(in edicola il 13 novembre 2007)
Nella fiction su Rino Gaetano lo spreco di talento degli interpreti avviene in un ordine di grandezza molto importante. Certo, non sarà evidente come nell’ultimo Guerra e pace (stiamo pur sempre parlando di Chiatti e Santamaria, per quanto cantino spesso), ma basta perché i fan più hardcore del cantautore calabrese possano cominciare ad aggiungere, alle celebri litanie laiche dell’immortale brano Ma il cielo è sempre più blu: “C’è chi si gira nella tomba”, canticchiandolo in cuor loro, forse con leggero cattivo gusto, ma non del tutto a torto. I grossi errori della mini-serie, in verità, paiono facili da schematizzare. Il primo è lo stesso che si commette puntualmente ogni volta che un critico, uno storico o uno sceneggiatore mediocre compie un approccio insincero e, appunto, mediocre alla biografia di una persona eccezionale, che non comprende ma che deve fingere di comprendere per lavoro. E vale a dire il tipico effetto Caravaggio, che per secoli fu ritenuto, prima ancora che un pittore sublime – per quanto profondamente immerso nella realtà – da sostenitori e detrattori, rispettivamente un genio o un folle per lo stesso, identico motivo: perché il ragazzo beve troppo, è strano, il prezzo della creazione è stata una vita insalubre, consideriamolo maledetto.
Fatte le dovute proporzioni, questa è una semplificazione che, naturalmente, non vale neanche per Gaetano, come in genere non valgono mai le semplificazioni dettate non dalla sintesi o dalla riflessione, ma dalla voglia di celare alla meno peggio l’equivoco, la mistificazione o, misfatto ancora meno depenalizzabile, nel 2007: il didascalismo. Nemmeno il popolo televisivo, per quanto in basso possa cadere, può credere alla scena di apertura della fiction, in cui la recitazione di Claudio Santamaria (una delle poche promesse non ancora mancate del nostro cinema, da quando si è deciso di smettere di sopravvalutare, senza che questo sentimento fosse particolarmente ricambiato, l’attore Stefano Accorsi) lotta invano contro la scrittura dei suoi sceneggiatori. Lunghe sequenze lo portano nientemeno che a ubriacarsi in casa sua negli anni ottanta, mentre tutto ci sembra talmente normale che solo la tipica colonna sonora strumentale da fiction italiana, interrompendo il brano di Rino dei titoli, Mio fratello è figlio unico, riesce nel compito, tristissimo ma necessario, di ricordarci che stiamo guardando proprio una fiction italiana.
Raccontare con questo stile l’opera e la poetica di un uomo che ha saputo tramandarci, ad esempio, il più delicato elogio di un tema delicatissimo di per sé, e raramente trattato, come la masturbazione femminile (Sei ottavi), attraverso quella perfetta serie di metafore concentriche dell’atto in sé (che riescono, in fine, quasi a visualizzarne graficamente l’atto, e i desideri che genera e da cui è alimentato al tempo stesso), non è solo impreciso e insicuro, è un atto vandalico contro la bravura e gli sforzi per esercitarla. Altri punti: non si può rappresentare Rino Gaetano che pronunci “Gianna è commerciale”, con lo spirito involontario di una di quelle parodie dei “ggiovani” di dieci anni dopo, alla Corrado Guzzanti. Non si può rappresentare Rino Gaetano che si faccia inseguire da Laura Chiatti, facendole promettere tanti baci quanto sono le strofe che canteranno insieme di una sua canzone, con lo spirito, stavolta volontario, di una di quelle parodie della letteratura di un giovane di dieci anni prima: Federico Moccia. Punto.
mercoledì 14 novembre 2007
La fiction degli errori e dello spreco di talento
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lunedì 12 novembre 2007
Enigma, la prova dell’esistenza di Augias
(in edicola il 10 novembre 2007)
Enigma di Corrado Augias (Rai Tre, 23.40, il giovedì) resta l’unica prova della possibilità della vita in tv di un bravissimo giornalista italiano, cui riesca ancora di essere trasmesso a orari non marzulliani – e non necessariamente reincarnandosi sottoforma di opinionista all’Isola dei Famosi – ricostruendo delle storie, ben collocate nella storia, e senza perdere troppo in interesse, pur coniugando serenamente il maggior numero di verbi possibile. Almeno quando il tema della puntata è ben scelto. Ed è il caso della puntata di questa settimana, che si occupa dei lati in ombra della vita di Grace Kelly in Grimaldi di Monaco. Augias divide lo spazio a disposizione fra filmati molto ben scritti e una sua forte presenza nello studio, che viene personalizzato di puntata in puntata, e questa volta ospita, come elemento chiave, un modello di automobile identico a quello che rese la principessa vittima di un incidente e di una fine misteriosi.
