passivo, perché ne procurerebbe anche a chi solo lo guardasse con attenzione: posizionato allo stesso modo da anni, forte di un qualche voto - che deve aver fatto a chissà quale divinità femminile degli anni sessanta - di non confidare mai a nessuno di quando gli scappi di andare al bagno, e men che meno in diretta televisiva, giustamente. Come tutti gli altri, all’occorrenza di un’inquadratura, esegue il suo tipico gesto: per lui, è un’indecisa smorfia di dolore e di piacere malcelato insieme, levando gli occhi al cielo, e la mente al negozietto vintage che lo rimetterà in contatto con la realtà, lunedì pomeriggio, dopo questo incubo, tuttavia sopportabile, di finire il plafond di pelo sullo stomaco. Si dimena leggermente, e poi torna in posizione d’attesa, come in un palleggiare a tennis fra lui e la coscienza di giornalista e scrittore che non si accontenta.

Alba Parietti è differente. Non può muoversi, e cerca di parlare il meno possibile, perché ha una scollatura fino all’ombelico, quasi cinquant’anni, e nessuna voglia di ricordarci anche questa volta che è una donna “ottimista e di sinistra”, come nell’immortale canzone di Lucio Dalla. Suor Paola ascolta in religioso silenzio. La nostra relativa abitudine a tutto questo, finisce per rendere la ciliegina sulla torta della situazione, non l’enorme pinguino dorato, che chiude il cerchio accanto a una suora tifosa della Lazio, ma il fatto che si definisca Paola Ferrari uno dei volti più importanti del giornalismo sportivo italiano. Paola è collegata in esterna, ed è credibile e preparata come sempre: è proprio questo il punto. Fra tutto questo, solo Massimo è ancora attaccato alla realtà. Solo un superficiale direbbe, a questo punto: “annamo bene”. Perché è nella sua persona il diaframma forse sottile, ma ancora abbastanza efficace, fra rapporto con la terra ed elogio della follia, che permette a tutti di essere trattati con la stessa condiscendenza, come se davvero si fosse in una trasmissione normale, o se tutti potessero esprimere opinioni loro, e non quelle del ruolo da presepe mediatico cui li ha inchiodati per sempre una caratteristica somatica o un cenno biografico.

lunedì 19 novembre 2007

Scrubs, medici al rovescio



(in edicola il 17 novembre 2007 - anticipazione e commenti qui)

La sit-com Scrubs, su Mtv il giovedì alle 21 (e su Fox Italia il sabato pomeriggio), continua a far danni non più solo nei confronti di E.R. (“medici in prima linea”), di cui era la parodia originale e volontaria (“medici ai primi ferri”), ma anche di tutte le altre serie come House e Grey’s Anatomy che, col tempo, della formula e del successo dei casi di E.R. stesso sono diventate parodia purtroppo del tutto involontaria. Come in E.R. si rappresentava la rapidità e l’efficienza di medici già nell’età del pronto soccorso – e nella stagione degli interventi – in Scrubs i protagonisti sono medici inesperti all’epoca della specializzazione, nel vivo della tradizione delle varie scuole di polizia e di pompierato. Le stesse che, al cinema e in tv, avvicinano gli spettatori a mondi apparentemente lontani, che di norma, invece che divertirli, li manganellano o, bene che vada, gli sfondano le porte di casa. È singolare, qui, l’adozione della camera singola, nelle riprese, e non multipla, come è di norma in una serie di questo tipo. Dunque, tutto il montaggio prende le mosse da quanto ha ripreso una sola unità, in ordine non sequenziale.

Questo è il risvolto tecnico di una delle caratteristiche stilistiche più originali della serie: le vicende sono presentate dal punto di vista del protagonista, J.D. Dorian, che in sostanza le “monta” secondo criteri personalissimi e spesso mescolando realtà, sue idee e sensazioni e il “daydreaming” che l’ha reso un personaggio di culto. Scrubs mette in scena il mondo clinico cui ci ha abituato la televisione in modo del tutto capovolto, e dunque, spesso, molto più aderente alla realtà. I medici possono contendersi effetti personali di pazienti passati a miglior vita, fino a che uno di essi, e per giunta quello dotato delle migliori quantità di vestaglie di seta, non riemerge da un’interminabile seduta alla toilette, che l’aveva momentaneamente dato per spacciato o morto presunto. L’unico non-medico protagonista, l’inserviente Janitor, ottiene facilmente la complicità di malati anche gravi, per scherzi che opera contro il personale medico più serioso e indaffarato, in un vero e proprio simbolo dell’azione di Scrubs contro Meredith Grey.

