(in edicola il 26 gennaio 2008)
A notte fonda su La7, perché nessuno o quasi possa sapere quanto è fatto male - e quanto meravigliosi e rari siano alcuni filmati girati direttamente dentro alcune vere sedi della CIA - il serial di spionaggio The Agency vive la sua vita italiana, fatta di doppiaggio più che indecente e i soliti pochissimi appassionati costretti a scaricarsela illegalmente, piuttosto che registrarla. Con il solito vantaggio-svantaggio (come si direbbe a ragione di serial inoltrati alla sesta edizione, e già triti alla terza) di non capire che un 10 per cento in più dei dialoghi ad ogni visione. Che nel caso di The Agency, credete, è un rapporto molto più sbilanciato sul vantaggio, per quanto di stagioni ce ne siano state solo due, troncate di netto non da agenti segreti cui si fossero pestate le scarpe con coltellino svizzero integrato, ma quantomeno dal pubblico insoddisfatto.
Il seriale americano prodotto dalla CBS, come anche chi non faccia necessariamente la spia può intuire dal suo titolo, parla di vicende di agenti della Cia, l’agenzia di intelligence americana. A vederlo una prima volta, o anche solo una prima scena, The Agency è soltanto un prodotto male o pessimamente confezionato. La seconda volta è tutto più chiaro: basta intenderlo un prodotto di parodia del genere spionistico, e non sono il risultato è apprezzabile, ma è anche molto comico e godibile. Non siamo ai livelli di Una pallottola spuntata, ma poco ci manca. Quello che stilisticamente funziona meglio, in quest’ottica, è proprio l’importanza esagerata di elementi come fotografia e interpreti, a fronte di una sceneggiatura del tutto demenziale. Il doppiaggio italiano, come spesso accade, estremamente magniloquente e fine dicitore anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno, fa il resto, e vi assicuriamo che è possibile passare almeno un quarto d’ora di insonnia grave in compagnia di finti agenti della Cia e non pentirsene affatto.
Indimenticabili certe aperture di puntata. Un mega proiettore della Cia proietta su un muro segretissimo di sede immagini di falangi, falangine e falangette afgane mozzate. Ognuna con un cartellino ordinatamente legato (al dito, sic). Due su sei dei cartellini appaiono bianchi, quindi o sono capovolti per sbaglio o qualcuno si è dimenticato di scrivere battutacce sui colleghi sceneggiatori, perché comunque sarebbero risultate illeggibili da casa. Un voce da Quark – non ce ne voglia l’ottimo Claudio Capone, che non ha niente a che vedere con la faccenda – espone agli altri agenti in ammirazione: “Dita mutilate. Non siamo in grado di identificare i corpi così. Per questo abbiamo tratto dei campioni di Dna dai parenti viventi di Bin Laden”. Il resto della congrega si guarda dubbioso per qualche secondo utile, affinché il più sveglio di tutti si alzi e pronunci, con voce calda e sexy: “Abbiamo identificato qualcuno?”. “Sfortunatamente no”, risponde il capo. E l’altro: “Allora, perché guardiamo tutte queste dita mutilate?” The Agency è un’enorme interminabile barzelletta sui carabinieri, solo che invece che essere sui carabinieri è sulla Cia. Chapeau!
lunedì 28 gennaio 2008
The Agency, per pochi (dis)intenditori
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venerdì 25 gennaio 2008
Fiorello e il mini-show, due possibilità per durare
(in edicola il 25 gennaio 2008)
Il nuovo show di Fiorello, alle prime due puntate, suonava – a ragione – talmente geniale che se ne scriveva solo contando di quanti minuti avesse superato la durata prevista, come ancora timorosi di valutarlo o recensirlo come se fosse un programma televisivo realmente valutabile o recensibile. Appena ha cominciato a dare segni di cedimento, mercoledì, ecco che tutti, finalmente, gridano al genio; fanno i Vincenzo Mollica sui giornali - pur spesso senza averne la stazza o il tornaconto – lo vogliono sindaco di una ritrovata televisione di qualità. Innanzitutto, questi segni, se pure fossero di cedimento, crediamo siano dovuti semplicemente alla dimensione televisiva quotidiana che Fiorello e i suoi autori non avevano usato mai a questi livelli qualitativi. Seppur sottoforma di quelle cosiddette pillole - che sono spesso solo un modo per evitare all’ultimo di usare l’altra metafora di “supposte”, cosa che pure si avrebbe in pectore per tante trasmissioni del genere – insomma, Fiorello, starebbe accusando il colpo della brevità e della continuità da rispettare, pena uno “sforare” che si è potuto concedere con una certa nonchalance solo per i primi giorni di messa in onda.