I dubbi e le ipotesi sul perché di quella morte (fino alla più “telegenica”: esoterismo, o quasi incantesimo, come sostiene la sorella di Grace) sono presentati da un conduttore che apre lo sportello della vettura in studio, ne constata la pesantezza, la durezza del volante, come simbolicamente non pretendendo di entrare nella storia o nella verità, ma solo nella versione di essi che lui cerca di darci, giacché l’originale della macchina è andato distrutto nell’incidente stesso – come probabilmente anche quella verità.
Apprendiamo che poco tempo prima della sua morte la principessa sarebbe entrata e uscita dalla cosiddetta setta del Tempio solare, che richiedeva 20 milioni di franchi per l’iniziazione, e che comprendeva quindi membri dell’alta finanza europea dalle strane abitudini. Come, ad esempio, quella di suicidarsi nel numero di 53 elementi qualche anno più tardi, per quanto allora sparsi in varie parti del globo, soprattutto Canada.
La mancanza di indagini sull’incidente, il respiratore subito staccato, la stessa automobile passata inosservata come prova di qualcosa che non fosse semplicemente fatalità, fanno inizialmente temere il peggio. Si prosegue con le dotte annotazioni dell’esperto di religioni (quantomeno alternative) Massimo Introvigne – sul fatto che i membri di quella particolare setta non gradissero particolarmente il mondo terreno, destinato secondo loro a una fine atroce, e che si invitassero vicendevolmente al suicidio, soprattutto se effettuato in un certo momento astrale che li avrebbe trasferiti tutti sul pianeta Sirio, a miglior vita. Ma quando Corrado prende a dare le sue risposte a queste domande, la scenografia sposta l’attenzione sullo stemma dei Grimaldi, che occupa ben due monitor e un pannello alle sue spalle, e quell’aquila bicipite fa perfettamente al caso del suo pensiero, necessario, su come, semplicemente, non ci siano rose senza spine.
E, che tutto questo abbia o meno a che fare con la morte della moglie di un sovrano, finiamo per riflettere più generalmente su come le migliori attrici siano già molto principesse anche nella vita, e di come tutte le principesse siano del resto un po’ attrici, anche quelle che non hanno nel curriculum diversi film indimenticabili, e cambiamo canale preoccupati soprattutto di un segreto, stavolta, di Pulcinella: come mai Augias non è un uomo di punta della nostra televisione, come dovrebbe invece essere.
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Quando Bruno Vespa si mette la mano in tasca
(in edicola il 9 novembre 2007)
Notevole puntata di Porta a porta, mercoledì, grazie anche a un tempismo perfino superiore alla media nelle scampanellate che, tradizionalmente, annunciano l’arrivo di un nuovo ospite. Elemento che resta uno dei concept più rivoluzionari alla base del programma, insieme alla faccenda di riuscire a parlare con gli stessi ospiti di un delitto irrisolto, di una finanziaria difficoltosa e delle astinenze dal sesso di Luisa Corna. Il fatto che più o meno da sempre si sappia che quei tempi di ingresso sono scanditi da Vespa stesso, invece che togliere fascino a quella ardita simulazione di vita, consegna agli spettatori più smaliziati – o semplicemente annoiati – la possibilità di concentrare la propria attenzione sui movimenti della mano del conduttore nella tasca che conterrebbe il mitico telecomando, vero imperium, nuovo simbolo del potere dei tempi televisivi.
A riguardo, sempre eccezionale la presenza di Paolo Baroni, l’indimenticabile Collo Secco di tanti film ambientati a Cortina o a Forte dei Marmi, ora maggiordomo instancabile per Vespa: l’unico italiano con il diritto/dovere di non seguire neanche una parola di quello che si dica in studio, perché concentrato per tutto il tempo esclusivamente sul suono del detto microfono e su ciascuno dei fatti suoi. Le donne nel salotto, Catherine Spaak, Michelle Hunziker e Giulia Buongiorno appaiono come le figure di un gioco a trovare l’intrusa, in questo contesto in cui si parla di donne ambitissime, che non riescono a essere dimenticate o solo desiderate da uomini che fanno del loro rifiuto – o della loro distanza – un autentico problema psicologico-esisteziale: lo stalking. Ma il mistero è svelato prestissimo: la Buongiorno compare come fondatrice della onlus Doppia difesa, che si occupa della tutela di casi come quello di Michelle e di tante altre donne oggetto di questa patologia.