Per fare un esempio, realizza telecomandi che simulino il suono delle macchine quando registrano un encefalogramma piatto, allarmando un professore sovrappeso. Che, però, risulta molto più allarmato quando, voltatosi di spalle, a burla compresa, ascolta lo stesso telecomando eseguire la tipica suoneria di camion della nettezza urbana in azione. Il tutto senza quasi mai apparire di cattivo gusto, ma spesso come un “memento mori” per noi e per molte serie rivali. Dunque, ci ricorda quanto siamo noi transitori su questo mondo, strappandoci un sorriso sul tema della morte e della malattia, che un attimo prima erano tabù, o avevamo solo voluto scordare. E, al tempo stesso, quanto riescono ad essere banali e insipide le altre serie quando, pur entrando nel dettaglio medico fino al massimo del realismo anatomico consentito all’ora di cena, ci mostrano tanto poco di noi stessi, e di come concretamente la possiamo pensare riguardo ai camici e ai pigiami che popolano gli ospedali.

sabato 17 novembre 2007

Heroes, la storia magnifica di un insuccesso solo italiano



(in edicola il 16 novembre 2007 - anticipazione e commenti qui)

Heroes è giunto all’ultima puntata della prima stagione doppiata male, ed è ormai tempo di considerarlo, probabilmente, il serial più interessante dai tempi delle primissime puntate di Lost. L’insuccesso di ascolti di questa altissima serie fantascientifica è stato un fenomeno tutto italiano che, d’altro canto, ha avuto due risvolti positivi, uno solo sociologico e uno socioculturale. Da una parte, costringendo i capi spirituali di Italia Uno prima a interromperne, e poi cambiarne drasticamente l’orario di programmazione, di modo che passasse da domenica in prime time al mercoledì in seconda serata, ha reso possibile l’uscita pre-lunedì dei molti appassionatissimi che avevano smesso di andare in sala giochi, pur di non perdere una puntata delle avventure di Niki Sanders e Peter Petrelli. Dall’altra, ha costretto i suddetti appassionatissimi, una volta minacciata e poi attuata la sospensione della messa in onda, a sfoderare tutto l’inglese scolastico che avevano nel cassetto, turarsi la coscienza e scaricare da Pirate Bay le puntate rimanenti. Fino alla fine della prima stagione e oltre, verso nuovi confini: le prime sette della seconda già trasmesse negli Usa.

Dire che questo sia avvenuto in parte per venire incontro alla facoltà mentali degli spettatori medi italiani, non è solo riduttivo (rispetto ai meriti della serie, che sono notevolissimi, e valicano con facilità anche i limiti poetici e tematici che di solito sono posti ad una serie fantascientifica), ma è anche impreciso: è avvenuto esclusivamente per venire incontro a quelle stesse facoltà mentali, che consentono all’Isola dei Famosi di non essere abbandonata dalle telecamere, e lasciata divorare da creature marine mostruose e insorte, con tutti i suoi abitanti, inclusi quelli eliminati. Dal punto di vista del significato (le bellissime immagini cui ci ha abituato parlano relativamente da sole), Heroes è eccezionale perché umanizza e razionalizza una lunga tradizione di fumetti di basso livello – e di pellicole tratte da fumetti di infimo livello – in cui i cosiddetti superpoteri erano solo armi straordinarie a disposizione di qualcuno di sfortunato nella vita, in attesa di rifarsi nella fiction. Un clichè ripetuto centinaia di volte, in una sorta di revanscismo para-cristiano dei deboli e secchioni sui fashion e normo-dotati (giacché, in quell’ottica, i secchioni sono solo o sottosviluppati o volano).