Ora, Rosario ha davanti due possibilità. Da una parte, la scelta di premere per stanziarsi ulteriormente in questo nuovo tipo di varietà, adattandosi o stilisticamente o socio-rai-diplomaticamente. Vale a dire: facendo uso di tutto il suo talento per riuscire a dire quello che vorrebbe dire in massimo 10 minuti effettivi (complice il riuscitissimo cronometro, che si ferma quando non si ritiene “varietà” quello che va in onda). O di tutto il peso presso Fabrizio Del Noce o chi per lui per ottenere una ventina di minuti effettivi, orologio da bianconiglio, ma digitale, in sovrimpressione o no. Dall’altra, la possibilità, più remota, di fare come ha fatto lentamente Fabio Fazio col suo “Che tempo che fa” (nato previsioni del tempo, che sta studiando come talk): cioè far mutare proprio geneticamente, puntata dopo puntata, lo scopo e il format del suo show senza che quasi nessuno se ne accorga, facendolo diventare un sublime sostituto dei tremendi quiz del dopo TG1. Gli autori ci sarebbero, quanto la capacità di improvvisazione, per gestire un programma del genere per una mezz’ora al giorno, dal lunedì al venerdì, almeno.
Certo anche in questo caso servirebbero talento e peso presso dirigenze, ma non crediamo che manchino, almeno a Fiorello, in questo momento della carriera. Detto questo, lo diciamo anche noi: autori e Fiorello sono geniali questa prima settimana. La gag della Orsomando che imita se stessa che imita Fiorello che imita la Orsomando è superiore perfino alla comicità di Laura Pausini, nello stesso ruolo, che non finge altro che di essere abbastanza international da non sapere più pronunciare bene l’italiano, e dunque neanche imitare se stessa. Le battute sul plastico dell’Udeur che Bruno Vespa avrebbe avuto in serbo per Mastella, una volta commesso il “fattaccio” è la sola punta d’iceberg che possiamo nominare in questo articolo. Teniamo a nominare sempre anche gli autori, se non altro perché, in queste fasi di assestamento, poco può essere lasciato all’improvvisazione, la vera arma letale di Fiorello e Baldini, se non altro per motivi di tempo. L’unico motivo dei segni di cedimento, speriamo. E speriamo anche che il tempo non sia spietato con lo show quanto lo show è stato tiranno con il povero attuale governo.
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giovedì 24 gennaio 2008
Bene Strabioli facendo colazione
(in edicola il 24 gennaio 2008)
Se c’è una cosa che non si può non adorare di Pino Strabioli, oltre al fatto che conduce uno dei piccoli eccezionali programmi meno visti della nostra televisione, è il rapporto che manda avanti col pianista di studio, Leo Sanfelice. Sono uno straordinario duo comico, che forse non potrebbe essere valorizzato maggiormente da una trasmissione anche solo leggermente più mainstream, perché vive di un mondo di tempi e ritmi tutto suo, creato nel tempo, e mantenuto con la grazia di chi si diverte lavorando e non si dimentica mai né che si sta divertendo né che sa lavorando. Cominciamo bene Prima (la prima parte, appunto, dei Cominciamo bene che ogni mattino Rai Tre ci trasmette) è così: o lo si ama o si fa finta di non guardarlo, mentre si fa colazione tardi o si è uno studente di ogni ordine e grado a casa malato.
Certo, forse non è il caso che sia realmente Pino a recitare le opere poetiche che ci pone spesso come esergo per le sue puntate.
Non veste estremamente sobrio, e per giunta lo vediamo spesso appena svegli, se abbiamo naturalmente la fortuna di fare o non fare un lavoro che ci permette di vederlo effettivamente. Dice un po’ troppo spesso “per la regia di” perché possiamo credere in toto al suo senso dell’umorismo quando parla col suddetto pianista. Ma Pino è un conduttore sincero, che tratta nella sua trasmissione di qualcosa che non solo conosce, ma che perfino ama: il buon teatro di prosa di una volta, quando viene proposto anche oggi, e non è anacronistico né con Michelle Hunziker o Manuela Arcuri. Senza dimenticare rievocazioni semi-spiritiche di grandi interpreti di sceneggiati televisivi Rai del passato, e di brani che hanno fatto il passato remoto della grande tradizione della canzone italiana.