Il problema è effettivamente molto serio e sottovalutato dalla legge, in quanto è purtroppo la base e la preparazione per la maggior parte degli omicidi premeditati. I servizi preparati sul tema sono molto ben scritti e, come al solito, tentano eroicamente di contraddire con i fatti l’atmosfera inevitabilmente troppo glamour o disincantata che si finisce per respirare nello studio, per via degli ospiti assolutamente ingiustificati e palestrati come, in questo caso, Manuel Casella (compagno di Amanda Lear).
Stavolta un punto di contatto fra la realtà esterna e l’inevitabile fiction interna è fornito da una simulazione di molestia realizzata per Vespa da due attori. Un giovane vestito di un chiodo nero (simbolo del male) chiede l’ora a una ragazza alla fermata dell’autobus, che indossa un maglione a scacchi (segno del bene). Il giovane insiste a parlarle fino a che non interviene uno psicologo.
Ma ormai il danno è fatto, perché abbiamo capito che fare una puntata su: maniaci, guardoni e pedinatori di vario tipo, è un rischio troppo forte di autobiografismo – pur simbolico, o solamente deontologico/metodologico – da parte di un Vespa comunque in ottima forma e spesso ai massimi storici, almeno dal punto di vista dei doppi sensi a sfondo erotico. Un altro ospite, reale malato di stalking, è costretto dalla psiche a seguire, farsi vedere ripetutamente e senza invito, e in senso lato infastidire delle persone che non lo desiderano in senso stretto, può essere insidioso, sulla carta, per un conduttore che, seppure in via metaforica, ma su scala nazionale, da un decennio col suo pubblico non fa altro.
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venerdì 9 novembre 2007
Cosa sarebbe il Ballarò di Floris senza la sua premiata claque?

(in edicola l'8 novembre 2007)
Le cose che ci piacciono di più di Ballarò (sesta edizione, il martedì su Rai Tre in prima serata) sono da sempre il grandioso muro-scenografia e il pubblico. Un tempo, anche quella certa ruvidezza di Floris, quell’intollerenza alla mediocrità e al pressappochismo anche terminologico, da conduttore ancora inesperto di televisione, ma accademico di politica, che preferiva, ogni volta che gli fosse possibile, il più umile e preparato degli ospiti in collegamento, rispetto al potente ministro niente affatto tecnico in studio.
Ora, molto più sciolto e conosciuto, rasenta ormai una conduzione televisiva classica, nei tempi e nei modi dell’esperienza acquisita, ma sempre lungi da certe facili tentazioni di vespismo, che pure un ruolo come il suo devono presentare come allettanti sirene, superate le colonne d’Ercole del successo e di molte pubbliche relazioni. Il programma si apre con una sigla animata che presenta il tema della decorazione della scenografia, e dunque della puntata, realizzata da Lorenzo Terranera, con la puntualità e la presenza di contenuti da vignettista navigato, ma anche la grandiosità di scala da artista a tutto tondo. La sigla altro non è che una sorta di backstage della realizzazione del muro, che sintetizza, dal foglio bianco al colore, i tratti che questo illustratore azzeccatissimo esegue ogni settimana.
Potremmo quasi dedicare un articolo a ogni muro, che comunica da solo più di interi programmi analoghi a Ballarò, concorrenti diretti o separati in casa Rai. Stavolta, tutto comincia con una linea dritta nel mezzo dello schermo, che pare dapprima una strada, che scorra sicura e determinata nel paesaggio che le si va disegnando intorno, elemento dopo elemento. Ma appena anche il cielo che le fa da sfondo è terminato, e la vera strada, capiamo, è quella da cui proviene l’osservatore. Che, a sua volta, è osservato da una moltitudine di gente: operai, studenti, giovani madri, bambini. Quella che credevamo una strada si è trasformata nella barriera di un passaggio a livello, che separa quella gente da noi, e da un ferroviere come stupito di quella distanza, che ci guarda preoccupato come un padre di famiglia o un sindacalista di coscienza guarderebbe il capo o il politico di turno che potrebbe dare il comando perché quella barriera si alzi, ma non lo dà. Dal canto suo, adagiato proprio in questa scenografia, il pubblico in studio di Ballarò è un altro piccolo fenomeno mediatico, perché uno dei più liberi e schierati al tempo stesso.
Floris ha imbroccato un uovo di Colombo per il problema decennale dell’applauso finto nei talk-show politico-economici. A volere solo applausi veri, e invitando molto spesso Tremonti, si rischia il silenzio, al termine delle battute, con tutto il rispetto per il suo senso dell’umorismo da tributarista lombardo – per quanto evidentemente andato a scuola di conversazione da Berlusconi, mentre lui prendeva appunti su debito pubblico e pornotax. E allora le due parti in causa – in cui necessariamente si divide ogni puntata – godono ognuna di una sua specie di claque particolarmente motivata, e disposta anche geopoliticamente secondo la sua preferenza. Studenti, soprattutto scienze politiche Luiss, la scuola da cui proviene Floris, da una parte, Forza Italia Giovani e suggeritori e assistenti di vario tipo dall’altra, in un equilibrio di entusiasmo (o mancanze di esso) che spesso rasenta il simbolismo della democrazia e delle pari opportunità.