Heroes, invece, parla di gente straordinaria, sì: supereroi, persone che leggono nel pensiero, rigenerano loro arti e saltano la staccionata senza l’olio Cuore. Ma il punto, la novità, è che ci si chiede – e ci si dà una risposta, nel corso delle puntate – da dove quei poteri provengano. E questa risposta solo a un livello – dantescamente parlando – letterale che viene comunicata dai fatti: vale a dire, un esperimento di ingegneria genetica che ha modificato le facoltà fisiche e mentali dei nostri eroi. In realtà, basta salire di un livello di lettura, e ci rendiamo conto che niente è dato per caso ad essi. Come un destino metaforico ha fatto sì che, ad esempio, Claire Bennet fosse una studentessa apparentemente fragile, che può guarire da ogni ferita fisica. Hiro Nakamura è il classico colletto bianco che indosserà il kimono d’oro, ma con che psicologismo il suo dono è quello di andare avanti e indietro a piacimento nello spazio e nel tempo, quando ha passato la prima parte della sua “carriera” fra i divisori di un ufficio grigissimo. È un ricco gioco di rimandi e significati, che rende Heroes è una delle più belle parabole contemporanee sul talento e la gestione di esso; sull’importanza dei singoli nel destino di un gruppo; sulla verità che non sempre sta dalla parte con cui crediamo di stare noi (e questo lo scriviamo perché anche noi, dal canto nostro, abbiamo scaricato un po’ troppe puntate).

venerdì 16 novembre 2007

Bombay, il programma "impegnato"



(in edicola il 15 novembre 2007)

Il nuovo programma di Gianni Boncompagni non è solo la vendetta, servita ancora tiepida, di Ambra Angiolini. In realtà, Bombay è probabilmente il programma più “impegnato” della televisione italiana, e non solo non lo sa e non lo vuole sapere ma, se pure lo sapesse, non ci terrebbe neanche un po’ a farlo sapere in giro. È vero che l’Angiolini, di fatto, è tornata a lavorare col suo vecchio scopritore, e non più da pupazza radiocomandata, come ai tempi di Non è la Rai, controllata com’era dalla distanza di una cabina di regia apparentemente invisibile, ma onnisciente e onnipresente. In Bombay, oggi, proprio lei, quel simbolo riuscitissimo della televisione sbagliata (solo per posa e per copione, bella senz’anima; anzi, peggio: bella con l’anima di un settantenne) torna al fianco di Boncompagni proprio al posto di comando, che però, nel frattempo, è diventato lo studio stesso in cui è ambientata la trasmissione. Il backstage di un film o di uno show, di solito, ci dimostra o quanto è difficile realizzare quel prodotto, o gli errori che sono stati commessi nel realizzarlo. E un backstage incompiuto o fallimentare che diventi show, si sa, è ormai un sottogenere anch’esso, cinematografico e televisivo: basti pensare ad “Amici di Maria De Filippi”.

Ma questa volta, in Bombay, si ha il coraggio di andare oltre, e di dimostrare attraverso l’improvvisazione totale - condotta ad arte da un piccolo grande genio che non può perdere quasi nulla - quanto può apparire facile mettere su un programma Tv, e quanto è difficile comunicarvi realmente qualcosa, come nella migliore tradizione di un certo teatro dell’assurdo. Aggiornato ai tempi in cui solo le promesse non mantenute contano davvero, mentre i sogni si realizzano tutti e subito sullo schermo di un videogioco, o quello di un cellulare ad alta risoluzione. E, dunque, ospitare Ignazio La Russa che si finge barbiere, senza che alcun vero barbiere si sia trovato, disposto a fingersi Ignazio La Russa, e via così, fino a Sabelli Fioretti che farebbe il padreterno, e tenta di portare un ordine fra tutti quanti, vestito di una tunica bianca su un trono dorato.

È un ritorno alla scoperta, anche solo tecnica, prima ancora che contenutistica, di uno strumento, come la telecamera, che ha detto talmente tanto, concludendo talmente poco, che pare, almeno agli occhi di Boncompagni, non avere altro presente che questo: tornare a gioie semplici, al piacere dell’idea stessa di trasmettersi, di trasferirsi magicamente e irresponsabilmente nelle case dei soliti ignoti, o per qualche istante nel loro cervello, talmente usurato dall’abitudine al peggio, che solo Tinto Brass vestito da suora alla Paolo Villaggio (con vele felliniane), può rianimare con un bocca a bocca osceno, pur tenendo un enorme cubano fra le labbra. In Bombay il niente (i politici nonsensical, attaccati più a un nome falso che a un’opinione) e il suo contrario (la fisicità flagrante delle giovani e delle ballerine, che provan e riprovano un tango che non sarà mai realmente ballato) giocano a rimpiattino con i ritmi, le pause, le noie e i piaceri televisivi cui ci siamo avvezzi. E il bello è che tutto questo non è affatto un parodiare, un capovolgere la verità, in nome di una risata che raramente arriva (e non solo per le battute infelici, ma anche per quelle riuscitissime: come nella migliore tradizione dei comici impegnati) ma, ahinoi, la verità stessa.