E’ il Paolo Limiti dei più piccini, anche se tratta delle stesse epoche, con quella particolare forma di nostalgia che si prova solo per le cose per cui, per motivi cronologici, non si può tecnicamente chiamare nostalgia, ma più che altro perversione per Nilla Pizzi.
Negli ultimi tempi, spesso puntate intere sono dedicate alla riscoperta di uno sceneggiato girato e interpretato benissimo, di quelli che ci fanno domandare, ed era il caso di farlo davvero, come sia possibile non solo che la gente veda certe fiction recenti (prima fra tutte, non dimentichiamo mai Guerra e Pace con Alessio Boni), ma anche come sia possibile che vengano girate e sponsorizzate. Poi, ci ricordiamo quanto ascolto fa Strabioli anche al mattino - così di nicchia, se vogliamo, eppure così contaminato dal prime time – e tutto torna a non sorridere.
Scena per scena, poniamo il caso, “Cime tempestose” del ’56 viene prima raccontato e poi analizzato. Il conduttore si accompagna a due giovani attori che ne discutono con la giusta dose di ammirazione e rottura di scatole. Perché un giovane, beninteso, deve rompersi le scatole davanti a un Cime tempestose ’56. Ma poi dovrebbe avere i mezzi interpretativi, e soprattutto logistici e produttivi in senso lato, per fare di meglio nel 2008. E invece no. Suonala ancora, grande Leo Sanfelice.
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mercoledì 23 gennaio 2008
Il Gf cambia corso: anche il reality si è trasformato
(in edicola il 23 gennaio 2008)
Il Grande Fratello di quest’anno, iniziato lunedì sera in prime time, perdendo nientemeno che contro “Un Caso di coscienza 3” la sfida Auditel che tanto lo confortava le scorse stagioni, ha alcune marce in più rispetto alla tradizione di reality che esso stesso ha inaugurato. Un tempo, il reality-show era il programma innovativo e relativamente incontrollabile che gli altri elementi del palinsesto temevano (fossero questi elementi dei quiz, delle sedute di infotainment, delle classifiche musicali o le varie orribili personificazioni di essi che li conducono). Questo avveniva principalmente perché il reality non aveva copione e le donne in esso sembravano belle e giovani anche senza troppo trucco. Uomini e donne della televisione, abituati da decenni a chiedere il permesso ad autori a volte diciottenni il permesso anche di schiarirsi la gola alle prove di un intervento sul divorzio di Pippo Baudo durante un talk – e nondimeno avvezzi anche ad ore ed ore di make-up – hanno visto da subito una terra promessa mancata, in quella formula apparentemente geniale, e poi solo noiosa, di uno show in cui erano i protagonisti a dire alla telecamera dove guardare, muovendo dalla stanza da letto verso il gabinetto sociale.
Dal momento che, nonostante le apparenze, la maggior parte delle persone che lavorano e contano davvero in televisione non hanno ancora partecipato né parteciperanno a un reality show, la tendenza sopra sintetizzata ha avuto presto la peggio, e il reality si è trasformato in altro degli strumenti delle politiche e delle economie editoriali dei canali e dei palinsesti. La sincerità paga pochissime volte in fatto di spettacoli, soprattutto quando sono molto visti; e quando paga, non paga come si vorrebbe.
Questa ottava stagione di Grande Fratello, in particolare, sembra segnare un punto di svolta. Mai era stato così recitato, così eterodiretto, così editoriale. La scena fintissima della separazione del brasiliano dalla moglie che rinuncia a entrare nella casa, pur gelosissima, per lui, è proprio l’anello che non tiene, con cui si è esagerato, ma che si propone come annuncio del nuovo corso.
Il Grande Fratello è talmente ben scritto ormai, che è scritto meglio della maggior parte delle altre trasmissioni, che si sono come rilassate dal punto di vista della cura dei testi, soprattutto proprio per l’avvento dei reality-show stessi.
Siamo quasi davanti alla nuova Alda D’Eusanio: una trasmissione che dovrebbe essere improvvisata, ma che è invece talmente ben orchestrata e recitata che la minoranza degli spettatori (che capisce la solfa) la guarda fra il divertito e l’ammirato. Il resto, la maggioranza, la guarda lo stesso. I mostri che la tendenza reality ha creato sono sotto gli occhi di tutti: L’italia sul due, Buona Domenica, Amadeus. È abbastanza evidente, ormai, che quando Canale 5 o chi per esso ha voglia di far finta di far sapere al suo pubblico come la pensa su un certo tema, vuoi la transessulità, vuoi le coppie multietniche, vuoi la situazione post-divorzio di Katia Ricciarelli, non è più al Tg5 o a Verissimo (la sua appendice meno trash e vitale) che si affida, ma al Grande Fratello.