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giovedì 8 novembre 2007
I mattinieri diano una chance al caffè di Corradino Mineo
(in edicola il 7 novembre 2007)
Chi si alzi spesso alle 6.30 del mattino, e non abbia mai dato almeno una chance a Corradino Mineo (Il caffè di Corradino Mineo, appunto) di essere suo compagno di colazioni, non merita l’onestà intellettuale e la dedizione di questo solido professionista.
Quest’uomo è inviso a molti per l’idea che si sono fatti che sprechi denaro pubblico, nel realizzare il canale Rai News 24, con 100 giornalisti, 35 milioni di euro l’anno, e solo 3000 ascoltatori al giorno, secondo le accuse più gravi del Giornale. Corradino non avrebbe quasi bisogno di replicare ad esse urlando che quella cifra di ascolto non tiene conto dei visitatori del sito e degli ascolti in chiaro su Rai Tre: il suo valore non può che andare oltre la semplice statistica, e forse anche il dato sensibile in generale.
Resta il fatto che il canale che dirige è lungi tanto dall’essere una Teleroma 56 nazionale, quando, del resto, dall’essere la Cnn italiana, come si era pensato di dire all’inizio, senza che neanche i parenti più stretti di Mineo, da Palermo, ci avessero creduto, nemmeno per le prime 24 ore delle molte a venire.
Non c’è solo l’appuntamento delle 7, quando, pure, viene il turno di Corradino e del Caffè, e quindi la redazione si ferma, alla marchese del Grillo, c’è da credere, dopo tanta fatica. Momento unico, che Mineo con i suoi noti cali di voce da compagno di classe puberale, e ospitate miracolose, dato l’orario, ha saputo trasformare la quarta o quinta rassegna stampa – in ordine cronologico, non d’importanza – per i telespettatori italiani, anche nel salotto del suo canale. Ieri un Aldo Cazzullo particolarmente ammirato dal modello di auricolare di Corradino, presenta il suo ultimo libro Outlet Italia. I notiziari – fra cui il più seguito è proprio quello delle 6.30, perché trasmesso anche su Rai Tre, poco prima del Caffè – vengono scanditi con una snellezza introvabile in altri telegiornali italiani. Nella maggior parte dei casi, il titolo è anche la notizia, e dura poco più di trenta secondi, come uno spot pubblicitario di approfondimenti sullo stesso sito web del canale o altri telegiornali più generalisti o spogliarellisti.
Dei collegamenti con giornalisti inviati all’estero, soprattutto di provenienza Rcs, invece, si riesce a dire che riescano facilmente, data una loro ora locale spesso più felice che in molti altri casi, ad essere più saldi e sicuri di un classico corrispondente di giornale Rai mainstream. Chi ha dimenticato, ad esempio, i mitici reportage del vecchio Del Noce nel TG1 dell’una da noi, sette del mattino a New York. Non manca, in questo stralcio in chiaro, l’intoccabile e amatissima radiofonica Emanuela Falcetti, dagli studi di Radio 2, sempre più a suo agio anche nell’uscita video, che le permette concretamente e ormai quotidianamente di ricordare una professionista sexy della web cam colta in un momento di particolare riposo. Come in un suo lato b, non solo audio, in cui del resto la sua competenza in fatto di rassegna stampa ragionata (la sesta o settima, a questo punto) non viene meno neanche per un titolo. Ieri, la notizia della mattinata, la morte di Enzo Biagi, trova una copertura molto completa anche solo pochi minuti dopo le 8, con una serie di coccodrilli video anche molto recenti, come quello col ricordo commosso di Ferruccio de Bortoli buttato giù dal letto, che ne sottolinea soprattutto il coraggio l’indipendenza anche davanti a scelte difficili come il coraggio e l’indipendenza.
