venerdì 2 novembre 2007

Passepartout Daverio, un Lucignolo di bellezze

(in edicola il 2 novembre 2007)

Guardare Passepartout di Philippe Daverio, domenica mattina, è come fare un viaggio astrale in compagnia di un amico immaginario, che non solo pare ci rivolga davvero la parola, ma addirittura ci accompagni alle biennali d’arte. Philippe ha trovato l’unico modo in cui una persona più intelligente e sensibile della norma possa riuscire a fare della televisione utile: parlarci dell’apparentemente inutile in maniera del tutto proficua, avvincente, mai scontata. L’esatto contrario di Milena Gabanelli.
Il nostro Lucignolo di bellezze non si ferma alla semplice critica istantanea, decretata a voce e a primissimi piani. Eppure, quella resta la parte più preziosa delle sue puntate. Ogni suo ammiccare o cipiglio ci dice qualcosa dell’opera che spesso lo sovrasta fisicamente, nel suo girovagare per corridoi e sezioni, ma da lui è governata intellettualmente, con la forza d’animo che sempre vanteranno i veri conoscitori sui critici solo accademici o verbosi. I dipinti più nuovi e oscuri, li comprende talmente che i suoi commenti sono quasi bravate concettuali, con cui, invece di toccare con mano un’opera proibita, a dispetto del guardiano di un museo, la tocca con la testa, a dispetto del suo stesso autore.

E ci propone strumenti che potremmo concretamente riutilizzare. Ad esempio, si sofferma molto sulle etichette delle opere. Nei padiglioni della mostra di questo biennio i lavori sono tutti talmente recenti e, alcune di essi, coraggiosi, che Philippe ha ragione da vendere nel dare tanta importanza alle date e ai nomi sotto ciascuno di quelli di cui ha deciso di parlarci. Leggendocele, e dando tanta importanza al pezzo, al nome dell’autore, e al compratore la cui “courtesy of” ne ha permesso l’esposizione, mette in evidenza un’altra cosa che forse ci sarebbe sfuggita, anche visitando per contro nostro la biennale: non tutti i ricchi newyorkesi hanno il tempismo o anche solo la presenza di spirito di comprare un’opera che altro non è che la gigantografia dei referti autoptici di vittime del carcere di Guantanamo. Insomma, ci ricorda che, spesso, nell’arte concettuale, chi compra o chi commissiona (anche se indirettamente e a posteriori attraverso un acquisto), è un po’ artista da par suo, proprio perché quest’arte comincia dalla mente e finisce nelle menti.

Prima, e al termine, delle incursioni nella realtà del nostro amico, tutto parte dai suoi editoriali e commentari estetici in studio, che sanno essere convincenti come televendite di qualcosa che per fortuna ancora non ha prezzo, se non un canone Rai pagato per una volta volentieri: la voglia di conoscere. Sapere che un uomo così elegante possa capire tanto bene l’arte africana degli ultimi mesi, pur sapendo pronunciare con tanta perfezione ciascuna delle lingue europee che ignoriamo, e senza essere per questo affatto antipatico, è una di quelle scoperte che possono rimettere in pace col mondo, e ricordarci, se non pure dove stiamo andando, almeno dove potremmo andare, se solo avessimo l’accortezza di imparare qualcosa da un altro di quei curiosi che “deve insegnare ai curiosi”, come si cita nell’opera, alle spalle di Daverio in studio, che gli fa da manifesto poetico.

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