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martedì 22 gennaio 2008
La Dandini è tornata ma c’è aria di precarietà
(in edicola il 21 gennaio 2008)
In barba a quelli che la davano per chiusa anticipatamente, Serena Dandini ha ripreso il suo “Parla con me” con la grinta in più della partecipazione amichevole o straordinaria di Paola Cortellesi, a seconda dell’ispirazione del momento, che propone in apertura di puntata una grigia versione solo politicamente scorretta di un misto fra la Vulvia di Corrado Guzzanti (Rieducational Channell) e se stessa quando faceva ridere veramente. Neanche la scena in cui Vergassola distribuisce cannoli festeggiando la condanna di Cuffaro è nello stile cui ci avevano abituato conduzione e regia della trasmissione più interessante della seconda serata domenicale, inutile puntualizzare. C’è nell’aria un’aria di precarietà che prima non c’era, che spinge a punzecchiare forse dove è impossibile che faccia ancora male i mostri, i folli o i rifiuti che un tempo sarebbero stati satirizzati più onestamente.
A dire il vero lo spirito di prima delle vacanze natalizie non torna neppure nella parodia di Renato Carosone ad opera della Banda Osiris. Si pensi solo che i versi top della versione post-mastelliana di “Io, mammeta e tu”: “Alla Asl o alla Regione vanno chille ‘e Ceppalone”. Una vera occasione sprecata, che anche solo un paroliere delle Iene avrebbe reso una delle hit del trio Medusa, da cantare rigorosamente in piazza di Montecitorio.
Sempre di pregio, d’altro canto, l’Andrea Rivera degli scherzi citofonici, in esterna. Che non solo contribuisce, seppure in minima parte, a far rivalutare questo importante capitolo, troppo spesso dimenticato, delle scienze della comunicazione, quando ancora non c’era scienze della comunicazione. Ma, soprattutto, ha il merito di farci conoscere un lato inatteso delle vittime delle sue incursioni nel mondo del sondaggismo: al citofono, i campioni sono sempre diversi da come sono al telefono o per strada. Hanno una presenza di spirito che non è intimorita dalla visione di un microfono, né troppo rilassata, per il sedere in poltrona, e riesce spesso a fare sfoggio di risposte più brillanti di quelle di tanti ospiti televisivi di alto rango o bordo. Un esempio per tutti: la nonnina che, alla domanda se sia in casa lo spirito di Galileo Galilei, risponde senza indugio alcuno: “ No, ma sta al piano di sotto”. Gli ospiti d’alto rango o bordo di questa puntata, invece, sono nientemeno che Vandana Shiva l’ecologa sociale e Raoul Bova l’attore asociale.
Vandana propone viaggi in cammello e l’idea che vestire tutti uguali e avere il cervello clonato significa fascismo, e dopo ognuna di queste affermazioni sorride come un grande professore quando fa una battuta particolarmente intelligente, una di quelle per c’è bisogno di un certo ottimismo per considerarle comprensibili dal pubblico. Con Bova, invece, torna la vecchia Dandini molto intelligente e gran salottiera sostenibile. Il paragone con Dario Vergassola, che la spinge a citare la Shiva della “bella varietà della natura” è solo l’inizio di una serie di convenevoli di charme che viene interrotta solo dall’arrivo di Vergassola stesso, in forma smagliante, a disfare come al solito in cinque minuti il personaggio che anni di nuoto, e cinque minuti di intervista della Dandini, erano riusciti a tessere.