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mercoledì 7 novembre 2007
Il Decameron di Luttazzi. Un varietà di coscienza
(in edicola il 6 ottobre 2007)
E' molto difficile indovinare cosa cercheranno di demolire o oscurare di più del nuovo one-man-show di Daniele Luttazzi, se i monologhi o il resto. Perché sempre di un solo uomo si tratta, sebbene la formula televisiva si sia innovata, e di molto, includendo nel suo corso anche sketch più o meno corali e canzoni di testa e di coda sì scritte dal vero Daniele, ma evidentemente interpretate o da una versione di lui posseduta da Luca Sardella, o da una reincarnazione dello stesso che ha studiato un po’ d’inglese e molta medicina. Non è più solo un talk-show interiore: è un varietà di coscienza. In Decameron, l’autore è tutto, e niente esiste di per sé all’infuori di lui e di un testo scritto rigorosamente e perentoriamente, con un’autorità su chi lo interpreti e quasi anche su chi lo ascolti solo che aveva eguali solo, rispettivamente, in Gianni Boncompagni che dettava le sue volontà ad Ambra Angiolini (ora pure lei su la7), e nei seni ipnotici delle signorine dei telefoni erotici notturni.
Allo stesso modo che nel teatro di Oscar Wilde, in cui perfino le vecchie aristocratiche più compite, è come se parlassero sempre e solo con la stessa voce, e sono dotate dello stesso senso dell’umorismo del loro autore, così nei “dialoghi platonici” anticlericali orchestrati da Luttazzi per Decameron, come in ogni altra gag, Luttazzi è in ogni voce e in ogni faccia, anche come ritorno ad una trapassata autorialità - monocratica e onnipresente - che sfugga alla nuova televisione, sempre più rilassata nei modi dell’improvvisazione, o dello sfruttamento, ormai, dell’improvvisazione altrui. Quello che Marco Paolini ha fatto con la contaminazione definitiva fra televisione e teatro (cosa che neanche le più coraggiose puntate di Forum possono più), Luttazzi fa ormai con la performance più strettamente artistica e, nella fattispecie, tardo-dadaistica. Che lo vogliamo o no, Decameron ha davvero spostato di un bel po’ più in là il confine del televisibile. Mai si era rappresentata così cinicamente la politica italiana, o realisticamente la morte. O, comunque, mai le due cose erano state così simbolicamente accomunate e fatte l’una metafora dell’altra.
Solo un medico come Luttazzi direbbe così di certe cose. Neanche Veronica Lario saprebbe parlare di Berlusconi con tanto distacco. In questo, Luttazzi è il più perfetto anti-Grillo: perché convince di più, e suda tanto meno. E non si guarda in faccia a nessun politico, ovviamente, come proprio la morte fa con tutti gli altri, del resto. Tanto Berlusconi è doverosamente spernacchiato da un satiro che gli ha vinto tutte le cause, così Prodi è passato al colino da un satiro che pure gli ha votato a favore. Il culmine della prima puntata (sabato scorso) lo si raggiunge nella sit-com “A babbo morto”. Mai, dai tempi degli Articolo 31 (che però erano viziati dal fatto di essere fidanzati con Elenoire Casalegno), si era rappresentata così compiutamente la condizione dell’italiano medio di fronte alla morte non solo della politica e della televisione, ma anche di molte altre speranze.
Un moccioso quarantenne perennemente sporco di nutella, che si rifiuta di seppellire il genitore defunto al punto che lo fa imbalsamare, allo scopo di continuare a guardare tv spazzatura in sua compagnia, come se niente fosse, e come se avesse gia cominciato a puzzare ben prima del trapasso stesso. Infine, la gag della macchina da scrivere immaginaria e musicale, alla Jerry Lewis, ci commuove quasi, ricordandoci quanto sia dotato anche solo artisticamente questo comico, e a quanto sappia rinunciare per il solo piacere di infischiarsene. Auguri di molte altre puntate a Daniele Luttazzi, che è al tempo stesso il politico meno populista, e il populista meno politicizzato che ci sia dato di avere, e non è poco.
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lunedì 5 novembre 2007
La mattina di Rai Uno con l'icona Luca Giurato
(in edicola il 5 novembre 2007)
Da quando non se ne contano più tanto gli errori di pronuncia o di costruzione, ma più che altro i decenni dalla prima messa in onda, Luca Giurato è diventato un’icona della cattiva televisione – come dovrebbe essere se fosse sempre così onesta, autonoma, a volte quasi costruttiva.
1) Onesto, perché non possiamo crederlo altrimenti. Dovrebbe essere come minimo il doppio più intelligente e fortunato a poker di Emilio Fede per fingere così verosimilmente di essere un’altra persona, e per anni e anni di evoluzione e auto-affiatamento;
2) Autonomo, perché come si fa a tentare di controllare le notizie che possa dare un uomo che, concretamente, non è in grado di controllare la posizione dei suoi piedi mentre è in diretta Rai?
3) Costruttivo, perché è ormai una figura da prendere a modello da tutti i giornalisti Tv semi-dilettanti che spesso vanno in onda, con tanta più sintassi e meno della metà dello stile. Primi su tutti, ad esempio, quelli dello Studio Aperto non riformato (quello ancora diretto da Mario Giordano – su quello di Mulé ancora non ci pronunciamo male).