giovedì 15 novembre 2007

Exit, se Ilaria D’Amico è l’unica uscita di sicurezza



(in edicola il 14 novembre 2007)

Lunedì, accattivante puntata di Exit – il programma di Ilaria D’Amico dedicato a Ilaria D’Amico – sui temi della vecchia crisi dell’università e il nuovo fiorire della prostituzione. Davvero molto ben pensata l’accoppiata, come del resto la presenza in studio di rappresentanti di entrambi di questi due mondi. Che, da sempre, si studiano, si osservano, spesso si scambiano saperi e trucchi, e trovano del resto nell’intelligente ma bella Ilaria una moderatrice perfettamente in parte. La soluzione ai due problemi (cali di prestazioni di professori e studenti, ed iperlavoro delle passeggiatrici), anche se fra le righe, sarebbe è la più semplice, naturalmente: quella, appunto, di scambiarsi le competenze: usare un marketing decisamente più aggressivo per promuovere i corsi di laurea, da una parte; e perdere clienti in lungaggini burocratiche e demotivazione del personale, dall’altra. Ma il bello della trasmissione è che Ilaria ci fa arrivare solo con grande senso della suspense a questo assunto fondamentale, così carico di significati per il futuro del nostro paese, tanto dal punto di vista del controllo delle nascite, quanto da quello della riduzione della fuga di cervelli.

Fatti alla mano, Exit – Uscita di sicurezza (su la7 ogni settimana), vanta fra i migliori rvm dei talk-show d’informazione italiani, e la scenografia più cervellotica e incomprensibile, in questo caso, anche andando a paragonarlo con alcuni dei quiz del tardo pomeriggio. Fra i servizi, stavolta colpisce soprattutto quello che comincia dall’aula magna della Facoltà di Fisica della Sapienza, e finisce, con grande senso delle proporzioni, nel gabinetto di Mussi, ministro della Ricerca, idealmente traslato nello studio del programma. Non prima di alcune formidabili dissolvenze incrociate, che lo vedono comparire qua e là fra gli scranni occupati, e sorridere come un mega-bidello molto paterno alle urla e agli slogan degli studenti. E davvero niente male anche la trattazione in stile “Iene”, ma più giornalistiche e meno arrapate, del secondo tema: il mercato del sesso. Tema solo leggermente meno scabroso di quello della compravendita di ammissioni a medicina. Il momento più alto spiritualmente di questa parte della trasmissione è senza dubbio quando Stefania Prestigiacomo afferma, testualmente: “Una volta le tenevano con le catene, oggi le picchiano: è sempre una condizione di schiavitù”. E non basta l’onestà intellettuale di Cinzia Dato a risollevare il livello, a questo punto.

Sulla scenografia, infine, come dicevamo, non siamo molto sicuri. Dovrebbe in qualche modo rappresentare una fabbrica simbolica, intricata di macchinari e gente del pubblico come prigioniera, sempre molto simbolicamente. Purtroppo, alcuni tralicci dell’elettricità (speriamo, altrettanto simbolici), non risultano molto d’aiuto nella comprensione di questo gioco quasi escheriano-borgesiano, fra spazi interni ed esterni concatenati o, meglio, incasinati. Allora, in tanto mistero e buio, vogliamo semplicemente credere che dopo tutto questo mistero, come al termine di uno di quei tunnel che annunciano una qualche vita oltre la vita terrena, ci aspetti l’unica uscita di sicurezza su cui possiamo davvero contare: Ilaria D’Amico stessa, vestita di un rosso che la fascia come una di quelle caramelle che annunciano, già dalla confezione, il piacere che avremo nell’assaporarle, solo al termine di tanto patire per trovarle sullo scaffale giusto.