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lunedì 21 gennaio 2008
Don Matteo, ritorno (in)aspettato
(in edicola il 19 gennaio 2008)
Puntuale come pochi dolori alla cervicale o molti incubi ricorrenti, ogni anno don Matteo ritorna su Rai Uno, manifestandosi sempre alla domanda: “Si aveva bisogno di un’altra fiction su una forza dell’ordine a scelta”? Sono sei anni che la risposta è “sì, se si tratta di una fiction con una forza dell’ordine a scelta e un prete piacente, con un passato da picchiatore cinematografico con effetti speciali audio raffazzonati”. L’abbandono da parte di Flavio Insinna del ruolo del capitano Anceschi non ha nuociuto quanto speravano i suoi agenti allo sviluppo delle trame della sesta stagione, che è sempre saldamente costituita da placide ingerenze del potere spirituale su quelli esecutivo e giudiziario, e problemi deontologici di agenti donne sotto tono, rispetto alla concorrenza delle carabiniere inarrivabili di Canale 5. Ma il cast femminile, come da tradizione, si rifà prontamente con le suore, in molti casi al livello di un remake di Emmannuelle nera in convento, o su di lì.
Gli intrecci delle puntate non saranno certo mozzafiato, però i validissimi caratteristi e soprattutto i bambini fanno un grande lavoro per i dettagli. L’ouverture della prima puntata - con un gruppo di preadolescenti che, invece di giocare a guardie e ladri, simulando sparatorie, rubano le talari del parroco Matteo e cominciano a inseguirsi per la casa - non ha prezzo in questo momento di difficoltà nei rapporti fra laicità e Chiesa. La diatriba che ne scaturisce, presto risolta fra una suor Maria in stato di grazia e la perpetua Natalina, è una bella pagina di neo-trash. Di quello sincero, e non affettato, come ormai succede sempre più spesso al cinema, con i seguiti di tante commedie amatissime negli anni ’80. Qui il trash non deriva dalla volontà esterna di un produttore, ma dalla reale insicurezza degli sceneggiatori, a gestire un litigio fra una suora-modella indignata e una romanaccia riflessiva, e non gli biasimiamo, per via della certa difficoltà che una simile ambientazione comporta. Per giunta in Umbria!
Spetta al grande Nino Frassica il compito di compensare. Il suo personaggio è uno dei migliori scritti per le fiction poliziesche italiane. E’ l’anello che non tiene fra tanta pompa e circostanza, per dirla alla Edward Elgar. Non c’è un solo momento in cui creda di essere un carabiniere – abbiamo in continuazione paura che possa richiamare a sé il mago Forrest e fargli onorare una bandiera – eppure è sempre il più credibile di tutti, per via di un’umanità che non gli deriva affatto dal non sapere realmente recitare (come succede invece a tanti casi umani nelle produzioni di film per la tv italiana), ma dal saper capire che si trova in una fiction in cui Terence Hill interpreta il parroco di Gubbio. Ancora culto la scena in cui la perpetua Natalina si ritrova nel confessionale un don Matteo che non le scriveva da quindici giorni, di cui pensava di aver perso le tracce.
Lui non fa in tempo ad assolverla, che lei fuoriesce dal confessionale in preda alla gioia e viene sollevata da terra dal religioso, e fatta vorticare per alcuni secondi. L’arrivo di Pippo il sagrestano sulla scena, interpretato come sempre dallo straordinario, sempre felliniano Francesco Scali, restituisce alla terra la moglie rapita dal misticismo, prima che anche solo qualche nuova assoluzione alle intenzioni debba essere pronunciata.
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Il sacro e il profano di Vespa con la Bruni in seconda serata
(in edicola il 18 gennaio 2008)
La puntata di Porta a porta dedicata, martedì, all’unione fra Carla Bruni e Sarkozy è probabilmente la migliore della stagione. Ed è oltremodo significativo come si riesca ad ottenere questo risultato su un tema che è la migliore sintesi fra il sacro e il profano di Bruno: stile gossip con la politica e grande giornalismo col pettegolezzo. Ognuno degli ospiti si rende conto subito della situazione, e dà il meglio di sé con uno slancio e con una facilità mai vista prima. Lina Sotis lancia battute come in estasi, posseduta da uno spirito che le segna le cose da dire su un gobbo immateriale, che fissa davanti a sé, leggermente a destra dell’obbiettivo della sua camera in esterna, e non ne sbaglia neanche una. E’ di una crudeltà e di una pacatezza da sibilli che inventa vaticini, alla Dürrenmatt. Sublime il momento in cui le deve essere venuta in mente una perfida definizione della nuova coppia di cui si parla, ma non la pronuncia: la affida a qualche redattore che, prontissimo, la scrive su un foglio di carta e la fa inquadrare da un operatore: “Lo squalotto e la caimana”.