Puntuale come un postino irpino, Luca ha fatto ormai del refuso nella comunicazione orale un espediente retorico, e uno di una tale precisione e funzionalità che costituisce – non senza le posture – una grammatica alternativa, con le sue regole da rispettare, i suoi tempi comici e non, i ritorni in ascolto di interi programmi come Striscia, che ne hanno fatto un mito e una mucca da mungere.
Lui non co-conduce: abbraccia, tocca, maneggia la sua antagonista più totale: Eleonora Daniele. Lei, che viene dal Grande Fratello, non si muove stranamente, e che nonostante questo, miracolosamente, intervista e ragiona, conversa e saluta; lui, vecchio giornalista dapprima di Paese Sera, poi della Stampa e poi solo Rai (e che Rai: direttore dei GR, vicedirettore del Tg1), che se potesse esprimersi a gesti, parlerebbe solo di belle donne e relative metafore e metonimie, per tutta la sua mezz’oretta. Prima tutto solo, poi con Eleonora e relativi ospiti, con i quali non gli riesce mai di non avere un rapporto quantomeno affettivo, se non tattile.
Il suo spazio quotidiano – Le notizie di Luca, al’interno di Uno Mattina – glielo hanno fatto ritagliare con un paio di quelle forbici dalla punta arrotondata – rese famose da Giovanni Muciaccia di Art Attack, e da una sua imitazione di Fiorello – tanto ne devono temere ormai l’incontrollabilità quasi benignesca, ma sempre benigna, e dunque mai eccessivamente chiassosa o costruita.
Gli hanno messo a disposizione il peggio esperto di Photoshop nella redazione, ma il suo giornalino-fake, con il titolo riscritto malissimo, fa comunque ridere, anche quando parla di notizie vecchie di giorni, che in televisione sono settimane. La missione di Giurato su questa terra, avanguardia involontaria del giornalismo, è diventata sempre più l’esigenza di farci sapere, semplicemente, che – neanche nel giornalismo, soprattutto in quello televisivo – non ci sono certezze. Evidentemente, per il suo settore, quello che è avvenuto già negli anni ’10 del secolo scorso per la pittura, o nei prossimi europei di calcio per la nostra nazionale, se continuiamo così – doveva avvenire a partire dalla metà degli anni ’90 con un pezzo unico come Luca, che semina il dubbio a mani aperte, e ha riconsegnato al mezzo busto il tuttotondo.
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La serata magica di La7 con un Paolini d’annata
(in edicola il 3 novembre 2007)
Già da come si svolge la puntata di 8 e mezzo che precede lo spettacolo di Marco Paolini, martedì, ci si rende conto di come la serata su la7 sarà di quelle che capitano solo una volta ogni due-tre crisi di governo di seguito. Ferrara stesso è diverso dal solito: si lascia andare, sorride molto, cita passi di un romanzo, Il sergente nella neve, che deve avere amato davvero. Come se fosse di nuovo più vicino al giovane corista che pure fu, nell’opera rock della sua infanzia spirituale: Then An Alley, con musiche di Bob Dylan. Dunque niente affatto più innocente o onesto intellettualmente, di quanto sia in effetti oggi, ma almeno, per una puntata, senza alcun bisogno di dover dimostrare, per legge o per posa, di esserlo ancora.
Paolini comincia l’evento televisivo di questo autunno-inverno più istrionico, più attore e meno solo narratore del solito. I primissimi minuti sono dedicati alla sua pelata che imita lievemente quella di un Duce non solo evocato ma, pure se lievemente, impersonato. È un confine sottile che è stato valicato (di cui già in Vajont erano presenti delle tracce, ma si trattava sempre di imitare questo o quel personaggio della folla in fuga; sì senza identità, ma abbastanza pieno di sentimenti da poter essere rappresentato in una battuta tutta sua), su cui più volte si giocherà la bellezza di questo spettacolo: al di qua e al di là del teatro di narrazione, verso un monologo più classico, ma al tempo stesso innovativo. Paolini si deve essere detto: voglio rappresentare un evento che non ho vissuto in prima persona, ma di cui ci è rimasta una fonte appassionata: il romanzo autobiografico di un vero sergente in ritirata, nella steppa, con 70 uomini soli.