E’ una serata di quelle che non tornano, o che preannunciano una nuova epoca. Commovente, ad esempio. il modo in cui l’autore del servizio sull’infanzia musicale di Carla Bruni riesca ad evitare la facile battuta, parlando del rapporto fra la madre Marisa e il vero padre della modella, quando a un certo punto dice: “Lei suona il piano”. Non soltando riesce ad evitare di concludere il periodo con l’ovvio: “E lui la tromba” (per tacere del fatto che non erano affatto a fiato gli strumenti che sapeva suonare meglio), ma riesce a farla pronunciare a tutti noi. Del resto siamo in seconda serata su Rai Uno, e l’autore è uno dei migliori della squadra di Vespa. Ma naturalmente la vera stella è il più grande giornalista radiotelevisivo italiano vivente: Antonio Caprarica. Del resto, è sempre così quando viene invitato e, dobbiamo presumere, accetta di andare in onda con Vespa. E non ce ne voglia neanche l’immenso Mario D’Urso, purtroppo, troppo signore per intervenire spesso, ma anche talmente indispettito dalla grammatica della moglie del figlio di Jean Pal Belmondo, per farlo anche di rado.
Caprarica è l’emblema del mood della serata, da sempre il giusto equilibrio fra un parlare alla grande delle piccole cose, e il laissez-faire, solo apparentemente, sulle enormi incongruenze e sconvenienze del mondo e della società. Senza mai trascurare di nascondere la sua conoscenza dei fatti, finché è possibile, attraverso battute o – ancor meglio – vere opinioni. Salvo poi ogni volta che gli viene richiesto, mostrare che anche in fatto di sociologia dell’adulterio (altrui, naturalmente) ne sa una più di Alba Parietti.
Anche Vespa, dal canto suo, partecipa di questo clima. Il suo “se dietro questa porta ci fosse Carla”, all’ultimo scampanellio della porta, davvero raggela tutti (perfino la Spaak, che l’aveva difesa a spada tratta, ma sempre col sorriso sulle labbra da testimonial del botulino ragionato, e quasi moderato). E resta uno dei picchi di qualità assoluti di un programma che forse promette una svolta, o quantomeno dichiara, finalmente, e apertamente come non mai, quanto spesso debba sforzarsi di trattenersi, nelle puntate medio-basse cui ci ha abituato, dall’essere quel pizzico più intelligente – o solo spiritoso – che renderebbe davvero tutta la faccenda di fare un talk-show di massa estremamente più facile per tutti: ospiti, pubblico e conduttore.
Non c’è neppure l’ombra di Renato Mannheimer.
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venerdì 18 gennaio 2008
Su La7 c’è Pierino (la peste) e le sue insolenti Markette
(in edicola il 17 gennaio 2008)
Gli anni passano - solo sulla carta, almeno per il suo conduttore – e Markette continua ad essere il miglior programma del Chiambretti della maturità, se così si può dire. E se “Chiambretti c’è” fu il migliore addio possibile all’adolescenza di questo conduttore dalla linguistica unica e le coriste irripetibili. Eppure, in cuor suo, quello stesso cuore tanto vicino al cervello (per parafrasare con un modifica in extremis Fabrizio De Andrè, quando si riferiva a certe coordinate anatomiche delle persone di bassa statura) Piero è ancora il fanciullino post-pascoliano, geneticamente modificato, della televisione italiana, capace di stupirsi delle piccole cose, dei segni di intelligenza che tira fuori da una valletta, e di restare impassibile davanti a un vero giornalista che dice idiozie. Solo, le sue interviste stanno diventando sempre più citate, in qualche modo più autorevoli. Sempre meno personaggi della finanza, dell’editoria, della politica rinunciano a un passaggio nel suo piccolo programma su la7. Così Markette, che dovrebbe essere, cosa annunciata già dal suo titolo, il Satyricon (di Petronio, non di Luttazzi) della decadenza dell’impero della televisione commerciale, continua a stupire per contenuti e stile.
La trasmissione ha mantenuto, in linea di massima, la struttura degli scorsi anni, e naturalmente questo non è un male. Sono ancora più curati le elaborazioni video che fanno da sipario fra le parti dello show, e fra lo show e la sua pubblicità. Questo martedì si comincia con una lunga intervista in cui Vittorio Zucconi fa lo spiritoso sulle primarie americane, per poi passare al promo di rete della trasmissione, che introduce la solita “fine anteprima”, ormai usata stabilmente anche nelle migliori famiglie, per motivi di separazione degli intervalli di orario da sottoporre all’Auditel. Nel promo, Chiambretti si unisce ai suoi collaboratori storici in un travestimento da supereroi che lo vede come Superman alla guida di una reunion di personaggi Marvel, fra cui spicca la Wonder-nonnina. Sempre curatissima la parte musicale (se solo fosse dal vivo, la migliore di ogni altro esempio italiano): Mr. Brown, “il Vessicchio coloured”, vale da solo una tipica orchestrina Rai nella sua interezza. Per non parlare della prima voce solista donna, che nella prima puntata non riceve forse lo spazio che meriterebbe. Alcune segnalazioni varie, che riprenderemo, magari, in approfondimenti nel corso della stagione, in apologie o ritratti di singoli personaggi dello show.
Lorenzo Riva ritenta molto inutilmente di prendere il ruolo che fu di Renato Balestra in Chiambretti c’è, ma per fortuna gli si concede più o meno lo spazio della nonnina, che invece ne meriterebbe di più. Buona l’idea di restituire verginità (“rivergination”) alla inverosimile Vanja Rumena, già valletta degli stacchetti di Ciao Darwin, ora proposta come nuova musa di Chiambretti. Non ottima, come i geniali spogliarelli al contrario (i rivestimenti) di Madga Gomez nelle passate stagioni, ma l’indirizzo è quello: forse il giusto modo di proporre in video donne pur fantasticamente belle e pur possibilmente seminude. Della grandezza di Costantino della Gherardesca, che resta nonostante gli acciacchi della noia, riparleremo.
Quello che continua ad essere il fiore all’occhiello di Piero restano i gemelli gelatai riminesi, che non hanno pari nel resto del panorama italiano, e che ci ricordano, più di ogni altra presenza, qui, una televisione di tempi che non sono più tornati.
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giovedì 17 gennaio 2008
Con Omnibus va in onda il pluralismo della Tv
(in edicola il 16 dicembre 2008)
Omnibus, che è uno dei pochi programmi realmente pluralisti della nostra televisione, continua ad essere uno dei motivi per cui chiedere a gran voce che il segnale di La7 sia distribuito sempre meglio su tutto il territorio. La semplice sigla grafica promette e mantiene il primato di questa trasmissione di approfondimento imparziale ma interessante. Consiste in una specie di sezione di parlamento vista dall’altro, con semicerchi tipo scranni, in tre colori, che ruotano concentricamente, ma senza mai aprirsi verso un’unica verità (che, di norma, senza leggi elettorali problematiche, dovrebbe essere quella del governo, almeno come posizione nell’aula virtuale che il grafico ha immaginato, e sarebbe comunque un male, se fosse unica). Dalle 7 del mattino fino alle 9, con l’eccezione di quell’appendice decadente della rubrica di Alain Elkann, non potremmo chiedere di più al palinsesto del canale più coraggioso e giovane dentro che abbiamo in Italia.
Nel corso della rassegna stampa, Paola Mascioli e Andrea Pennacchioli si dividono perfettamente i compiti della giornalista seria, con dizione, e di quello quasi divertente, che commenta le notizie più liberamente, e si concede spesso, facendolo, di usare la sua cadenza di origine geografica. Orfani di Luisella Costamagna, orfanissimi di Rula Jebreal, cerchiamo di dimenticare l’allure di quei tempi, concentrandoci sulla concretezza di notizie date sempre in ordine non sospetto, e senza alcun entusiasmo né malcontento visibile (cosa che non è più un’ovvietà almeno da quando è stato fondato il primo telegiornale italiano). Ma anche i dettagli, nell’insieme così promettente, non sono da meno. Ed ecco Paolo Sottocorona che si esibisce in un meteo ragionato, messo in discussione, dialogato paragonabile ai primi tentativi di rinnovamento di uno stile che fecero dei suoi colleghi su Che tempo che fa, nelle prime puntate della prima stagione, poi abbandonati in onore di una stringatissima sintesi e la voglia di attirare l’attenzione di alti prelati da parte di Luciana Littizzetto, col suo richiamo e la sua scostumatezza abituali: “Eminenz!”.
La rubrica di Enrico Vaime, Trafficando…, estremamente radiofonica e boncompagnesca, dimostra che forse è troppo tardi, per lui, per dedicarsi alla sua età alla parodia del telegiornale, come se fosse un Rocco Tanica qualunque (beninteso, grandissimo musicista, Rocco). Con l’ulteriore difetto, del resto, che quella di Enrico è molto spesso una parodia molto, molto seriosa.