Cosa sarà più realistico? Mostrare l’azione nel suo svolgimento fittizio, per quanto spettacolare (e anche un monologo sa essere spettacolare e mimetico, a volerlo), recitando da me tutti i ruoli che saranno necessari? Oppure far recitare le mie opinioni, le mie idee, le mie emozioni, impersonate dai protagonisti stessi della vicenda, come in una metafora animata della critica e della comprensione di un testo – di Mario Rigoni Stern – che abbiamo fatto nostro? La risposta è che Il sergente è un film per la tv in diretta, in cui non solo tutti i personaggi, ma anche gli attori che li avrebbero potuti impersonare sono stati interpretati da una sola persona, che è il regista, l’autore, l’attore protagonista (e non) di una vicenda di fatti e di idee su quei fatti, talmente ben mescolati fra di loro che è un capolavoro. Deciso a far guerra anche alla Russia contro il parere stesso di Hitler, un Mussolini-Paolini che, non senza genio, parla con accento veneto, ci mostra una cartina della Russia retta da un sottoposto senza volto.
E la storia comincia. Il secondo personaggio è Paolini stesso, mentre si documenta sulla storia e sulla geografia del libro di Rigoni Stern. E la sua estetica è ancora più chiara. Fra il rumore del treno che prende per andare in Ucraina, gentilmente fornito dalla stessa voce che ne racconta il paesaggio, Marco ha reso a sua volta autobiografica anche la versione in teatro-tv di una storia autobiografica, scritta da un altro ma amata da lui al punto di non poter fare a meno di intromettercisi – lupus in fabula di proporzioni mannare – e di avere l’onestà di farcelo capire in ogni minuto delle due ore che gli sono concesse per farlo. Non ci sono fatti che non siano anche geneticamente modificati, fin dal loro prodursi, dall’opinione che ce ne facciamo. L’ultimo personaggio siamo noi che scriviamo questo articolo su un dramma storico che avremmo capito peggio senza la televisione.
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venerdì 2 novembre 2007
Passepartout Daverio, un Lucignolo di bellezze
(in edicola il 2 novembre 2007)
Guardare Passepartout di Philippe Daverio, domenica mattina, è come fare un viaggio astrale in compagnia di un amico immaginario, che non solo pare ci rivolga davvero la parola, ma addirittura ci accompagni alle biennali d’arte. Philippe ha trovato l’unico modo in cui una persona più intelligente e sensibile della norma possa riuscire a fare della televisione utile: parlarci dell’apparentemente inutile in maniera del tutto proficua, avvincente, mai scontata. L’esatto contrario di Milena Gabanelli.
Il nostro Lucignolo di bellezze non si ferma alla semplice critica istantanea, decretata a voce e a primissimi piani. Eppure, quella resta la parte più preziosa delle sue puntate. Ogni suo ammiccare o cipiglio ci dice qualcosa dell’opera che spesso lo sovrasta fisicamente, nel suo girovagare per corridoi e sezioni, ma da lui è governata intellettualmente, con la forza d’animo che sempre vanteranno i veri conoscitori sui critici solo accademici o verbosi. I dipinti più nuovi e oscuri, li comprende talmente che i suoi commenti sono quasi bravate concettuali, con cui, invece di toccare con mano un’opera proibita, a dispetto del guardiano di un museo, la tocca con la testa, a dispetto del suo stesso autore.
E ci propone strumenti che potremmo concretamente riutilizzare. Ad esempio, si sofferma molto sulle etichette delle opere. Nei padiglioni della mostra di questo biennio i lavori sono tutti talmente recenti e, alcune di essi, coraggiosi, che Philippe ha ragione da vendere nel dare tanta importanza alle date e ai nomi sotto ciascuno di quelli di cui ha deciso di parlarci. Leggendocele, e dando tanta importanza al pezzo, al nome dell’autore, e al compratore la cui “courtesy of” ne ha permesso l’esposizione, mette in evidenza un’altra cosa che forse ci sarebbe sfuggita, anche visitando per contro nostro la biennale: non tutti i ricchi newyorkesi hanno il tempismo o anche solo la presenza di spirito di comprare un’opera che altro non è che la gigantografia dei referti autoptici di vittime del carcere di Guantanamo. Insomma, ci ricorda che, spesso, nell’arte concettuale, chi compra o chi commissiona (anche se indirettamente e a posteriori attraverso un acquisto), è un po’ artista da par suo, proprio perché quest’arte comincia dalla mente e finisce nelle menti.
Prima, e al termine, delle incursioni nella realtà del nostro amico, tutto parte dai suoi editoriali e commentari estetici in studio, che sanno essere convincenti come televendite di qualcosa che per fortuna ancora non ha prezzo, se non un canone Rai pagato per una volta volentieri: la voglia di conoscere. Sapere che un uomo così elegante possa capire tanto bene l’arte africana degli ultimi mesi, pur sapendo pronunciare con tanta perfezione ciascuna delle lingue europee che ignoriamo, e senza essere per questo affatto antipatico, è una di quelle scoperte che possono rimettere in pace col mondo, e ricordarci, se non pure dove stiamo andando, almeno dove potremmo andare, se solo avessimo l’accortezza di imparare qualcosa da un altro di quei curiosi che “deve insegnare ai curiosi”, come si cita nell’opera, alle spalle di Daverio in studio, che gli fa da manifesto poetico.
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mercoledì 31 ottobre 2007
Le piacevoli invasioni di Daria la sgobbona
(in edicola il 30 ottobre 2007)
Daria Bignardi, se non andiamo errati, da almeno tre anni fa le migliori interviste televisive del momento, che sono un modello di equilibrio. Ad esempio, se lei fosse anche solo parecchio più fisicata, finirebbe presto per sconfinare nella categoria Ilaria D’Amico. Ma non lo è. Certo, se fosse stata ancora più letterata, forse non l’avreste scambiata per Philippe Daverio, ma la cosa avrebbe comunque complicato le trattative segrete che portarono all’intervista a Barbara Berlusconi. Le Invasioni barbariche (la7, il venerdì, 21.30), si mantengono così sempre piacevoli, ma significative. Il fatto è che Daria ha dalla sua la fortuna di non essere altro che la versione televisiva di una rara varietà di compagna di classe, ora in disuso, ma piuttosto diffusa fino a qualche vita fa: la sgobbona fattibile. Una varietà che presenta, rispetto agli altri esemplari della sua specie, dei chiari vantaggi che spesso le permangono nella vita. Sono belle quanto intelligenti. E chiariamo che con ciò non facciamo alcun riferimento casuale alla celeberrima battuta che Vittorio Sgarbi dedicò a Rosy Bindi.
Quelle compagne sono intoccabili. Dai maschi non-studianti, niente richieste di versioni o suggerimenti: troppo carina per correre il correre di puntare sul cavallo sbagliato, in quelle occasioni, in cui un verbo in più può fare la differenza. Ma nemmeno proposte dai belloni: perché non abbastanza Ilaria D’Amico, e perché troppo colta. In certi momenti, si sa, sono i verbi in meno a contare. Dei rapporti con le femmine, inutile dire. È anche per questo che oggi la Bignardi trascorre felicemente questa vita da mediana, fra la sua via al giornalismo e la vera tv, cioè quella falsa. Al contrario di tante presenze televisive, le luci di studio non scivolano sul suo corpo, perché irreale o ideale; ma ci si fermano con una certa decisione, e disegnano un ritratto degli ospiti che ha di fronte, come specchiati in lei, di domanda in domanda, più riuscito di quello che gli ospiti stessi sappiano dare di sé. Le sue interviste sono quasi tutte interviste doppie malcelate, giacché Daria ha il potere di dare sempre anche una sua risposta ad ogni domanda che pone, e non le riesce affatto male di farlo perfettamente di nascosto: con uno sguardo, un cenno, un’altra domanda che non avrà seguito.
Ha diviso il suo programma in due parti, ma non troppo: perché si alternino e lavino le mani l’una all’altra. Prima un’intervista monografica, spesso interessantissima. Che ci sia Veltroni o Pierfrancesco Favino, sempre la stessa confidenza studiatamente finto-spontanea, che però le deve venire molto naturale, ed è efficacissima con tutti. Poi un mini-talk, e si ricomincia. Non sempre i secondi sono all’altezza delle prime, ma servono a ricordarci quanto lo show sarebbe noioso se fosse solo interessante. La scenografia è apparentemente semplice, come una delle case che quelle compagne di classe si fanno poi arredare. Ma in realtà è studiatissima: tutto deve sembrare fatto da qualcun altro, anche se loro hanno preparato tutto fino all’ultimo raviolo. È una scena attraente ma fredda, che si sa fare angusta, se proprio messi alle strette da una domanda giusta al momento giusto, ma mai infastiditi fino al nervosismo, fino a non rispondere, o far rispondere solo la conduttrice.
Venerdì, dopo Anna Finocchiaro, ha suonato l’orchestra di piazza Vittorio. L’una è stata un capolavoro di integrità, gli altri un abbozzo di multietnicità. Anna che non faceva una piega, nemmeno a chiederle per la terza volta se non avrebbe voluto fare il ministro dell’attuale governo. Piazza Vittorio che faceva acqua, coi suoi orchestrali stereotipati da pubblicità di Oliviero Toscani, in ritardo di vent’anni. Eppure Daria stava in mezzo e dirigeva niente male anche loro, con la sua bacchetta non magica, ma potente come quella di un apprendista stregone che, per una volta, ha davvero studiato.
Pubblicato da
Trenulone
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