Gaia Tortora accoglie poi gli ospiti delle puntate, puntando molto sul look & feel delle telegiornaliste di alto bordo, quasi a livello Tg2, quelle coi forum Internet dedicati. E’ chiaramente fin troppo equilibrata e brava per farlo, ma lo fa comunque bene, e non le manca niente per entrare a sua volta nei sogni del potere d’acquisto del sultanato del Brunei, oppure restare a La7 e diventare una delle migliori del suo campo. Sa aiutare Capezzone a prendersi di nuovo sul serio, come forse merita, e Tabacci a sorridere di più alle camere, con la stessa identica voglia di lavorare che non le si stacca di dosso nemmeno quando il suo titolista le fa trovare in sovrimpressione sforzi del calibro di “Romano e suoi Prodi”. Ma quanto ci manca Antonello Piroso, in queste occasioni, lo sa solo Antonio Campo Dall’Orto.
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mercoledì 16 gennaio 2008
Little Britain, un programma consigliato ai giovani
(in edicola il 15 gennaio 2008)
Little Britain (MTV, ogni domenica, ore 23), col doppio vantaggio di essere una serie molto interessante e non doppiata in italiano (ma solo ben sottotitolata, cosa che farà bene a più di una dizione, visto che, fra l’altro, l’inglese che parlano i suoi personaggi è quello britannico), è un programma che consigliamo a tutti i giovani fuori e dentro che siano stanchi di avere come primo referente per la rappresentazione della tarda adolescenza Maria De Filippi, e Maurizio Costanzo per la tardissima. È uno dei programmi televisivi trasmessi in Italia meno corretti politicamente dai tempi, forse, di Cinico Tv di Ciprì e Maresco, che riposino in pace nel loro semi oblio, cui di tanto in tanto li tira fuori un qualche omaggio meritevolissimo. Su alcuni temi, come l’accettazione delle possibili diversità anche nelle società apparentemente più evolute, ha toni da South Park, ma tutt’altra profondità, creata forse dal fatto che chi, in fondo, dice tutte queste parolacce, stavolta è una persona in carne ed ossa, che somiglia tanto di più di un cartone animato a chi, quelle parolacce, è costretto dalla realtà a dirle davvero.
L’obbiettivo di Skins è dunque raccontare la vita di un gruppo di giovani inglesi (e dunque di qualcosa di molto, molto simile a un gruppo di giovani globali), alle prese con il loro più grande problema: avere il diritto di fare quanti più errori riescano in una puntata e, beninteso, senza per questo avere per un solo sottofinale il tempo di correre troppo ai ripari. Ogni puntata è costituita da una serie di sketch, con personaggi ricorrenti, ognuno dalla forte personalità e col suo corredo di battute tipiche e cavalli di battaglia. Dire che a volte gli sketch si avvicinino a un ricordo, sebbene attualizzato, dei Monty Python, lo sentiamo a fior di labbra per una buona parte della loro durata. Come tutti gli show televisivi che deriva più o meno del tutto da uno show radiofonico, Little Britain è scritto con l’attenzione per i dettagli e le ambientazioni con cui, ormai, si realizzano palinsesti interi sui canali generalisti italiani, e anche per qualche anno. Dove più eccelle il grande lavoro di squadra dietro Little Britain è nella rappresentazione dell’omosessualità. Gli sceneggiatori sono in grado di andare così di fino e di complesso, che sanno metter su un finto matrimonio lesbico in una casa di matti, in cui una delle due spose chiede a un gay dichiaratissimo (di tipo Village People) di aiutarle ad adottare un bambino, fingendosi il compagno di una di esse.
Suscitando così l’indignazione del gay (omosessuale conservatore), che le accusa di essere “due lesbiche”, aggiungendo che “non è giusto che alleviate bambini”. La sua conversione verso la latente normalità, che è il vero capolavoro comico della puntata di domenica (quella di cui stiamo parlando) è quando sostiene che una delle ragazze a fare da damigelle alle due sia troppo carina per essere lesbica, da cui viene insultato, per finire poi per uscire di casa sbattendo la porta, affermando che la casa di matti in questione sia un posto troppo omofobico per lui. Da domenica prossima, al termine della puntata di Little Britain, prenderà ad andare in onda anche l’attesa serie Skins, sempre dal Regno Unito, con molta volontà di essere una versione adolescenziale, e più “seriale in senso stretto”, del successo del programma di Matt Lucas e David Williams.
Pubblicato da
Trenulone
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